Dante Maffia: L’osmosi dell’esistenza come rifiuto dell’estremismo

 

di Sandro Montalto

L’attività di Dante Maffia è ormai talmente variegata e talmente ben seguita da una critica attenta, sia giornalistica che specializzata, da rendere impossibile una trattazione esauriente in poco spazio. Sostituiamo dunque la trattazione a tutto campo con una ampia nota biobibliografica.

Nato nel 1946 in Calabria, precisamente a Roseto Capo Spulico (nel cui dialetto scriverà molte poesie), Maffia si dedica ben presto alla letteratura, ed è autore di decine di volumi di poesia, prosa, saggistica. Ha fondato e diretto riviste e collabora a molti periodici. Ha diretto molte collane editoriali e curato diverse antologie, ed ha curato mostre, cataloghi, monografie di importanti pittori e scultori.

È tradotto in molte lingue su riviste e antologie; si segnalano almeno i volumi che lo hanno imposto all’attenzione internazionale: Poemata, in greco moderno, Atene, 1988 (trad. di Irena Adamides); Poesie in portoghese, Rio, 1989 (trad. di Teresinka Pereira); Walking in Rome, in inglese, New York, 1990 (trad. di Georgina Gordon Ham e Sylvia Uberti, introd. di Luigi Fontanella); Il ritorno di Omero in sloveno, Lubiana, 1985-1990 (trad. di Ciril Zlobec); Kosarba viperat, in ungherese, Budapest, 1990 (trad.di Ferenc Baranyi); Antologia poetica, in castigliano, Buenos Aires, 1990 (trad. e pref. di Antonio Aliberti); La primavera è un grido d’addio, in russo, Mosca, 1993 (trad. e pref. di Lev Verscinin); L’educazione permanente, in francese, Bruxelles, 1995, (trad. di Domenico Milano); Poesie, in svedese, Stoccolma, 1995 (trad. di Ingamaj Beck).

Scritto quanto dovevamo per dare un’idea dell’attività di Maffia, ci limiteremo ora a stendere una panoramica di alcune delle più recenti opere dell’autore, che come è sempre successo occupano i tre campi della prosa, della poesia e della saggistica. Nostro intento è segnalare come Maffia abbia sempre compreso alcune necessità vitali il un autore: di rifiutare le nette distinzioni tra i generi; di considerare la letteratura come un grande fenomeno da affrontare con le armi della cultura ma anche della sensibilità; di dedicare la propria attenzione ai fenomeni alti e bassi, ai massimi sistemi e alla quotidianità, siccomel’esistenza di un uomo degno della propria individualità e intelligenza è la risultante di questi elementi.

 

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Insieme all’imponente volume Poeti italiani verso il nuovo millennio (Edizioni Scettro del Re – Libreria Croce, Roma 2002) e a La poesia italiana verso il nuovo millennio (L’assedio della poesia, Napoli 2001) ed altri lavori, negli ultimi anni è stato stampato il volume Risalendo il Danubio (Lepisma, Roma 2005) che raccoglie scritti vari su Claudio Magris. Potrebbe apparire stravagante un volume del genere a chi conosca di Maffia soprattutto l’impegno poetico, ma occorre ricordare come egli non abbia mai mancato di confrontarsi con i temi della Cultura in generale, con autori che si sono occupati dunque di lingua come di colture, di nazioni come di filosofie, di storia come di immaginazione. Oltre che come valido strumento per addentrarsi nel denso mondo del Magris scrittore e saggista, dunque, questo volumetto vale come testimonianza letteraria di un’amicizia, diremmo, laddove amicizia è il naturale prodotto di una affinità elettiva. E le pagine di Maffia non fanno difetto di inflessioni letterarie nell’analisi metodologica, palesando soprattutto nei toni come la comune aspirazione dei due sia una partenza da territori propri (il mito asburgico l’uno, la tradizione letterario-filosofica del sud Italia l’altro) verso quella letteratura universale che vale anche come tentativo di rendere meno opaco il percorso dell’umanità, meno sfuggente la traccia dell’esperienza comune. Non possiamo infatti non apprezzare come la recensione a Il mito asburgico si apra come una critica all’usanza giornalistica di affidare la recensione di un’opera a uno specialista della determinata disciplina trattata in essa, usanza limitante oltre che «settaria».

