Altre Voci n.22: Ricominciare da TÀ. Per una nuova mitologia contemporanea

 

Note a margine di due opere di Ida Travi*

 

«Impossibile tornare al passato, impossibile|guardare al futuro».

Con queste parole si apre l’ultima raccolta di poesie di Ida Travi – TÀ. Poesia dello spiraglio e della neve. Moretti&Vitali, 2011 – : due versi brevi e potentissimi per dire tutto lo stallo del mondo, tutto l’impasse dell’uomo.

Più che una rivelazione, queste parole risuonano come la constatazione di un dato di fatto noto a tutti, divenuto a tutti gli effetti parte integrante di quella che chiunque è in grado, oggi, di riconoscere – arrendevolmente e con disarmo – come la propria condizione esitenziale, nel rispetto delle intenzioni della poetessa che mostra di non avere nessuna pretesa oracolare: «Tanto nessuno ha portato il libro | Nessuno può fare la profezia».
Però, nonostante tutto, l’elemento di novità e, oserei dire, di verità di questa raccolta è grande e si impone alla lettura.

Intorno a questo che oggi risulta un dato di fatto e che cominciò come un terribile ammonimento, si è costruita molta della letteratura del secolo scorso e quella della decade che ci siamo appena lasciati alle spalle.
L’impressione, però, è che il razionalismo postmoderno in connubio con previsioni apocalittiche, utopie disastrose, iperrealismi catastrofici, futuri distopici e nostalgici ritorni a improbabili tempi in cui si stava meglio quando si stava peggio, non abbiano lasciato molto spazio all’esercizio della speranza, ovvero alla pratica della possibilità.

Il decostruzionismo da un lato e, dall’altro, il moralismo critico sembrano aver riempito tutti gli spazi del linguaggio che, convertitosi necessariamente in mera retorica degli eventi, è stato privato a mano a mano di tutta la sua potenza creatrice di nuovi sensi e, dunque, di nuovi mondi.
E così «È finita con la polvere nel piatto | Abbiamo alzato il tiro, e adesso ai nostri piedi | C’è la rondine morta || C’è la rondine morta, presa a fucilate | Presa a fucilate proprio a metà del volo | Come abbiamo imparato in poesia».

L’estenuante ripeterci, anno dopo anno, lo stesso monito ha fatto sì che dal paventarlo passassimo, impercettibilmente e senza soluzione di continuità, al viverlo come una specie di inesorabile profezia autoavverata: la prova tangibile di quanto il linguaggio possa incidere sulla nostra percezione del reale, sulla nostra costruzione della realtà.

Platone ha cacciato i Poeti dalle città un milione di volte, ormai, e non c’è rimasto più né tempo né spazio per le favole: impossibile tornare al passato, impossibile guardare al futuro. Ci resta l’eterno ritorno del sempre presente uguale a se stesso e le sue inumerevoli descrizioni, enunciazioni, analisi, astrazioni, trascendentalizzazioni, decostruzioni.
È necessario, allora, abbassare il tiro e, «per amore della verità», «rinunciare ad ogni abbellimento».

C’è chi afferma – ed io ne sono convinto – che questa non sia l’unica realtà possibile. Se ciò è vero, allora è lecito pensare che tocchi (anche e soprattutto) alla poesia proporne di nuove, di radicalmente nuove.
Farlo è rischioso e risultano necessari molta forza e molto coraggio per sostenere il peso di tanta responsabilità: altro che poesia civile o filosofia politica, qui si sta parlando di azzerare tutto e ricominciare daccapo.
E a me pare che, con questa raccolta, Ida Travi tenti di fare proprio questo: assumersi la responsabilità di offrire al mondo la possibilità di una nuova realtà, con tutti i rischi che ciò comporta.
Lo fa proponendo ciò che a me piace definire una nuova mitologia contemporanea che «narra ciò che in realtà non è, o non accade una volta per tutte, ma si fa, fuggevolmente diventa», perché «si narra proprio quel che si cancella, cioè quel che si toglie dal reale e si trasforma in opera»: deporre segni, emettere suoni, è sempre un sovrascrivere al già scritto, un sovrapporre al già detto, quindi un cancellare – fosse anche il bianco di una pagina o il silenzio di una stanza.

Una mitologia, questa della Travi, che non proviene dal totalmente altro, che non è il frutto di un intromissione esterna o di un intervento divino, ma è il risultato di un processo endogamico di rigenerazione del già esistente che non rischia mai di diventare una tautologia.
Una mitologia che non si fonda su un atto di fede degli uomini verso un profeta, bensì su un patto di fiducia tra esseri accomunati dalla medesima tragicità, poeticamente intesa come «il fatto di dover nascere e morire, di dovere, in questo lasso, inscrivere una storia di cui non siamo a conoscenza, se non alla fine dell’opera». Una mitologia, perciò, che non ha confini se non quelli dei margini della pagina scritta o della lunghezza d’onda della voce.
Una mitologia, infine, che è solo agli inizi, che è incompleta, solo un abbozzo. Un abbozzo di innumerevoli piccole storie delle quali la Travi ci offre brevi scatch, singole sequenze, puntuali episodi di una saga, lunga come la storia, ancora tutta da scrivere, da costruire, da vivere e raccontare! Compiti, questi, che non spettano solo al poeta ma anche e soprattutto al lettore. Perché – questo è il patto che qui si instaura tra poeta e lettore, questa la grandezza di questa raccolta – senza il tramandarsi della vita e della voce, entrambe intese come gesti pieni che antecedono qualunque esercizio di coscienza, la parola si svuota e svuotandosi muore sulla pagina già morta, in silenzio, come se non fosse mai successo nulla.

