A proposito di “Addio alle Armi” n.3: Matteo Fantuzzi

 

di Matteo Fantuzzi

Cari tutti, mi dispiace non essere con voi oggi ma sono di turno col lavoro e non mi era possibile sganciarmi.

Capisco bene le necessità di convegni, di idee, di mettere a punto riflessioni e anche di raccontare la poesia a quante più persone possibili.

Ecco io credo che oggi come non mai la sfida sia proprio questa: “uscire” per raccontare, creare di ogni luogo e di ogni territorio un punto dove sia possibile a quante più persone possibili rendere vera la poesia, una poesia vera, non un’intruppata di dissociati che se la dicono e se la raccontano davanti a 10 sedie vuote ma appunto un atto di condivisione.

E allora la mia proposta è questa, fatelo il convegno se lo riterrete opportuno ma come obiettivo cercate il modo per fare di verona una città di poesia, uscendo per le strade di verona, coinvolgendo quanti più veronesi possibili, affiggendo le poesie ai muri, volantinandole casa per casa, andando nei cortili dei palazzi, nei parchi, nelle scuole, ovunque ci sia gente.

La sfida deve essere questa, creare tante realtà “sane” e di qualità.

La sfida a mio avviso non è tanto di creare qualcosa ad uso e consumo degli addetti ai lavori quanto piuttosto creare qualcosa per i cittadini di verona (e così di ogni altra provincia italiana, una sommatoria di microsistemi virtuosi che può essere il grande volano della nostra poesia).


(già su UniversoPoesia)

Mettiamo in fila alcune cose che sembrano banali, ma che in realtà potrebbero non esserlo. Per emergere nel mondo della poesia è almeno negli ultimi decenni risultato necessario un certo “presenzialismo” con il poeta ruggente impegnato a un costante girovagare in lungo e in largo per lo stivale ai convegni o nei festival che contano. Poi è stato il momento dei festival tra la gente, e il poeta si è ritrovato in un costante girovagare in lungo e in largo per lo stivale questa volta in luoghi ameni ma col medesimo risultato. Ma anche il fatto non banale che la poesia, realtà di nicchia, sia sparpagliata a macchia di leopardo fa sì che gli stessi scambi, dialoghi ecc. (e parliamo di cose oneste !) necessiti di tempo e ancora una volta tanti km per essere portata avanti fa sì che ancora una volta la questione economica diventi qualcosa di concreto, a meno che non si voglia cedere alla teoria delle predominanze geocentriche (la poesia romana si incontra a roma tra le riviste e le case editrici romane a dirse quant’ebbella è rrroma quando è sera, la poesia milanese a milano dai luoghi milanesi risponde che la poesia figa è solo a milano e avanti così), una di quelle teorie che ha portato il deserto nella percezione della poesia e ha aiutato anche la follia della “poesia solo per pochi eletti”. Ma torniamo alla questione: la benzina costa, gli spostamenti costano e spesso ti capitano richieste del tipo “vieni a 800 km da casa tua per una lettura ? a proposito, soldi non ce ne sono” e quindi fare poesia diventa opera di volontariato, come spalare le strade (qua dalle mie parti i sindaci fanno appelli di questo tipo, omettendo che i soldi che c’erano magari sono stati spesi altrove e mo’ nell’emergenza mancano) contrariamente a una certa narrativa che come determinata editoria ancora si muove in dinamiche e regole economiche classiche. E quindi chi si può permettere di fare poesia oggi ? Chi sta bene di famiglia ? Chi si muove grazie a spinte di qualsivoglia tipo ? Chi rappresenta certi gotha ? E per il resto ? Dico quegli autori marginali dal punto di vista geografico ma che sono stati il sale, la resistenza della nostra poesia ? Dico gli attuali emergenti, chi ancora ha bisogno di completare la propria formazione ? Quelli come possono fare ? La rete (piaccia o meno, soprattutto quella legata ai social network) non è la panacea di tutti i mali, lo abbiamo già capito, troppa proposta senza essere in grado di filtrare, di fare crescere in definitiva, troppi che si sentono dei fenomeni senza esserlo, troppe persone con potenziale che si perdono. Difficile così anche un’editoria sensata con troppo self-publishing (o vanity press che tanto è la stessa cosa ma costa di più) e case editrici che speso lavorano sulla poesia con un grande occhio all’economia e poca possibilità ancora una volta per chi il nome ancora non ce l’ha, per chi non è degli anni giusti. Ma questa è un’altra storia e di questioni mi sembra di averne già tirate fuori parecchie: questa mattina mi sono alzato con la paura che solo chi ha già la pancia piena possa fare poesia oggi in Italia con una poetica spesso più che altro ombelicale e non votata alla fruizione. Ma magari è solo quello che ho mangiato ieri che mi è rimasto sulla bocca dello stomaco.

