Parola ai Poeti: Dante Maffia

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Se ti riferisci allo stato di salute attuale devo subito dirti che è buono ma nascosto, occultato, emarginato a favore di malattie perniciose annidate nella malevolenza e nella ignoranza di alcuni “gestori “ (sic) di collane prestigiose. Lo stesso si dica dei poeti. Ne abbiamo di eccellenti. Pochi, ovviamente, ma eccellenti e non sono certamente quelli difesi dalle sigle storiche. Lo dico senza ombra di polemica, ma soltanto dopo avere indagato a lungo, avere cercato di leggere tantissima poesia, reperita anche con una certa facilità perché sono in giuria in parecchi premi letterari.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Soltanto dal fatto che Aldo Palazzeschi mi dette con entusiasmo la prefazione richiesta. Con chi pubblicare è stato d’obbligo, perché organizzavo da circa due anni le serate alla Libreria di Remo Croce a Roma e il libraio mi compensò pubblicando Il leone non mangia l’erba. Mi aspettavo di essere letto e recensito, e ci riuscii perché allora, siamo nel 1974, esisteva ancora quella che io chiamo la “civiltà letteraria” ed esisteva una vera attenzione ai testi.  Mi entusiasmò l’essere preso in considerazione al “Premio Viareggio”, mi entusiasmarono delle lettere di belle ragazze universitarie e l’interesse di Leonida Repaci, di Milena Milani, di Mario Scotti e di altri importanti personaggi che io stimavo. No, non ebbi delusioni, anzi… mi si aprirono le porte delle conoscenze.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Non cambierei niente, a meno che non mi fosse data, impunemente, la possibilità di uccidere molti impiegati sussiegosi che hanno scambiato la poesia per letterine a Babbo Natale o alla Befana o per lettere commerciali o lezioncine elementari di fisica o di scienze.
Credo che i poeti non si aspettino niente dagli editori. Qualcosa semmai l’aspettano dai lettori, sia da quelli cosiddetti professionali, cioè i critici, e sia dai lettori comuni. Ma anche in questo caso si tratta di innocente illusione, perché la poesia si legge poco e male e a scriverla, ormai, sono per lo più i primi due tipi catalogati da Arthur Schopenhauer. Dice il grande filosofo che vi sono tre tipi di autori:”in primo luogo, coloro che scrivono senza pensare. Questi scrivono ciò che a loro detta la memoria, in base a reminiscenze, oppure attingono, perfino direttamente da libri altrui. Questa classe di scrittori è la più numerosa. – In secondo luogo, vi sono scrittori che, mentre scrivono, pensano. Essi pensano al fine di scrivere. Simili tipi s’incontrano molto spesso.  – In terzo luogo, vi sono scrittori che hanno pensato prima di accingersi a scrivere. Scrivono soltanto perché hanno pensato. Sono rari”.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