I versi di Ida Travi sono quelli di una poesia «scritta per essere detta», caratterizzata da una prominente indole orale che «con i modi del dire» tenta di fondare «i modi dell’agire».
L’eliminazione di «impalcature linguistiche utili all’enunciazione di principi astratti», ottenuta grazie all’utilizzo di «una lingua ridotta all’osso», contribuisce alla costruzione di un discorso in cui prevalgono «enunciati di fatto»: in questo tipo di poesia «qualcosa si compie, qualcosa accade, fosse anche soltanto il verso stesso».

Questo tipo di scrittura – capace di rinunciare alle esigenze del discorso funzionale, senza per questo assoggettare le proprie necessità espressive a forme di ermetismo tardonovecentesco o di sperimentalismo neoavanguardistico – denota la spiccata volontà di allontanarsi da qualunque tipo di formalismo e di linguaggio poetico fine a se stesso che rischino di ridurre la presa di coscienza etico-politica che l’autrice vorrebbe universalizzare ad una personale lotta espressiva tema di acutissimi dibattiti critco-accademici.

Ma quali provviste, Olin

La merce siamo noi, siamo la merce
Che può fare acquisti

Olin, te lo dico in un orecchio
E tu dammi l’orecchio

Quando l’aquisto riguarda il pane, i tempi
Sono prossimi alla redenzione.

Questi pochi versi di incontestabile efficacia hanno la stessa portata di un manifesto che, in risposta allo svuotamento etico dell’ambito politico, cerchi di preservare e proteggere quel che resta dalla colonizzazione del miraggio capitalistico e dalla contro colonizzazione del sintomo comunitarista, attraverso l’universalità delle sue affermazioni.

A leggere le poesie di TÀ ci si riempie la bocca: le parole sono dense, i discorsi fluiscono pastosi in assoluto contrasto con la suggestiva evanescenza delle immagini proposte. Immagini che fanno tornare indietro, al tempo neonatale in cui «si ascolta con la bocca», disseminando «l’integrità concettuale della cosa in sé … nella molteplicità dei suoni e dei casi». Ed è proprio per «questa frantumazione, per questa dissoluzione dell’unità del vero, che il poeta tiene chi ascolta chiuso in un incantesimo e non lo lascia pensare».
Se si accoglie con fiducia l’invito della poetessa ad osservare lì dove indica il suo dito, al di là di ogni pregiudizio, si produce un incantamento capace di liberarci da ogni barriera del funzionalismo retorico del pensiero «attraverso uno stato di sospensione del reale, o una forma di dissoluzione temporanea del mondo nella molteplicità dei segni» che consente, almeno in quell’istante, di esperire il sollievo che deriva dal «superamento del tragico» in atto.

Il luogo in cui ci porta la mitologia di Ida Travi è un posto reale dove l’esperienza supera il pensiero; è quella parte di mondo rimasto ancora inesplorato «più pericoloso della terra», dove il rischio è perdersi. È un luogo del mondo «a cavallo del tempo» che «era caduto dietro l’occhio, ecco | Perché non si vedeva più!».
Poi, qualcuno è arrivato e ha battuto alla porta,  «una piccola porta e l’insegna che sbatte |- umanità –». «C’è qualcuno che batte alla porta … la porta si schiude come una porta» e – TÀ! – si apre uno squarcio – TÀ! –, una fessura – TÀ – . Qualcuno ha mosso la lancetta – TÀ! – sullo zero – TÀ! – : chi è pronto può ricominciare.

Per cominciare è necessario uno scambio a fondamento di un patto di fiducia tra lettore e poetessa: ella è disposta a prestare il suo occhio («Intanto, prendi da me questo occhio| Guarda») al lettore che offrirà l’orecchio all’ascolto («E tu dammi l’orecchio»).

«La porta aperta un istante | È rimasta chiusa per secoli». Nell’istante si apre una fessura come una ferita – quella che rimarginerà il mondo. Attraverso di essa si possono vedere, «inquadrati a strisce dietro lo spiraglio», uomini e donne «dai nomi mondiali»,  andare e venire «trasfigurati dalla poesia» all’interno di un «luogo austero, limitato da assi, chiuso da lenzuola».
«Ripetono sempre le stesse cose», come un mantra, come una preghiera. Come un rito ai primi passi. «Sono esseri di questo mondo, l’esatto contrario degli dei». Loro, dunque, come noi… ma «Loro chi? Noi chi?»

Qui, in questo posto, «ognuno se ne sta» ungarettianamente «Come un bicchiere | Al suo posto, al suo posto | Aspettando che venga | Una mano», mentre «fuori c’è il signor boia | ci sono gli invasori della culla…» pronti per l’invasione.

«Sii te stesso, per favore | Lascia stare il fantasma», dice la voce all’entrare; «Nel bozzolo non si respira, sbèndami» risponde chi entra. Così, ripetutamente, uno ad uno. Se ci sarà qualcuno che terrà «accesa la candela», «Le assi cadranno per terra | E il mondo tornerà al suo posto» e inaspettatamente «nel bel mezzo del sogno, il corpo si sveglierà, sarà nuovo».

*TÀ. Poesia dello spiraglio e della neve. Moretti&Vitali, 2011; L’aspetto orale della poesia. Moretti&Vitali, 2007.
Tutte le frasi virgolettate provengono disordinatamente da entrambi questi due libri.

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