Due percorsi, tra l’altro, quasi paralleli: basterà guardare le date dei vari scritti per notare come Maffia abbia accompagnato con le sue critiche le uscite magrisiane quasi in tempo reale denunciando così subito, soprattutto a sé, una comunanza di intenti e di metodi (il Magris poco più che ventenne di Il mito asburgico si fece notare anche per la vocazione scritturale sottesa al saggio, e non possiamo dimenticare varie prove di Maffia come il volume su Campanella). In La mostra del 2001 Magris affronta tre temi molto vicini a Maffia: la follia, la relazione letteratura-pittura e il dialetto, e una certa (sempre apparente) eterogeneità creativa la dimostra nel fondamentale Dietro le parole. Non a caso, in scambio intellettuale, nella prefazione a I rùspe cannarùte Magris descriveva l’autore come «all’incrocio di molte frontiere», capace di confrontarsi con «i nodi centrali della modernità […], attento alle ragioni storiche e allo sgomento del divenire».

Maffia in Risalendo il Danubio cita Richards il quale dice che tra i requisiti del buon critico c’è l’essere «in grado di rivivere fedelmente l’esperienza umana espressa nell’opera d’arte che vuole giudicare», principio che non va ovviamente preso alla lettera ma che segnala il difetto principale della critica odierna, un’asettica ignoranza. Occorre sentire prima di leggere e scrivere, ed essere fedeli al proprio vissuto il quale poi potrà essere efficacemente base di un percorso letterario. Non a caso Maffia, consapevole della distanza tra questo corretto atteggiamento e il sussiego letterario corrente, nota recensendo Microcosmi come le scorribande magrisiane nei luoghi cari dell’infanzia «potrebbero far storcere il naso a molti abituati a cercare nei libri i dialoghi sopra i massimi sistemi».

 

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Tra le recenti prove di narrativa, Un lupo mannaro (Pacini Fazzi, Lucca 2004) si segnala per l’insolita particolarità del linguaggio e al tempo stesso la consuetudine dei temi di fondo: la follia, la ricerca affannosa di una giustificazione al proprio esistere (concretizzata nell’impegno letterario e nell’amore seppur travagliato), persino la menzogna raccontata a se stessi per trovare giustificazioni e mancare così la vocazione all’onestà. E’ la storia di un uomo disperato, bisognoso d’amore, che si invaghisce della foto di una donna trovata in un cimitero, una foto senza nome né date. La storia penosa di un uomo che ulula la propria solitudine, è il caso di dire, e si sente graffiato nel profondo da una remota consapevolezza del corrosivo teatrino che ha messo su.

Scrittore, guarda un po’, il protagonista Annibale Scrivio è una sorta di idiota contemporaneo, insomma, che ha barattato l’innocenza con la incauta perversione di sé, con lo scialaquio delle proprie energie, un uomo che ha mascherato un amore autoerotico per amore perfetto (chi può essere, la donna ignota e anonima della foto, se non lui stesso?). Scrivio non insegue né potere né denaro, bensì un amore che in ultima analisi si rileva essere necessità profondissima di un confronto con la morte, laddove amare se stesso in una immagine sconosciuta potrebbe significare il tentativo di sopravvivere dopo l’estinzione. Egli si confronta con la morte e la concretizza, le dice che da qualche parte devono pur esserci «le tue emozioni, i tuoi pensieri, i tuoi desideri, le tue rinunce»; il fatto che la propria sopravvivenza egli non la deleghi alle proprie opere, diremmo, è conseguenza diretta dell’abdicazione dell’onestà di cui abbiamo parlato poco fa.

