Particelle n.5: Particelle: ‘Per ogni frazione’, Davide Castiglione

 

I

Premere
la grafite su cerchi in cancrena:
non so più a cosa porti.
Se a un male cercato e astratto
o se a uno spazio di rilievi,
con lo scavo
come moto verso l’amore,
come modo di avvicinarlo.
Profondamente all’esterno, intanto,
si scende nelle situazioni, nelle depressioni
del terreno; la gente, i suoi gesti vivi
se inascoltati
sono fossili subito.

 

II

Un io-altri
– ancora. Se penso a scisma penso
a una vena fondata nell’occhio
dall’occidente, da secoli.
Per ogni frazione, nell’esserci
con forza e senza l’espediente
di dire noi, in due
disanimare la dipendenza dal due.

Davide Castiglione, Per ogni frazione, Campanotto Editore, 2010

 

“La vera alterità fatta di delicati contatti,/ di meravigliose compensazioni con il / mondo, non poteva realizzarsi / con un / solo termine, alla mano tesa doveva / corrispondere un’altra mano da fuori, / dall’altro.”

Lungo questi versi di J. Cortázar posti in apertura di libro (Davide Castiglione, Per ogni frazione), mi vengono incontro le particelle della poesia  ARCHEOLOGIE, non a caso inserita nella sezione “Nel due”, perché se  è nel due, nella corrispondenza sè- altro fuori da sé, che si realizza la “vera alterità”, allora è necessario indagarne e ritrovarne le tracce, le frazioni – rimanenze, comprese quelle  del distacco originario, della sua fondazione, anche in forma di scritture.

Questo, anche se “premere”, dice  Davide, “la grafite”, quindi lasciare un segno – scrivere ,“non so più a cosa porti”, perché quei “cerchi” sono smangiati, e la loro circolarità ad indicare  ritorni temporali, storici o di rapporti, risulta di impossibile ricomposizione (lo “scisma” della parte II ha già definitivamente  interrotto, almeno in Occidente, l’unitarietà perfetta del circolo;  rimane la possibilità della, o di una,  compensazione, meravigliosa  se affidata alla mano tesa che risponde ad un’altra fuori).

Tuttavia, per premere si preme, in un’azione che richiama il tentativo di fermare il dissanguamento e il conseguente venire meno o venire pallido del segno; si preme ed è pressione – scavo, impronta-solco, lasciati sul corpo, “come moto verso l’amore, /come modo di avvicinarlo”.

Un moto prettamente, o in prima istanza, fisico, che tuttavia, proprio per l’impronta di forza e quindi male che richiama, è duale a quel “male cercato e astratto” che aliena; così come duale è quello che accade, in tanto, all’esterno, dove la depressione  è adesso del terreno e la caduta non è più dal cielo, ma uno sprofondo:  per i vivi – “se inascoltati”- un tumulo; inoltre, come se non bastasse, l’ultimo verso ribadisce “fossili subito”, perché qui il premere è profondamente,  come di forza su una bocca soffice e inerme.

Nella seconda  parte l’“io- altri / -ancora”, il noi che ci accomuna in questa sepoltura, si fa vena, quella “vena fondata nell’occhio/dall’occidente” che, come una linea di taglio nella roccia fossile, separa;     “scisma”, anzitutto  uomo-natura, e poi via, con tutta la bella compagnia di dicotomie d’Occidente, da secoli,  classiche.
Di fronte ad esse, ad “ogni frazione” -e fazione-  che si genera, Davide richiama fortemente alla responsabilità individuale, e questo “per ogni frazione”:

per ogni frazione” infatti, occorre “esserci /con forza e senza l’espediente /di dire noi “; anzi rispetto al noi, al due, occorre  “in due /disanimare la dipendenza dal due”, togliere cioè, e questa volta insieme,  l’anima a tale dipendenza, snudarla nel suo essere, renderla puro fatto di conta, meccanica.

(Qui per ulteriori info sul libro e sull’autore)

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