Vicolo Cieco n.21: Comuni e Principati

 

In fondo Addio alle armi, già dal titolo, voleva essere una chiamata di deposizione, non tanto degli strumenti del conflitto, quanto della zappa che ci serve per la causa del nostro orticello che ci impedisce di vedere il campo.

Nel suo piccolo, Vicolo ha fatto diversi appelli alla visione olistica del disturbo, ma credo sia il momento di cominciare a ragionare davvero sulle possibilità per cercare di strutturare quel minimo di concretezza che altrimenti latita tra iniziative sparse.

Progetti che si ricalcano sono soltanto idee che si amplificano: Poesia 2.0; Thauma, Letteratura Necessaria, Poeti dal sottosuolo, Farepoesia sono realtà che vanno in direzioni d’intenti comuni, uniti in uno sviluppo che impiega le possibilità in un modo dove, forse, se sapessimo interpretare e farci carico del significato vero della parola comunità, potremmo esprimere un potenziale enorme sia per il bene che per la diffusione della parola poetica.

Solo le realtà che ho citato rappresentano tre case editrici (Smasher, Thauma Farepoesia), una diffusione capillare ed eterogenea di poeti, perfomer, operatori culturali, lettori attenti e critici coraggiosi, uno spazio virtuale che sta comunque lavorando bene (Poesia 2.0), una rivista cartacea (farepoesia) che sa perfettamente cosa vuol dire impegno etc…

Così con un conto a spanne mi vengono in mente un centinaio di nomi che gravitano qui intorno, vogliamo parlare delle possibilità che tutto questo potrebbe spalancare, o ci raccontiamo ancora la favola dell’orso?

Voglio vedere il tempo che abito, perché io come tanti non so dove sto di casa.

Da questa affermazione nasce oggi l’esigenza o meno di comunità: da chi è convinto di sapere l’indirizzo e da chi no.

La campionatura delle realtà che ho preso da esempio è solo una minima parte di progetti che si dipanano, e in nessun modo intende aprire una diatriba di antologia degli esclusi, ma solo ricominciare a credere che forse qualcosina insieme la possiamo pure fare.

Riflettiamo un attimo su quanto sinergie ben costruite potrebbero aiutare a far sì che la poesia inizi a ripensare se stessa come finalità e come progetto di rivalutazione editoriale, a far sì che si ritorni a pensare che lo scaffale è il primo promotore di una diffusione, che un libro in vetrina non puzza e magari si rischia anche di venderlo. Apriamo spazi di discussione con le librerie indipendenti, non andando a proporre letturine, ma proposte articolate di un supporto che nessuna distribuzione garantisce più per quello che riguarda la poesia. Lavoriamo per quei “poeti che distribuiscono poeti” che era alla base di quel progetto di qualche anno fa che ha il pregio di avere, se non altro, smosso un po’ di acqua e di aver gettato un sasso raccolto da chi iniziò, come noi, ad intravederne le possibilità.

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