Non mancano gli afflati di chi cerca talvolta sapendo che non troverà e che ritroviamo nel Maffia poeta, il quale per un momento si proietta nel romanzo stesso e si definisce “demiurgo stanco” fino a contrappuntare le «lettere in una bottiglia» che la ragazza morta invia al protagonista così smembrato. Tale demiurgo dice: «Lo scrittore crea e nel creare mette la sua anima, le sue energie, i suoi pensieri; dunque arriva un momento in cui non possiede più nulla, perché ha dato tutto ai suoi personaggi». E l’immaginazione, malata, non manca di recriminare, forse con la voce della coscienza: «Ti diverti a mettere al mondo anche i morti e ascrivi loro colpe, vergogne, amori, dolori. È atroce». L’autore non può dunque non identificarsi con il lupo, e, se non ovviamente abdicare come egli ha fatto, chiedersi (onestamente) quante volte abbia scritto lettere spedite senza francobollo quando invece urgeva una sana e sonora conversazione a quattr’occhi.

La fine della vicenda, l’orchestrazione delle pulsioni distruttive insite nel protagonista fin dall’inizio, è il degno epilogo di chi ha rifiutato di ammettere come sensato e assurdo esistono e sono in perpetua osmosi, e come vivere e non vivere sono i due poli attraverso cui ognuno di noi ogni giorno oscilla: egli ha preferito scavalcare la necessaria fase di interscambio ed ha dunque abdicato alla sua finzione di scrittore, essendo uomo corrotto dalla cessazione di ogni spinta conoscitiva.

 

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Altra prova narrativa, Mi faccio musulmano (Lepisma, Roma 2004) affronta gli stessi temi: amore, follia, relazioni. La critica ha spesso detto che si tratta del racconto di una emigrazione al contrario, dall’Italia al Marocco, ma questo è in realtà solo il pretesto per parlare di un caso affascinante, stavolta sviluppato in uno stile essenziale ed asciutto, a tratti nervoso, di follia dettata dal rifiuto delle convenzioni. Il messaggio che non basta estraniarsi dalla realtà per trovare una realtà propria e migliore, anzi: si finisce come il protagonista ad innamorarsi di una insegna luminosa e a far collezione di dentiere, o a pescare nelle latrine pubbliche, aggirandosi in una Roma che «è una miniera e un indovinello» in cui possono capitare miracoli e disgrazie ingiustificate.

Il protagonista Italo Nasone ancora una volta rifiuta di riconoscere l’andamento pendolare dell’esistenza umana, così la rigida radicalità della mancanza di religione e del fanatismo religioso inducono la catastrofe: è il finto dialogo tra i dubbi del protagonista (barbone per scelta: «croste e crosticine gli avevano infettato l’anima, una purulenza malata che scambiava, o aveva scambiato, per protesta contro il mondo, per pretesa di giustizia, per disgusto della mediocrità e gli era diventata indifferenza, rifugio») e quasi la sua derisione, seppur affascinata, dei barboni che lo vedono come un santone, e diametralmente il suo spavento almeno iniziale per l’integralismo della giovane Aicha, convinta di sapere ciò che Allah vuole da loro. Dalla quale si lascerà alla fine convincere ancora una volta rinunciando alla propria razionalità, e senza prevedere che il fanatismo cerca sempre nuove vittime.

Il libro, insomma, nasce certo anche da una certa pulsione civile ma ci pare più onesto dire che il suo punto di forza – siccome si tratta di un libro davvero di piacevolissima lettura – sta nella fantasia onirica delle situazioni che qui davvero si scatena, e nella derivante fantasmagoria linguistica in cui anche l’espressione più triviale diventa un organico intarsio barocco. C’è bisogno di libri in prosa che finalmente rivalutino l’importanza del linguaggio come forma fondante, a dispetto della moderna idolatria della trama, idolatrata nelle sue polverose vestigia, però.