La poesia di domani sicuramente troverà sempre più ampi spazi nel web e sarà presente anche nei centri commerciali, ma internet è un meraviglioso mostro che non sa distinguere il bene dal male, il bello dal brutto, la poesia dalla non poesia e poiché è il ricetto della libertà più assoluta, finirà per diventare lo scaffale più corrotto, più sciocco e più superficiale possibile. E quando poi la folla dei versi diventerà un cumulo infinito di sciocchezze nessuno vi potrà entrare, ammesso che ne abbia voglia. L’eccesso di offerta senza controlli, senza il minimo di verifiche letterarie (non penso assolutamente a nessuna censura, ma all’educazione necessaria per imparare a scrivere un verso, a esprimersi compiutamente e fuori dalla comunicazione quotidiana) porterà al ridicolo.
Parola di profeta.
Internet ha molti vantaggi, ma non basta offrire poesie, bisogna che queste poesie siano davvero tali. Già, e chi lo stabilisce? Io, per esempio, ma dopo avere studiato tutti i classici, dopo avere affrontato l’intero Novecento… Non ci si improvvisa poeta; la poesia è sicuramente un dono, ma ha bisogno, come tutti i doni, di esercizio, di educazione, di approfondimento, di confronto, di morti continue (“Il poeta muore diciassette volte in una sola giornata, poi viene la morte e dice basta” – scriveva Raffaele Carrieri), di resurrezioni altrettanto continue.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Certamente, ma senza ergersi a corte suprema, senza sentirsi “giudice”; con la più ampia apertura mentale, con una complicità assoluta che permette di entrare nella polpa viva delle parole per saperne bere il senso soprattutto recondito. La poesia è un prodotto culturale molto particolare che spesso sfugge a tutti i controlli proprio perché è creazione e quindi priva di punti immobili a cui rifarsi se non in un rifrangersi rinnovato e completamente vergine. I critici dovrebbero avere l’umiltà di ascoltare il respiro del poeta, non avvicinarsi ai testi con metodi preconfezionati. Mario Fubini sosteneva che sono i testi stessi a suggerire come vogliono essere presi, interpretati, offerti, consumati , amati, violentati e vissuti. Se si agisce a questo modo si rende anche un servizio alla comunità, altrimenti si fa soltanto palestra di concetti criptici, di paroloni ed esibizioni di bravura e quindi non ci si rivolge a nessuno. Chi vuoi che si avvicini a un libro di poesia dopo avere letto un saggio di Gianfranco Contini o di Pier Vincenzo Mengaldo? E bada che non sono soltanto io a dirlo, ma anche molti ex studenti che hanno frequentato le Università presso cui i due signori citati hanno avuto una cattedra.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Intanto si impari ad utilizzare il canone, magari fino a idolatrarlo. Poi lo si metta da parte. E’ indispensabile nell’approccio, poi però non si deve restare nella sua rete, nel suo carcere. Poi si imparino le regole, altrimenti come si fa a scardinarle? Comunque l’eventuale scardinamento non si dovrebbe mai mettere in atto in modo provocatorio, semmai come esigenza di rinnovamento. Ciò può accadere dopo un duello serrato, all’ultimo sangue. E per fare questo bisogna avere a disposizione armi affilate e conoscenza perfetta dell’avversario. Invece la mia impressione, guardandomi attorno, è che la marea dei poeti –quasi nella totalità- non si preoccupa nemmeno di sapere che cosa c’è stato un anno fa, dieci anni fa o un secolo fa in poesia. Ho voglia di scrivere e scrivo, e pubblico anche, e ovviamente poi pretendo di essere riconosciuto, premiato, osannato e benvoluto.  