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6 Comments

  • Secondo me Luigi, il tuo approccio è sbagliato.
    Si può creare qualcosa sì, ma che integri i mezzi e risponda ad alcune necessità (mappatura a partire dal territorio, ad esempio, unitamente certo a questioni di carettere anche estetico, o di diverse impostazioni critiche).
    Solo che per fare questo bisogna superare il concetto di web, come spazio di promozione e fare le cose seriamente, con le organizzazioni e le persone che da anni promuovono gli autori sul territorio.

  • Io volevo solo dire un paio di cose.

    1. i problemi e le questioni che Matteo mette sul tavolo sono ormai così evidenti e, direi, scontate, che stare qui a parlarne rischiamo tutti di diventare retorici. La questione è partire dai problemi che tutti conosciamo e che ci ripetiamo da anni per trovare una soluzione, tentando vie alternative a quelle già battute.

    2. Ed è questo che non stiamo facendo o, almeno, non stiamo facendo bene, visti i risultati di una situazione pressoché immutata.
    Le proposte di Matteo sono praticabili, però io non le condivido – lui lo sa, ne abbiamo discusso spesso in privato via mail. L’atteggiamento che propone mi sembra più di propaganda: fare volantinaggio o tappezzare le città di poesie sui muri mi sembra una via accessoria piuttosto che la strada madre. Anche perché, come dice Pirsig in Lo zen e l’arte del mantenimento della motocicletta: se io sono convinto della bontà di una cosa non ho bisogno di gridarla ai quattro venti. Se sono sicuro che il sole domani sorge, non ho bisogno di ribadirlo. Assumere un atteggiamento “propagandistico” rispetto a qualcosa che si ritiene importate, per le ragioni più svariate, rischia a mio avviso di offrire una visione distorta dell’oggetto. Come dicevo in un post di qualche tempo fa, la poesia è una cosa seria, nella misura in cui si relaziona al linguaggio con il quale costruiamo il mondo. Farne un passatempo per vendere più libri mi sembra riduttivo.
    Rispetto poi alla supposta pigrizia delle nuove e meno nuove generazioni: anche in questo caso ho avuto modo di parlarne con Matteo dissentendo. Di realtà che cercano nei modi più disparati di occuparsi di poesia (e di cultura in generale) ce ne sono per tutti i gusti ed in ogni dove. Solo che, però, guarda caso i poeti fanno la fila per pubblicare quattro versi su Satisfiction che gli dedica una settimana del cazzo in occasione della giornata mondiale di poesia, mentre il resto non esiste e se Poesia 2.0 gli chiede del materiale per inserire una loro monografia in archivio rispondono “vai sul mio sito, lì c’è tutto”. Il problema, dunque, mi sembra risieda altrove. Personalmente, credo dipenda da due questioni fondamentali:

    la prima è quella che ci ha mosso ad organizzare un evento, Addio alle Armi, con 4 gatti e 10 sedie vuote. Tutte le varie attività ed iniziative sparse sul territorio si caratterizzano tutte per uno spiccato monadismo che le riduce a donchisciottesche lotte contro i mulini a vento. Già solo mettere in contatto e spronare ad un confronto tutte queste miriadi di comunità sarebbe un grosso passo in avanti, senza voler coinvolgere il mondo intero (a anche solo tutta Verona) nel discorso sulla poesia. Unendo le forze si ottiene maggiore risonanza, maggiore pregnanza sociale e magari si riesce a fare breccia in un muro che altrimenti sarà sempre troppo alto e troppo grosso da abbattere.

    la seconda questione dove a mio avviso risiede il quid del problema è quella del postmoderno. C’è chi dice sia morto. Ammesso sia vero, bisogna considerare le conseguenze che ha prodotto. Conseguenze che secondo me vengono riassunte brillantemente da Ferraris nel suo Manifesto del nuovo realismo, quando parla di sovrapposizione tra ontologia, epistemologia ed ermeneutica. In un mondo dove tutto è uguale al suo contrario, la critica lascia il tempo che trova nella misura in cui pretende stabilire dei valori (estetici e, dunque, etici) ottocenteschi con delle modalità ottocentesche ad un mondo che ha superato l’ ‘800 da 200 anni. L’espressione Nitzschiana “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, presa troppo sul serio dai suoi studiosi, seguaci ed epigoni, sembra mettere tutto nelle mani dell’ermeneutica, ovvero della critica. In realtà mette la critica KO, aprendo un varco abissale tra il reale che accade e la sua interpretazione, abbracciando la follia (che Nitzsche ha conosciuto molto bene e che noi consciamo, basta guardarci intorno). Questo è il vero skandalon, il vero trauma del XX secolo, di cui le guerre mondiali e la shoah sono solo le conseguenze più eclatanti, evidenti e dunque socialmente impattanti: l’aver scoperto non di non sapere come voleva Socrate, ma di non poter sapere. Non vi è maieutica possibile e la critica, conseguentemente, non serve più a una mazza. Questo lo si può osservare non solo in poesia, nella letteratura o nel cinema, ma anche nei discorsi politici impegnati nel costruire facciate di valori senza palazzi dietro. Cos’è, altrimenti, il dire che la famiglia è un valore e poi due su tre sono divorziati? cos’è dire “che il presidente nella sua camera da letto può fare quello che vuole” a patto che condanni la prostituzione e faccia leggi punitive e vada a messa la domenica? e così via.