 

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Già Mario Luzi aveva inscenato nel suo dramma Ipazia (Rizzoli, Milano 1978), sullo sfondo di Alessandria e Cirene che sprofondavano nella debolezza mentre alle porte battevano i barbari, siamo tra il IV e il V secolo dell’era cristiana, le relazioni tra una Ipazia sostenitrice dei valori della cultura classica, e un Sinesio recentemente convertito al cristianesimo ed incerto se sostenere la tradizione o gettarsi tra le braccia del futuro («la luce del tramonto e quella dell’aurora non sono molti dissimili», aveva capito Sinesio, ma senza comprendere il reale valore di tale messaggio: non confusione ma necessità di sinergia). Ambedue sono vittima delle varie sfaccettature del fanatismo e incapaci di comprendere come l’unico atteggiamento aperto e fertile sia ancora una volta pendolare, osmotico, non integralista, e ambedue muoiono come vittime sacrificali e quasi per contrappasso, come già avviene nel Auto da fè di Canetti: l’una nell’incendio della splendida biblioteca, l’altro dandosi volontariamente in pasto alle orde di barbari per fare un gesto di rivalutazione della vita e della passione. Ma ambedue hanno denunciato la loro incapacità di fronteggiare il mutamento, la loro assenza di intelligente elasticità.

Maffia recupera il tema in La Biblioteca di Alessandria (Lepisma, Roma 2003) e ne fa una estremamente suggestiva rassegna di voci provenienti dalla biblioteca stessa, voci di autori o meglio ancora di libri che le fiamme stanno cancellando nella più violenta delle censure. Sono, anche, i brandelli esausti e non ricomponibili di quella Voce comune e univoca che l’antica concezione di biblioteca sottintendeva, ciò che per Borges in La biblioteca di Babele era rappresentato da un unico libro, tra gli altri ma superiore a tutti gli altri, che ne era «La cifra e il compendio perfetto».

Ogni testo è letteratura (la fitta trama di citazioni e riferimenti che denotano la buona conoscenza del periodo in cui la tragedia si consuma) e vita (la psicologia dei testi, diremmo quasi, che sentendosi lambire dalle fiamme si disperano soprattutto per la scomparsa di sé piuttosto che del mosaico di saperi che la biblioteca rappresenta). Su tutto, ovviamente, il canto dell’autore ben consapevole di ciò di cui si sta parlando: della distruzione in gran parte irrimediabile di secoli di civiltà.

Gli autori, dal canto loro, non sono più nulla senza le loro opere: «Senza i miei libri niente aveva più senso» dice Animosos Cautelo, e gli fa eco Casibulo Deondenes: «Senza i miei libri / ero niente». Ed Efrito Cacasipulos dice: «Il mio nome / non esiste più, in nessun luogo, / su nessuna pergamena. Se la memoria degli dei / è colpita da funesta distrazione / ciclicamente avremo disgrazie così vaste», cercherà di riscrivere la propria opera, ma il buio strinse la sua mente ed ora è «ombra che geme, inutile / circostanza d’un tempo senza tempo». Tescandilo Univocos dice che «non mi arrendo, voglio scoprire / […] se le mie parole si sono staccate / dalla mia anima» ma il dono dice chiaramente una rivolta votata al fallimento. Forse altri chiederanno parole di vita e di poesia, «Arriveranno di lontano. Domanderanno / parole nuove. Eratostene siederà / muto imprendibile davanti alla porta / della sua Biblioteca covando vendetta. // […] Eratostene resterà eternamente in attesa / di riavere dagli dei ciò che gli è dovuto».

Inesuro Assandalos era autore di centonovanta opere, ed ora che il fuoco le ha distrutte sente come «Molti adesso raccontano le stesse storie / che io avevo raccontato. Chi potrà mai dire / della mia primogenitura?», versi che devono far pensare a quel novello incendio distruttivo che è l’oblio a cui vengono condannati molti grandi libri (con le solite armi dell’ipocrisia: Lemmonio Minasica osserva come «Il fuoco entrò col pretesto di purificare»). A lui come a molti autori misconosciuti di oggi sarebbe piaciuto «qualcuno che citandomi mi dava / vita».

Finosio Giacanomos dice: «Ogni mio verso un grido degli dei / che amplificava la vita e allontanava la morte», e non possiamo non pensare a Leopardi, quando scrive nello Zibaldone (4450, 1 febbraio 1829) che la funzione della vera poesia è quella di rinfrescarci e accrescere la vitalità di chi la legge. La censura dei libri come censura della vita, dunque, della passione, dell’individualità. Ancora una volta, come integralismo. Versi nei quali, dice il poeta antico, «cresceva l’infinito», il che a ben guardare potrebbe rimandare ad altri passi leopardiani nei quali di parla della poesia antica capace di dare sentimenti infiniti, mentre quella moderna dà solo sentimenti finiti.