E magari anche letto e studiato! “In nessun campo la disonestà è così grande come in letteratura”, sono parole di Goethe, perciò il problema non è nuovo, anche se adesso si  è infoltito diventando più subdolo, più perverso, più invasivo.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Non aspettarti che ti dica davvero che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura in un paese come il nostro che potrebbe vivere agiatamente soltanto di cultura e di arte. Tutti si scandalizzano quando ai  Ministeri vengono assegnati politici assolutamente crudi della materia che andranno a gestire. Niente competenze, niente conoscenze… niente di niente… Se un Ministro della Cultura fosse un poeta vero (qualche esempio in Africa e nell’America Latina l’abbiamo avuto) automaticamente le sorti della cultura e della poesia troverebbero legittimità e promozione fino a diventare misura estetica e quindi etica del vivere civile. Ma questo è un sogno, anzi un’utopia, che comunque io continuo coltivare fedele all’insegnamento di Tommaso Campanella.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Questa sì che è una domanda da miliardi di miliardi. Eppure è come l’uovo di Colombo. Fuori dalla direzione delle case editrici i funzionari  che prima o poi si arrogheranno il diritto di imporre la loro poesia e la loro narrativa. Lo ripeto spesso, un tempo a stabilire ciò che doveva pubblicarsi c’erano personaggi come Bazlen, Pancrazi, Cecchi, De Robrtis, Pavese, Vittorini, Spagnoletti, Sereni, Vigorelli, Ravegnani, Titta Rosa (che avevano letto, studiato, comparato, approfondito, lavorato alla letteratura come si lavora alla terra con la zappa). Adesso non so. Una nazione si può educare poeticamente? Forse sì,  allora bisogna che venga offerta poesia che grondi di vita, di luce, di mistero, di verità, di frenesia, di canto, di cultura, di pensiero e non di balbuzie,  di ramaglie secche, di scampoli di un quotidiano privo di calore.
Questo permetterebbe di agire facilmente, e suscitando entusiasmo, nelle scuole. Lo so, è un vecchio ritornello, ma è dalle scuole che bisogna cominciare ad abituare alla lettura dei testi poetici e non con le maledette postille delle spiegazioni retoriche. Basti pensare alla poesia come a una composizione musicale… E’ possibile “spiegare” Bach, Mozart, Scriabin, Bizet, Rossini? Ecco, a questo punto il Ministro che abbiamo citato potrebbe intervenire e spianare la situazione. Jorge Luis Borges ha detto e ridetto di evitare introduzioni e altre diavolerie teoriche prima e dopo avere affrontato la lettura dei versi. Per caso osservando e godendo un paesaggio ci si teorizza sopra? Baciando una ragazza ci si teorizza sopra?