    il problema, dunque, è molto più grande della supposta pigrizia delle nuove generazioni o dei rapporti amicali di cui tutti già abbiamo discusso più di una volta fino alla nausea. Quello che davvero mi fa girare i coglioni è l’immensità dell’ipocrisia del 99% dei discorsi che si fanno, perché quando poi si tratta di arrivare al dunque si frena; quando si tratta di unirsi per fare qualcosa, giusta o sbaliata che sia, non resta più nessuno: tutti online a postare i loro versi per una rivista che ha fatto il verso ai furbetti del quartierino per mesi, tranne poi vedere il proprio direttore ed ideatore patteggiare una pena per estorsione. Ma d’altrone, quello che fa il presidente nella sua camera da letto a noi non deve interessare.

    Luigi B.

  • Giorgio,
    mi sembra che la generazione di Fantuzzi non sia stata latitante dal punto di vista dell’impegno, e qualche critica l’ha prodotta sul contemporaneo, nonché ha avuto il merito di mappare l’esistente su molti siti, da absolutepoetry a liberinversi per dirne alcuni. Ma condivido con te il fatto che la mancanza di critica, produca una grande confusione, e appiatisce tutto il discorso a partire da alcuni gruppi più o meno solidali – più che gotha, meglio parlare di gruppetti di amichetti che a diversi livelli si aiutano come possono, quasi sempre senza un discorso estetico valido.
    La questione economica però esiste, dalla pubblicazione di un libro, allo spostare un poeta per un evento.
    In altri paesi ci sono programmi virtuosi a questo proposito…mi viene in mente l’Olanda e la sua fondazione per la letteratura… Magari sarà una goccia nell’oceano, ma fare qualcosa è sempre meglio di non far nulla.

  • Condivido l’osservazione di Silvia De March: «Trovo queste considerazioni di una banalità sconcertante». Trovo confuse e di cattivo gusto la questione della «pancia piena» e degli 800 km da percorrere per chi voglia leggere le proprie composizioni a spese proprie. Ma è tutto il ragionamento di Fantuzzi che non può essere validato, che oscilla tra vittimismo e protagonismo. Certo, la mancanza di un pensiero critico indipendente e libero è un problema serio almeno da 40 anni a questa parte. Ma mi chiedo: quale contributo alla chiarificazione delle questioni critiche ha dato in questi ultimi lustri Matteo Fantuzzi? E allargo il discorso: tra la generazione degli anni Ottanta quanti sono le persone in grado di fare una scheda critica che non sia amicale e di sponda? E allora, allargando e approfondendo l’esame inviterei Fantuzzi a prendere atto che è la sua generazione ad essere latitante: O vorrebbe richiedere l’aiuto di stato per finanziare gli spostamenti (via ferrovia e via aerea) degli aspiranti poeti in circolazione nel nostro paese? E poi, a chi allude Fantuzzi con la dizione spregiativa degli appartenenti «a certi gotha»? Chi sono costoro che appartengono al «gotha»? Perché ritengo che per chiarezza e per il principio elementare di trasparenza (tratti tipici del metodo democratico) si debbano indicare gli imputabili con nome e cognome, altrimenti si finisce per gettare discredito su tutto e su tutti in maniera indistinta e generica.
    Personalmente, sono alieno alla cultura del sospetto e dell’illazione indiretta.
    Sarebbe ora che anche i giovani uscissero dalla cultura del non-detto e del non-dire tipicamente subalterna.

  • Trovo queste considerazioni di una banalità sconcertante. Trovo la stessa pubblicazione di simili contenuti una dimostrazione della latitanza di esercizio critico che tanto si denuncia. Un inserto nel chiacchiericcio multimediatico che confonde l’equazione tra semantica e capacità incisiva.
    Lo stadio ombelicale della poesia si misura nell’autocompatimento vittimistico. Si parla di economia della poesia come se non ci fosse un problema di sostenibilità della cultura tout court. Il leitmotiv della benzina piuttosto che della penuria remunerativa è una topica mistificatoria del popolo massificato dei poeti, che non accetta né di doversi sottoporre a selezione, né di abbandonare la propria aura e di confrontarsi con il sistema dell’arte, della creatività e della conoscenza in generale. Gli artisti visivi se la cavano meglio? Gli operatori culturali in generale possono dedicarsi al loro mestiere con maggiore serenità, senza una famiglia alle spalle o senza dividersi tra mansioni concomitanti?
    Andare in piazza, continuare a sbandierare versi a destra e sinistra con la sacra legittimazione dell’autostima non serve a niente. Occorre un ruolo di mediazione imprescindibile per veicolare lo spessore o la sottigliezza di ciò che è proposto – qualcosa che va al di là del mero narrare o dichiarare di essere poeti e che dovrebbe mirare a porre il lettore nella condizione di riconoscere e interpretare la specificità espressiva e quindi di divulgare strumenti interpretativi (sempre che si sia in grado di esercitare quegli strumenti).

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