In esergo l’autore posiziona versi di speranza come «Non finirà la promessa della renovatio / […] Non si perde mai nulla»; e pensando al nome dell’editore che pubblica questo libro non possiamo non leggere nel verso «carbonizzati i topi, i lepismi ed i ragni», un tentativo di far sopravvivere la sapienza dei libri e di chi li scrive. Grava su tutto, comunque, la chiara percezione del passaggio dei barbari, che sono passati, hanno distrutto, e soprattutto si stanno dirigendo verso nuovi territori da distruggere. Lo stanno facendo anche ora, e Maffia tenta di avvertirci.

 

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Canto dell’usignolo e della rana (Libroitaliano, Ragusa 2005) raccoglie undici anni di scrittura (1989- 2000) antologizzando testi che in maniera efficace riflettono (l’accostamento con La biblioteca di Alessandria ancora una volta testimonia la comprensione del meccanismo pendolare più che bivalente) sulla quotidianità e dunque sulla caducità (la morte è un tema quasi costante nel libro), che esaltano senza cattiva retorica i valori delle piccole cose, o meglio delle piccole cose che hanno valore, senza mancare di una nobile ironia e senza vergognarsi di sinceri lamenti, quando vengono. Testi che si occupano dello slancio civile come dell’autoscopìa lirica. Non a caso il tono è dimesso ma sapienziale, fa pensare a certi antichi libri di favole intrisi di grandi miti (il titolo ricorda Esopo, lo segnala anche la prefazione di Giovanni Occhipinti), che non devono faticare per sottolineare una dignità a loro avviso palese.

Non mancano, come in tutta la poesia di Maffia, momenti in cui in un vorticosa successione troviamo espressioni ironiche, pulsioni surreali e squarci lirici un poco dolorosi, il tutto in un linguaggio piacevolmente scattante: «Nella campagna abbagliante di sole / la distesa di ginestre aveva / qualcosa d’irritato e d’inospitale. / Non avevamo una bussola né un riferimento. / S’approssimava il temporale / e l’orizzonte pareva una melanzana. / […] Avevamo sognato / le stesse cose, non sapevamo / se esserne fieri o sentirci già morti».

In altri momenti la lirica prende il sopravvento e c’è sempre un qualcosa che mette in crisi i codici e rende il testo tutt’altro che solo una intima confessione, mentre una musicalità interna regge un linguaggio piuttosto colloquiale: «Leggi un libro dopo l’altro e speri / nella rivelazione che possa spiegare / la crescita del mondo e il suo fine. / Non c’è via d’uscita e l’interferenza o la ferita / non ti sembrino una soluzione. / […] Tu non entrare nelle cose / per sostituirti all’immobilità. / Abbi pietà della morte». Se serve, Maffia è ancora più chiaro: «Lascia stare la filosofia, / hai il mento sporco di sugo, pulisciti. / Chi ti ha detto che la morte non ha legami / perfino con la pizza capricciosa?». Ecco allora che la promessa di un’apocalisse personale ed inevitabile può sciogliersi in un piccolo particolare, che la depotenzia e rende meno terrificante: «Prima che il buio dilaghi e ci cancelli. / Prima che le mani perdano la sensibilità / […] fermati un attimo / a consumare con me / l’elegia dei tuoi seni». Dalla morte risorge l’amore, dalla caducità sporge il valore del quotidiano. E lo fa con immagini quintessenziali nate da un vasto territorio di riflessione in versi, una cui parte è raccolta in Ultimi versi d’amore (Lepisma, Roma 2004); vediamo per esempio riferendoci al testo appena citato la conclusione del testo Dammi il tuo seno: «Dammi il tuoi seno, fa’ che il sonno arrivi / mentre bevo / la tua vita per cucirla alla mia. / Dammi il tuo seno prima che il dolore // trovi un appiglio per mortificare / questa canzone / colma di luce. Ma fa’ presto / se non vuoi che mi scoppi tra le mani». In questo libro, come in Canzoni d’amore, di passione e di gelosia (Pagine, Roma 2002), vengono accolte alcune manciate di schegge nate dalla deflagrazione che libera il nucleo più caldo, poi trasferito in libri come Canto dell’usignolo e della rana, mentre tutt’attorno si depositano frammenti i quali però spesso rivelano la traccia genetica che nei libri maggiori riconosciamo, e ci permettono di apprezzare un percorso di vita e letteratura.