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta è fermamente un cittadino e altrettanto fermamente un apolide. E’ anche il contrario di un cittadino e il contrario di un apolide e spesso non sa neppure chi sia veramente e perciò non ha nessuna responsabilità verso il suo pubblico. Anche perché non ne conoscerà mai l’identità, le origini, le aspirazioni, i progetti, le convenienze e le preferenze. Egli parla al sole, alle piante,  a se stesso, anche se si tratta di un se stesso dilatato e versato nel mare immenso dell’essere. Non mi piace pensare al poeta come  a qualcuno che debba avere dei comportamenti stabiliti, come a qualcuno che ha degli obblighi morali e degli impegni da eseguire per educare l’uomo a un qualcosa. Il poeta è soltanto una miccia innescata nel cuore dell’uomo e si tratta di una miccia che farà detonare la bomba non si sa quando, né dove, né se mai. E poi spesso la poesia è una misteriosa vertigine del nonsenso che sprona a entrare nella sfera di una verità che corre troppo in fretta ed è difficile agguantare.
Se così non fosse dovremmo rimettere a morte  Cecco Angiolieri, Francois Villon, Lautréamont, Rimbaud, Baudelaire, …..

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

“Amore e primavera vanno insieme”. Senza ispirazione (o la si chiami come si vuole, visto che alcuni storcono il naso nel sentire pronunciare questa parola)  non si va da nessuna parte. Ma senza disciplina l’ispirazione può dare frutti limitati, perché lo strumento linguistico può fare miracoli se sente il fermento divino accompagnarlo. Una volta, ma non ricordo di chi fosse l’appunto, lessi che se Vincenzo Cardarelli avesse avuto più profonda e larga cultura avremmo avuto un altro Leopardi. Questa affermazione, vera o falsa che sia, è però illuminante e ci fa comprendere che per esprimersi in compiutezza e in raffinatezza, oltre che il perfetta consonanza con le emozioni, se abbiamo lo strumento ben affilato, i risultati saranno strabilianti, direi perfetti. In pittura ci sono stati un paio di grandi autori naif ma in poesia non ce ne sono stati e non ce ne saranno e le ragioni mi sembrano tanto ovvie che non mi spreco neppure a dirle.
Quanto a me, non mi discosto da ciò che ho tentato di spiegare, anche se nel mio animo arde un  fuoco sempre acceso e scoppiettante che aspetta soltanto la magia di un assenso per entrare nell’agone. La poesia per me è fede profonda, quotidiano malessere-benessere che mi squarcia i veli d’ogni cosa facendosi parola. L’unico limite è che qualche volta quella parola appartiene a me soltanto senza possibilità di aprirla verso gli altri.
Una volta chiesi a Emilio Greco se aspettava l’ispirazione per disegnare o per scolpire. Lui mi rispose che ogni giorno andava nel suo studio a lavorare e se l’ispirazione arrivava lo trovava già pronto. Anche in poesia bisognerebbe fare così, lavorare tutti i giorni  e abbandonarsi al demone quando arriva con la prontezza necessaria a non far disperdere l’attimo divino.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Scrivo perché ho bisogno di farlo, perché se non lo faccio scoppio, perché se mi pongo una ragione per farlo tutto mi diventa didascalico, abominevole lezione, banale quotidianità. Scrivo per non morire, per uscire dalla mia povera dimensione di uomo in cerca di una dimensione in cui mi possa sentire fuori dal gregge. Non voglio comunicare niente a nessuno, altrimenti spedirei dei telegrammi, come diceva Truffaut, né emozioni né idee. Se poi chi  eventualmente mi legge (ma il lettore ideale di me sono soltanto io stesso) trova emozioni o idee buon pro gli faccia. La poesia è un mistero che possiedo come possiedo gli occhi verdi e i capelli grigi, non mi sono mai posto il problema se attraverso di essa io debba comunicare qualcosa. Tuttavia poiché pubblico libri si presume che cerchi adesioni. Certamente. Ma non so di che genere. E non so nemmeno se voglio adesioni o battimani, o consenso, o dissenso.” Perché fiorisce la rosa? / Fiorisce perché fiorisce, / senza un perché”. Sono versi di Angelo Silesius.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Che perdo la mia vita appresso a sogni di cui non conosco il significato; non sanno che io sono davvero, come ha definito il poeta Nelo Risi, “il supremo realista”.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Ho avuto la fortuna-sfortuna di lavorare a scuola, quindi di avere contatto quasi giornaliero con la letteratura visto che ho insegnato italiano. Fortuna perché la possibilità di conoscere i testi è stata facile; sfortuna perché a stare sempre a contatto con la poesia poteva far insorgere in me il fenomeno dell’ottundimento e rendermi cieco dinanzi a Saba o a Lorca. Chi scrive per mestiere può dare frutti, anche succosi, nella saggistica e nella critica, non certamente nella poesia. A meno che non abbia anche quel dono  e in tal caso sarà per lui una grande fortuna.
Ti riferisci alla mia condizione di poeta? La vivo meravigliosamente, perché mi permette di scandagliare un mondo negato a molti, di penetrare nei recessi segreti dell’umano e trarne una linfa che mi fa sentire la semplicità del vivere come un dono, che anche altri ovviamente possiedono, ma di cui io ho piena consapevolezza. E tu lo sai, la consapevolezza rende gelosi i diavoli e Dio.
Essere poeta, in una società come quella odierna, permette di saper riconoscere le cose autentiche da quelle false. Credimi, non è poco.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Che sulla mia tomba, quando sarà (e non faccio scongiuri) ci sia scritto che sono morto per sempre. Per il futuro della mia poesia non ho pensieri, o forse uno sì: mi auguro di trovare anch’io, come il mio illustre omonimo, un Osip Mandelstam che mi comprenda nelle pieghe più intime, che sappia leggermi senza schemi e senza il peso degli orpelli, fuori dalla storia, in un universale candore in cui contano le essenze delle verità diventate emozioni eterne. Non importa se dovranno passare settecento anni anche per me.

 


 

