un tale, una tale – tra oralità e scritture n.6: Parola – corpo – voce. Appunti tra oralità e scrittura.

 

di Alessandra Pigliaru

La parola che soffia

Oralità e scrittura sono sorelle tra loro e figlie di un’unica lingua, quella materna. Unica perché originaria seppure mai detta una volta per tutte e – anche se – matrice del due. Mai simile e assimilabile in dispositivi sperimentabili e ripetibili, la lingua materna rappresenta la parola incarnata. Oralità come voce, suono primario, gesto inservibile che fa arretrare la morte incalzante del logos: vertice neutro che propone separazione e sparizione. Scrittura come segno e corpo che racconta il suono, ne prende le vesti, proprio come accade tra sorelle quando la più piccola afferra in prestito l’abito della più grande. C’è un corredo familiare fittissimo che si dipana attraverso la lingua della madre, un orizzonte che è una vertigine entro la quale la ripetizione non ha udienza; e non perché la parola debba essere detta una volta per tutte ma proprio per il carattere della trasformazione in divenire di ogni parola. Dalla voce alla scrittura con un gesto, anzi un conato. Quel gesto si fa nutrimento – e nocumento – inscritto in ogni essere che viene tratto al mondo, non più gettato dunque come cosa tra le cose ma tratto e attratto come agire autentico che riconosca una soggettività libera e priva di autorizzazione al dire. Una soggettività che si affida, piuttosto. Essere-tratti alla dimenticanza ma anche attratti al proprio vero sé che è un due, epifania che apre al terzo. La voce e la scrittura discutono della lingua, del tramandare e del trapasso ma soprattutto ci riferiscono una narrazione differente: quella del respiro, la cifra comune infatti è proprio il respiro inteso anch’esso nel suo doppio volto di inspirazione e soffio. Il primo e l’ultimo, insieme ad uno spirare intermedio che avverte dell’accadere. È precisamente all’altezza di quell’accadere in presenza che ha luogo la poesia. Il varco tracciato dalla parola poetica ci tiene saldi e ci strattona in regioni di desiderio che non avevamo inteso da tempo. Da un tempo antico, dal grembo di una promessa tradita. È sempre nel respiro che la frattura tra oralità e scrittura si fa più evidente. Nella voce infatti il ritmo viene spiegato dal respiro. C’è una numerologia precisa, una mantica del corpo-in-voce che ha restituito – e restituisce – una parola poetica forte, liberata e soprattutto incarnata – non più neutra. Una scansione del dire che prescrive un ordine originario che è quello della lingua materna, un ordine capace di farsi corpo-che-canta. In effetti, a ben guardare, nell’apertura al mondo nessuno di noi ha potuto prevedere la mancanza di ripetizione, non ne siamo colpevoli. È invece nell’apprendistato, in quell’ora debole, che si trasforma il respiro in un’altra trama, una genealogia di risacche e di corpi sottratti al tacere. Se, come ricorda Ida Travi ne L’aspetto orale della poesia, nel passaggio tra oralità e scrittura si traghetta necessariamente un trauma, aggiungerei che è proprio nell’ambivalenza del respiro e nella piega che esso assume – taglio tra voce e parola – che riconosciamo un dettato inaudito e inesplicabile altrimenti. Una confessione di qualcosa che frange ma che attraversa, come un affidamento. È il respiro a condurci in regioni di desiderio in cui si puntellano presenza e mancanza. Il rintocco del dire come il conto delle dita. Il rintocco del verso come quello della parola.

La voce, da parte a parte

La parola soffia ma non le è sufficiente. Non è abbastanza perché il corpo tutto si svolga, il corpo in voce e quello che dalla mano restituisce il deserto della scrittura. La parola dunque, tra oralità e scrittura, disegna altresì mondi possibili con un’eco persistente che fa capo ad un mandato antico. Come una casa abitata da qualcuno che ha dimenticato le vesti e non è più tornato a riprenderle. Un’eredità che va rimessa al mondo, che si fa rapinosa e detonante. Così la poesia sta alla parola come il respiro sta al desiderio. Posizionandoci nel solco della frattura tra oralità e scrittura ci facciamo terzi, come spettatori ancor prima di diventare lettori. Spettatori che custodiscono lo sguardo come orao che ha una radice precisa: ora, attenzione. Chi ascoltava la poesia dunque la vedeva, anche. Ne osservava la natura di corpo-che-canta ma – soprattutto – voce che si fa spazio, che prende uno spazio e ne fa la propria casa, tutta, aperta alla presenza. Ed era una casa remota appunto, una casa aperta al thymos inteso come slancio ma anche come cuore e volontà – del due che si apre all’attenzione. La relazione con la lingua materna diventa a questo punto dirimente. Nella voce che intona c’è il costrutto complicato e intero della madre. Nel respiro che la voce impuntura c’è la possibilità di ri-membrare ciò che ci ha resi quel che siamo. Il linguaggio poetico risente del taglio ma lo sa cantare ed è per questo che, fin qui, consente un tragitto. Da parte a parte.

La scrittura, il respiro del nome

Se nella poesia orale la lingua materna si fa largo trovando e mimando l’agio della primordiale relazione del due, è nella scrittura che la/il poeta scopre un rinnovato modo di dire, di scardinare. Alla sottrazione della parola incarnata e in-cantata si apre una forma che si fa carico della caduta e del suo senso profondo, una parola che rischia e che racconta il disastro al quale è stata sottoposta. Se nell’oralità il repentaglio sta all’altezza del respiro in presenza, nella scrittura il pericolo risiede nella lontananza da quel respiro e dal terzo che, adesso, è diventato lettore – colui che mette da parte lo spettatore. Ma non è il circolo ermeneutico che importa in prima battuta alla poesia. In effetti si avanza la possibilità di ri-membrare la differenza traversando la lingua materna. Il poeta ha una relazione privilegiata con tutto ciò. Una relazione di cui deve tuttavia, e prima di ogni cosa, saper imbastire l’origine. Se la lingua materna non consente ripetizioni la poesia ne può dar conto. Evocandone la nascita? Rimettendo al mondo la cura della parola, la signoria della parola come immagine dell’impossibile in atto. E se nell’oralità il teatro panico veniva agito e convocato come drama, nella scrittura viene invece raccontato come un dis-nascere – ricordando Zambrano. Quel disfare la nascita, invece di ribadire l’eloquenza del deserto, ne affastella le infinite regioni di desiderio. E l’eco della lingua materna non sarà un’impresa restauratrice e nostalgica di identità perdute ma la voce, l’Eco appunto, della sua sembianza che porta avanti il corpo, il proprio. Un corpo dotato di indizi che entra nella casa abitata, riprende le vesti e se ne fa autore e attore. La porta resta aperta, sta al poeta saperne varcare la soglia. Non una volta per tutte ma ogni volta. Come fosse la prima.


Alessandra Pigliaru è attualmente assegnista di ricerca in filosofia all’Università di Cagliari e capo-redattrice del semestrale Giornale Critico di Storia delle Idee. Ha scritto su carta (riviste e collettanee) e su web (siti e lit-blog) numerosi interventi tra filosofia arte e poesia. Ha collaborato a lungo al blog collettivo Via delle Belle Donne e alla sua rivista omonima; sue note critiche sono presenti anche su Rebstein, Poetarum Silva, Filosofi per Caso, Opifice, Xaos – Giornale di Confine e in altri lit-blog e riviste. Fa parte di collettiva_femminista. Blog personale: Gli Occhi di Blimunda.

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