Essendo poi la vita veramente vissuta una serie di interazioni, con cose persone e luoghi tanto reali quanto mitici, non manca nella poesia di Maffia il genere del resoconto di viaggio. Ma il poeta è lontano sia dal genere di Stendhal (il cui titolo Passeggiate romane è anche il titolo di uno dei primi libri di Maffia) disperatamente esauriente e sempre un po’ ossessivo, sia da Reisebilder di Heine, alla cui idea di diario di viaggio come diario di impressioni spesso errabonde (sull’orma di Sterne e di Jean Paul) è tuttavia un poco più vicino. Le libertà che l’autore si prende sono maggiori, egli non è una spugna pronta a impregnarsi dei luoghi visitati ma porta in essi la propria tradizione ed in essi cerca ciò di cui già prima aveva bisogno. Nascono così volumi come Diario Andaluz (ArCiBel Editores, Sevilla 2005) in cui porta tutta la sua tradizione di uomo jonico, cerca dietro ad ogni finestra l’ormai amico Garcia Lorca (a cui in anni lontani Sciascia lo paragonò) e tenta di tramutare ogni folklore in mito.

Oppure come Viaggio a Francoforte (Zambon Editore, Francoforte 2004), testo a suo modo più epico e quasi di (ri)formazione, in cui lo scontro con la realtà anche storica è più evidente. Maffia racconta di un viaggio in Germania per presentare la sua opera («Un grido di malinconia / mi taglia all’improvviso, e mi domando / qual è la ragione vera / di questo mio viaggio a Francoforte. / Rivedere Marcella dopo cinque lustri? / La vanità di farmi conoscere in Germania?») e si scontra con la nuda realtà di un mito di città che non è corrispondente al vero («Che cosa posso portarmi / da questa città che hanno imbastardito / mischiando il vecchio e il nuovo / senza criterio?»; «…..»), non potendo ricambiare che con una chiarificazione circa l’Italia, sfatando altri miti («I presenti stanno perdendo un’icona / e viene voglia di piangere. / Ma l’Italia che ognuno ha dentro / non si smaglia. Anzi! / E i coriandoli della nostalgia / si sparpagliano cantando»). Ma ancora una volta il poeta sa il confine tra realtà e menzogna, ma è circondato da gente che non vuole riconoscerlo. Preferisce allora ancora una volta rivalutare le cose quotidiane che gli permettono di stare aderente alla realtà: «In realtà accadono ad ogni istante / avvenimenti così normali, / ripetitivi, senza che nessuno sappia / perché si va e si viene da un luogo / o da un altro. L’alibi è il lavoro, la spesa, / la curiosità, la fede, / la necessità di esistere nel moto».

Tornando a Canto dell’usignolo e della rana occorre osservare ancora come talvolta i testi sono puri flash di banalissima esistenza (la sezione Minuetto appare proprio come un album di famiglia, di vita domestica), ma come abbiamo detto essi sono funzionali alla creazione di quel humus necessario a creare una poesia che per coincidere con la vita deve occuparsi sia di filosofia che di deiezioni: «La poesia è ricchezza o povertà? / […] Confesso / che non lo so, né mi sono mai posto / il problema. L’ho vissuta, l’ho scritta».

Ricordi, riflessioni sulla vita e la morte, ossessioni e distrazioni confluiscono nella sezione finale Ritratto del padre, in cui l’autore riesuma una Calabria in bianco e nero, nostalgica e quasi onirica, e arriva a citare tra virgolette il padre, il quale spesso pronuncia parole dalle quali la poesia stessa di Maffia sembra allontanarsi, per rifiuto o più probabilmente per stanchezza: «“La vita è breve, ma bisogna / fingere che duri eternamente, / soltanto così saremo uomini veri”»; ma anche il padre, nei «momenti / della malinconia», si guardava pensieroso «le mani leggère, / senz’oro, senz’alloro».