Dante Maffìa è nato a Roseto Capo Spulico, nella sibaritide. Si è laureato in lettere all’Università di Roma. Esplica la sua attività critica sulle maggiori riviste italiane tra cui “Misure critiche”, “Nuova Antologia”, “Il Veltro”, “Poesia”, “Stilos”, “Proa Italia”. Ha collaborato anche a “La fiera letteraria”,  “Il giornale di Calabria”, “Il Mattino”, “La Voce”, “La Nazione”, “Nuovi Argomenti”, “Il Cittadino”, “Paese Sera”, “Lunarionuovo”,“Otto/Novecento”, “Periferia”, ed è stato corrispondente de “La Nacion” di Buenos Aires. Ha curato per anni la rassegna dei libri per RAI 2 E’ redattore degli “Studi di Italianistica nell’Africa Australe”..
Come poeta fu segnalato, agli esordi, da Aldo Palazzeschi, che ha firmato la prefazione al suo primo volume. Come narratore fu segnalato da Giampaolo Rugarli. Poi hanno scritto di lui le figure più eminenti non solo della letteratura italiana. Segnaliamo soltanto alcuni giudizi. Quello di Leonardo Sciascia che detta: “io sono convinto che tu sei uno dei grandi poeti di cui si parlerà molto; nelle tue parole  c’è la carne viva di un Sud che non vuole restare nel guado e vuole liberarsi dalle ombre”; quello di Dario Bellezza che afferma: “Maffìa è uno dei più felici poeti dell’Italia moderna”; quello di Maria Marcone: “Conobbi Dante Maffìa nel 1976… da allora ha fatto passi da gigante andando sempre più avanti fino a diventare dopo Luzi il più grande poeta vivente italiano tradotto in tutto il mondo e studiato all’università”; quello di Giuliano Manacorda: “Con questi testi (La Biblioteca d’Alessandria) Maffìa dimostra davvero di essere uno dei maggiori poeti italiani del secondo Novecento”; quello di Claudio Magris: “Capace di nuda essenzialità e di freschezza primordiale, Maffìa è poeta doctus: la sua opera comprende la lirica come il romanzo, la saggistica e la critica. Scrittore che si situa all’incrocio di molte frontiere, Maffìa si è confrontato con tante voci della letteratura contemporanea e con i nodi centrali della modernità, una delle caratteristiche più felici è la competenza di sottile e agguerrita coscienza critica, attenta alle ragioni storiche e allo sgomento del divenire, e fantasia mitica, pervasa dal senso dell’immutabile unità dell’essere. Entrambe queste corde sono vissute con generosa umanità, con un’intensa capacità di calarsi totalmente, con tutto se stesso, nel caldo e impuro fluire della vita”: quello di Giuseppe Pontiggia: “Mi faccio musulmano è un’opera che resterà per testimoniare questo nostro tempo di grandi mutamenti”; quello di Norberto Bobbio: Il romanzo di Tommaso Campanella è opera in cui l’erudizione, la cultura e la filosofia hanno saputo sciogliersi in racconto lucido e compatto”.
Ha pubblicato oltre venti volumi di poesia, nove di narrativa e dieci di saggistica, e numerosi  scritti monografici sui grandi pittori e scultori contemporanei. Molti suoi libri sono tradotti all’estero (Francia, Russia, Svezia, Spagna, Argentina, Ungheria, Bulgaria, Germania, Stati Uniti, Belgio, Cina, Polonia, Macedonia, Brasile, Slovenia, Slovacchia, ecc.).Esiste perfino una traduzione in latino de La Biblioteca d’Alessandria. Ha vinto, tra gli altri, i premi “Tarquinia-Cardarelli”, “Martina Franca”, due volte il “Reghium Julii”, due volte il “Circe-Sabaudia”, “Camaiore”, due volte l’ “Alfonso Gatto”, “Stresa”, “Trastevere”, “Acireale”, “Lentini”, “Brutium”, “Lanciano”, “Vanvitelli”, “Calliope”, “Montale”, “Città di Venezia”, “Città di Cariati” (ex-aequo con Alda Merini), “Firenze”, “Marineo”, “Cirò Marina”, “D’Alessandro”, “Palmi”, “Viareggio”, “Corrado Alvaro”, “Calopezzati”, “San Vito al Tagliamento”, “Fiorino d’Oro”.
Il Presidente della Repubblica Ciampi lo ha insignito di medaglia d’oro alla cultura nel 2004 insieme con Uto Ughi, Giuseppe Tornatore, Ermanno Olmi, Raffaele La Capria, Achille Bonito Oliva e Piero Angela. Ha vinto anche il Premio “Giacomo Matteotti”. Nel 2009 la rivista “Periferia”  gli ha dedicato un numero monografico.

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3 Comments

  • No, non lo è – almeno secondo me. Perché, il poetico è sinonimo di persona modesta a tutti i costi, introversa e possibilmente sfigata?
    L.

  • Parole, queste, di un maestro vivente di poesia, sulle quali a lungo meditare. uno sprone per riflettere su tanta superficialità dilagante in poesia, un invito alla profondità che proviene dalla lettura dei grandi,imprescindibile per imparare ad essere severi giudici di se stessi.
    annamaria ferramosca

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