Particelle n.4: Particelle: ‘Dismissione’, Fabio Orecchini

 

Nel caso di “Dismissione” di Fabio Orecchini (Polimata Edizioni, Roma, 2010), scegliere una o più poesie per “Particelle” ha significato, non contemplare bolle eburnee dal motore più o meno immobile, ma rinvenire, nel “moto apparente della morte”, vere e proprie schegge, quelle che l’autore estrae dal corpo collettivo e individuale in disfacimento,  dalle fabbriche e dal presente,  per subito reinserirle nelle pagine come fossero inneschi di bombe.
Così il lettore non può che toccarle con un certo timore, e in questo timore avvertire che le storie e le memorie, lì lì per deflagrare, o, viceversa, subire un lento disfacimento, sono vere;  che il percorso del libro, a partire da “La soluzione” (come non pensare alla “soluzione finale”) per Filicantieri, passando per “lamine e rovine”, per malattie d’ambiente e di persone, per “corpi dissepolti” “nel padre” e “nella madre”, attraverso “lo stadio finale – elementi di reazione” fino ad una “second life” scandita dal verso “voltare pagina” ripetuto sul bianco, fino ad un “breviario di ecologia sociale” con “collagene” e “alchimia speculativa”, a dire o determinare una “deflagrazione interiore” , vuoi “sintesi materica” e/o “punto”, per un oltre la corruzione indicata come necessaria dalla prescrizione alchemica: “…non è possibile che si faccia nessuna generazione senza corruzione” (che “…bisogna per prima cosa che il corpo sia disciolto, che le Porte siano aperte, affinché la Natura possa operare…”).

Da  “Paragrafo 1 – Lamine rovine

Ho studiato il flusso dei venti.
Aghi ovunque

I.  Polvere

[…]

Madama Eternit sorseggia un caffé in cucina
mio padre che fuma e indurisce ancora
come grezza materia estrattiva
mia madre la scava coi denti
lo respira.

II. Rovine

7:02 a.m. – Stabilimento Fincantieri


Nella nebbia più gelida

……………………………………la morte liquida

………………………………………………………gli alberi muti immuni

………………………………………………………………………….tramano autunni

……..[oltre la carreggiata]

………………………………………………………………………….tra le righe d’asfalto

…………………………………………………………………………………………………………..asfodeli

………………………………………..sfogliano i rami,

……………………………………………………..del moto apparente della morte

……………………..non resta che rame,

……………………………………………………………………………..sterminato   fogliame.

Dall’ovario infero un calice subnullo

………………………………………………………….il frutto

……………………………………………………………………….una bacca carnosa e rossa

………………………..monospermica

………………………………………………….cade

………………………………………..e non c’è nulla che possa fermare

……………………………………………………………………………………………….la sirena

………….risuona  nel tempo

………………………………………..come……lamina……ondula

pochi minuti forse un’ora

…………………………………………….la trave

……………………….cede

……………………………….e non c’è nulla che possa fermare

…………………………………………………………………………………………la [ri]produzione dell’ovvio

………………………………………………………l’abitudine al male

Il paesaggio di “Lamine e rovine” è dunque introdotto da una dichiarazione di metodo e intento: “Ho studiato il flusso dei venti”, con conseguente lapidario riscontro: “Aghi ovunque”, a restituire subito un sismografo del quotidiano che non può che registrare faglie-buchi di pressione (“aghi ovunque”), fine polvere dentro la quale madama Eternit, come “mamma eroina”, genera una intossicazione quotidiana, alla deriva del flusso dei venti, o, meglio, degli eventi.
Accade così che la scena familiare nella quale il padre, al pari e in osmosi col proprio  tessuto polmonare,  “indurisce ancora”, contenga una madre che “ scava  coi denti /lo respira”, per una contaminazione completa di quella che è la ” grezza materia estrattiva” di ogni vita singola e in comune, in una simbiosi alveolare che non è salvifica, e forse nemmeno consolatoria, per nessuno.
Nemmeno cambia la situazione se dal buco della serratura personale, lo sguardo, come la polvere, si posa sulle “Rovine” dello stabilimento.
Infatti quello registrato in un preciso momento (7.02 a.m.), di rimando ad hic et nunc già privo di senso, non solo non è più in possibilità di recupero o di ritorno all’indietro, ma è rovina in corruzione, e, al pari della scena sopra indagata, in  “abitudine al male”.
Un male “ tra le righe”, che si adoperaper“la [ri]produzione dell’ovvio”, un male che le lamine sparpagliate dei versi si scambiano l’un l’altro in variazioni lessicali molto sottili a creare intersezioni fluide, pure in tanto degrado.
E se il “moto apparente della morte” è sovrano, e già presente nell’ “ovario”, per di più “infero”, di quel “ calice subnullo” che assomiglia più all’amaro calice, piuttosto che a quello di un possibile Graal, se il frutto rosso con un unico seme (sopravvissuto all’aborto degli altri) “cade”, già assimilabile alla luce di una sirena che avverte fine o estremo pericolo, se anche la “trave”, in risonanza con la dissoluzione, “cede”, allora non c’è bocca rossa, canto di sirena che tenga, nel parossismo di suono che “ondula” il qui e ora, allora “non c’è nulla che possa fermare” la produzione, sempre uguale, in catena,dell’ovvio, niente che possa cambiare l’habitus, anche al venire meno di certe condizioni, niente infine che possa ovviare ”l’abitudine al male”.

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