Ma uno degli ultimi testi ci consegna, nella sua semplicità, una chiave di lettura soddisfacente. Laddove i poeti defunti di La biblioteca di Alessandria mentivano a se stessi dicendo di voler risorgere e far vomitare al fuoco la sapienza che aveva rubato, qui il poeta, vivente seppur sempre pensante alla morte, dice al padre «Sappi comunque / che non mi sono arresa a niente / e la dignità è stata la mia bandiera». Una bella vittoria della vita, o meglio della vita e della letteratura vissute davvero, con uguale passione.

 

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Con la sua ultima raccolta poetica Al macero dell’invisibile (Passigli, Firenze 2006) Maffia ci propone uno dei suoi migliori libri. Un libro molto vasto quanto a temi e toni del quale enucleeremo alcuni tratti salienti.

Iniziamo con un particolare. Molti animali, in parte l’abbiamo visto anche in questo scritto, popolano la poesia di Maffia. Qui risalta decisamente la formica che «arrancando trascina / un petalo di geranio, l’ha confuso / con un suo desiderio, poverina!». Allo stesso modo l’autore ha sempre guardato al mondo come particella nell’universo, come operoso animale che deve avere una vita sociale, operare al meglio, abitare il mondo senza eccedere dalle proprie dimensioni e fuggire ogni pernicioso sussiego. Ora ci dice di aver inseguito la vita come qualcosa di estraneo, ma ci vuole dire di essere sempre per motivi affettivi rimasto quel ragazzo che in Calabria viveva osservando che «il mondo non aveva fessure, / nessuna notizia tragica o lieta lo scuoteva». In altre parole dicendo questo vuole denunciare o confessare di essere cresciuto in un mondo distaccato dalla storia  che non lo ha preparato dal mondo, e vuole dire come questo lo abbia segnato per tutta la vita. C’è in lui una scollatura tra il ragazzo che vedeva partire gli emigranti i quali spesso non avrebbero più dato notizia e il poeta cosmopolita che Maffia diventerà dopo essere stato anch’egli emigrante e dunque, in qualche modo profondo, traditore.

Ecco allora che l’autore esordisce scrivendo che «L’esperienza della scrittura è stata / lenta e insopprimibile. Da tutti / ho preso quel che necessitava / e di fiori ho fatto melma e viceversa. / La vita l’ho sentita come bava / di un mendicante e l’ho sempre inseguita». Già qui si osserva il poeta Maffia introdotto nella storia e nella letteratura di cui si ciba, il quale però descrive la scrittura come fosse una malattia o una cura dolorosa. Emerge anche l’autore consapevole della mutazione (non necessariamente evoluzione) come essenza della storia, in evidente contrasto con il mondo dell’infanzia chiuso in se stesso. La seconda poesia, che riportiamo per intero, esplicita con belle immagini vagamente surreali (ma intrise di correlativo oggettivo) questa discrepanza, questo iato, e insieme una atavica ribellione (simboleggiata dalla figura della madre, che rappresenta la terra, l’origine): «C’erano i pruni nell’infanzia / e certi rumori vaghi che venivano / da lontananze del mio cuore spento. Eppure / ero lì disteso a toccarlo il cuore, / a conservare i suoi fulmini in un fazzoletto / ricamato da mia madre. Sentivo / che il fazzoletto malediceva la strada / e invitava a restare nel buio / che ingigantiva. Divenne furioso / quando m’accorsi che il corpo / era caldo e tendeva all’assoluto». Una madre (quasi contrapposta più avanti al padre, che comunica maggiore apertura e nobiltà mentre «andava e veniva / dal nulla alzando cumuli di ginestre»), una origine, che l’autore definisce «mio rifugio eterno», ma che benedice e maledice: «io la sradico, la esalto, la sotterro».

