Dante Maffia: “La strada sconnessa”

 

dalla prefazione di Enrico Ghidetti

 

Il primo libro di versi di Dante Maffia, Il leone non mangia (Roma, Croce), apparve nel 1974; teneva a battesimo il ventottenne esordiente con una presentazione nientemeno che il patriarca delle avanguardie novecentesche Aldo Palazzeschi, che avrebbe concluso la sua esistenza in quello stesso anno, dalla fine degli anni Sessanta invocato dalla neoavanguardia e prepotentemente tornato alla ribalta con i romanzi Il Doge (1967) e Stefanino (1969) nonché la raccolta poetica Via delle Cento Stelle (1972). Il dorato tramonto di Palazzeschi coincideva perciò con l’aurora del nuovo poeta calabrese trapiantato a Roma.

A Palazzeschi erano piaciute due cose di Maffia: la ‘calabresità’ dell’autore che, con la sua poesia, offriva un contributo fondamentale alla «passione umana come quella che anima oggi la Calabria per un’azione di rinnovamento e di riscatto» («Se venisse a mancare la poesia un tale movimento sarebbe senza spirito») e l’esistenza bohémienne del giovane poeta: «Abita in un sottoscala vicino a Stazione Termini, in una topaia in mezzo a libri e pochi quadri che gli hanno regalato gli amici pittori. Non sa, non vuole sapere che le case umide e senza luce sono un danno anche se favoriscono la meditazione e la concentrazione».

Impossibile in questa occasione approfondire e valutare i tramiti segreti che potrebbero intercorrere tra l’opera del giovane e del venerabile ‘mostro sacro’, si possono tuttavia fare congetture sull’interesse dimostrato da Palazzeschi in quella circostanza estrema per la personalità del principiante (almeno in pubblico). La risposta al perché potrebbe essere quella offerta a suo tempo da Giacinto Spagnoletti nella Storia della letteratura italiana del Novecento: «fin dal suo primo tempo Maffia appare (ed è) come altri un isolato rispetto al proprio tempo, ovviamente per vocazione e scelta». Solitudine, isolamento; alle corte: la suite delle opere di Maffia si offre come il susseguirsi di altrettanti capitoli di un’autobiografia in versi. «Il suo vero tema – concludeva Spagnoletti – non è tanto la vita di tutti i giorni, con la religione del quotidiano che essa comporta, ma la vita pura e semplice, nelle sue molteplici occasioni. Certamente Montale avrebbe apprezzato in lui questo dono». Di Montale non sappiamo, né possiamo sapere, di Palazzeschi sì: «la vita pura e semplice» era la sostanza dell’uomo di fumo Perelà.

Paradossalmente, a complicare, per così dire, la situazione di Maffia, a quanti volessero ripercorrere il suo itinerario di illuminazione attraverso la poesia fino ad oggi è intervenuto l’ampliamento della sua operosità letteraria: da subito alla saggistica letteraria (1974), quindi alla narrativa (1982) per approdare (dal 1990) alla poesia dialettale. Perché ognuno di questi nuovi orizzonti richiede, bene o male che sia, diversi approcci interpretativi e soprattutto la capacità di collegare l’una all’altra scritture che rispondono a fini e poetiche diversi, arricchendo, è vero, l’autoritratto dell’autore, ma insieme rendendolo, proprio per l’infittirsi di particolari, meno immediatamente empatico. È il caso soprattutto della poesia dialettale, gran dono fatto dall’écrivan du terroir ad una terra relativamente povera in età contemporanea di autori dialettali, con la sua capacità di arrivare all’ecumene nazionale (e anche internazionale, a giudicare dal numero delle traduzioni).

Ecco: la più recente raccolta in lingua, La strada sconnessa, è per ora l’ultimo capitolo di quella autobiografia. Ormai,

La vita è dietro, sempre più dietro e sospira
come chi è stata tradita e accantonata,
e smarrita ci guarda e noi non possiamo
che prendere atto della sua cantonata

(Confusioni mattutine, 6)

Una sorta di bilancio esistenziale – o, se si vuole un «catalogo di ombre» (Confusioni mattutine, 14; Le sibille: «Mia madre diceva che sarei diventato un poeta famoso ed eccomi qui») che torna su temi già proposti o semplicemente affiorati nelle precedenti raccolte, ma stavolta con un più cupo senso della fine, quello che prova il fratello anziano che «affacciato sull’ombra/ teme il passo del mistero» (Residui, 13). Di qui l’evocazione di frammenti di memoria che a tratti lascia trasparire l’ansia della ricerca, di qui il ritorno frequente del tema dell’eros, esorcismo del male di vivere.

La conclusione di questo viaggio nel passato in una delle liriche più intense della raccolta:

Ora che quasi spento mi avvicino
alla fine dei giorni e il mio calvario
sta per chiudersi, vengo a sapere
che sono io il labirinto […] Adesso è tardi, mi piego
ad ogni svolta, a ogni passaggio,
cerco la via più breve, m’abbandono
alla luce che prima o poi s’avvamperà
del nonsenso, in me, che sono stato
perdita perenne di me stesso e del mondo.

Il tema in altre forme torna come un leitmotiv, per esempio in Scorci delle fessure dove si dice di sé e della poesia e conclude con la celebrazione della «castità del non essere» dopo la rinuncia ad una identità tanto necessaria quanto fittizia:

E non continuate a domandarmi chi sono.
Possibile che pensiate che io sia stato
una lunga linea retta
che va da questo punto a quello?

E più oltre:

Non essere stato che la croce
di un’anima dispersa in chissà quali chimere…

Quindi, nell’ultima parte del libro alla quale sono consegnate le cose migliori (L’incidente, Trasloco, Tutti lo sanno, Abbandono, Casuali interferenze, Avvertimento), a conti praticamente fatti, il poeta può rivolgersi a Dio per chiedergli se «qualche volta s’è pentito/ d’avere creato gli uomini e le pecore».

Sull’immaginato pianto silenzioso di Dio sul destino del creato si chiude il libro: la saggezza maturata con gli anni è nella raggiunta convinzione che non c’è né ordine né saggezza e che i bilanci sono falsati. Solo casualità e dolore nell’avvicinarsi «al guado dell’istante fatale/ che ci cancellerà in neutre dissolvenze» (Avvertimento), con la consapevolezza di «non essere stato che la croce/ di un’anima dispersa in chissà quali chimere» (Scorci dalle fessure, 7).

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