Insomma Maffia questa volta guarda davvero negli occhi il disagio di una vita, e restituisce le sue sensazioni in versi forti e belli, talvolta posizionati a splendido capitello di robuste colonne («La fisionomia degli angeli / è un bastardo riflusso della genesi»). Non smette mai di dubitare di sé: pensa al proprio cuore di poeta e si vede peggio del saltimbanco: addirittura un «ginnasta / dell’effimero». Il mondo stesso sembra volergli ricordare il suo presunto tradimento (come lo abbiamo poco fa chiamato) con immagini davvero incisive: «Non voglio restare nella radura / abbandonato agli sciacalli, alla deriva / del caso che sciaborda con insulti minacciosi. / […] avanzano gli scorpioni / blasfemi e bugiardi per rapirmi a me stesso. / […] viaggio per infiniti nel messaggio incompiuto / trafitto da cicale che contestano / la mia presenza e la mia origine».

Tanto è serrata la lotta interna che la poesia attraversa addirittura momenti di trance laddove evidentemente i colpi sferrati sono tanti da creare un disturbo di frequenza: «… / levigati dal mare nel continuo disastro / apparecchiato nel sublime grido che / schianta l’ardore e ne fa diademi / e giostre che ruotano ruotano sillabando / imitando la vita regalando il minuto / …».

Tutto questo per dire che siamo in presenza dell’autentico e fedelissimo referto psichico di un poeta che ha convissuto una vita intera con una atavica lacerazione. Dopo aver in molti libri offerto spiragli più o meno generosi egli ha la capacità e l’energia di darci ora un affresco autobiografico di tale ampiezza e profondità, e davvero l’occasione pare eccezionale.

Oltre a tutto ciò, l’autore dissemina molte tracce che rimandano a qualche suo problema di salute, come se qualcosa lo avesse colpito e messo non solo storicamente ma anche carnalmente a contatto con la morte. In questo il suo animo battagliero, nonostante la registrazione sincera di alcune cadute di energia, non fa che acquistare coraggio: se è vero che «dentro la malattia si vive morendo / nel solco di voci troppo distratte scrivendo / miracolosi calorosi accenti / di sintesi» è parimenti vero che l’autore (a differenza di certi filosofi che si consolano davanti alla morte pensando al mondo schifoso che lasciano) non sa abbandonare un mondo imperfetto come se richiamato dal valore civile del suo essere poeta non potesse andarsene lasciando un lavoro incompiuto: «io / non riesco a morire in pace / nella mediocrità che mi perseguita».

Possiamo allora tornare al tema degli animali in questa poesia. Ci paiono molto belli i seguenti versi: «Irritato un calabrone / danza sui vetri della finestra. / E’ come se dovesse accadere un evento / e mutare la storia. Ma tutto si risolve / per il verso opaco delle abitudini. / In un’ora si distrugge un calvario, / si compie il misfatto delle similitudini / e perisce l’illusione». L’autore denuncia le ingenue aspettative, così come denuncia la disattenzione che ha causato la mediocrità poco sopra citata: «La poesia è una baraccopoli / nella quale cadono le stelle / e nessuno ci fa caso». Non un luogo meraviglioso, un paradiso, bensì una baraccopoli. Possiamo forse dire che vale per Maffia l’ontologia negativa di Giorgio Caproni: l’esistenza umana non oppone al Nulla un Tutto, bensì un Poco; bisogna rendersi conto di questo se non si vogliono commettere distruttivi e frustranti errori di prospettiva, salvo poi ovviamente, fugate le illusioni, comprendere come quel Poco per l’uomo sia tutto.

Tra le cose da conservare, per l’irrisolto Maffia che pian piano ha saputo capire e valutare gli opposti estremi della propria natura, sta la nozione di diversità, fonte della dialettica pacifica e costruttiva, da accogliere come si accoglie un fratello, o un emigrato molto tempi prima che torna carico di esperienze da comunicare: «Le città per crescere / devono aprire le braccia, / e gli orologi / non devono scandire la stessa ora / altrimenti la morte avrà / a un certo punto un solo appuntamento». Ben raramente è dato di leggere l’opera di un poeta che si confronta così lucidamente con la storia partendo da un ricco bagaglio di esperienze personali concrete, senza la vergogna dei propri sentimenti, con amore per l’uomo e intelligente senso del limite.

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