Cari tutti, mi dispiace non essere con voi oggi ma sono di turno col lavoro e non mi era possibile sganciarmi.
Capisco bene le necessità di convegni, di idee, di mettere a punto riflessioni e anche di raccontare la poesia a quante più persone possibili.
Ecco io credo che oggi come non mai la sfida sia proprio questa: “uscire” per raccontare, creare di ogni luogo e di ogni territorio un punto dove sia possibile a quante più persone possibili rendere vera la poesia, una poesia vera, non un’intruppata di dissociati che se la dicono e se la raccontano davanti a 10 sedie vuote ma appunto un atto di condivisione.
E allora la mia proposta è questa, fatelo il convegno se lo riterrete opportuno ma come obiettivo cercate il modo per fare di verona una città di poesia, uscendo per le strade di verona, coinvolgendo quanti più veronesi possibili, affiggendo le poesie ai muri, volantinandole casa per casa, andando nei cortili dei palazzi, nei parchi, nelle scuole, ovunque ci sia gente.
La sfida deve essere questa, creare tante realtà “sane” e di qualità.
La sfida a mio avviso non è tanto di creare qualcosa ad uso e consumo degli addetti ai lavori quanto piuttosto creare qualcosa per i cittadini di verona (e così di ogni altra provincia italiana, una sommatoria di microsistemi virtuosi che può essere il grande volano della nostra poesia).
(già su UniversoPoesia)
Mettiamo in fila alcune cose che sembrano banali, ma che in realtà potrebbero non esserlo. Per emergere nel mondo della poesia è almeno negli ultimi decenni risultato necessario un certo “presenzialismo” con il poeta ruggente impegnato a un costante girovagare in lungo e in largo per lo stivale ai convegni o nei festival che contano. Poi è stato il momento dei festival tra la gente, e il poeta si è ritrovato in un costante girovagare in lungo e in largo per lo stivale questa volta in luoghi ameni ma col medesimo risultato. Ma anche il fatto non banale che la poesia, realtà di nicchia, sia sparpagliata a macchia di leopardo fa sì che gli stessi scambi, dialoghi ecc. (e parliamo di cose oneste !) necessiti di tempo e ancora una volta tanti km per essere portata avanti fa sì che ancora una volta la questione economica diventi qualcosa di concreto, a meno che non si voglia cedere alla teoria delle predominanze geocentriche (la poesia romana si incontra a roma tra le riviste e le case editrici romane a dirse quant’ebbella è rrroma quando è sera, la poesia milanese a milano dai luoghi milanesi risponde che la poesia figa è solo a milano e avanti così), una di quelle teorie che ha portato il deserto nella percezione della poesia e ha aiutato anche la follia della “poesia solo per pochi eletti”. Ma torniamo alla questione: la benzina costa, gli spostamenti costano e spesso ti capitano richieste del tipo “vieni a 800 km da casa tua per una lettura ? a proposito, soldi non ce ne sono” e quindi fare poesia diventa opera di volontariato, come spalare le strade (qua dalle mie parti i sindaci fanno appelli di questo tipo, omettendo che i soldi che c’erano magari sono stati spesi altrove e mo’ nell’emergenza mancano) contrariamente a una certa narrativa che come determinata editoria ancora si muove in dinamiche e regole economiche classiche. E quindi chi si può permettere di fare poesia oggi ? Chi sta bene di famiglia ? Chi si muove grazie a spinte di qualsivoglia tipo ? Chi rappresenta certi gotha ? E per il resto ? Dico quegli autori marginali dal punto di vista geografico ma che sono stati il sale, la resistenza della nostra poesia ? Dico gli attuali emergenti, chi ancora ha bisogno di completare la propria formazione ? Quelli come possono fare ? La rete (piaccia o meno, soprattutto quella legata ai social network) non è la panacea di tutti i mali, lo abbiamo già capito, troppa proposta senza essere in grado di filtrare, di fare crescere in definitiva, troppi che si sentono dei fenomeni senza esserlo, troppe persone con potenziale che si perdono. Difficile così anche un’editoria sensata con troppo self-publishing (o vanity press che tanto è la stessa cosa ma costa di più) e case editrici che speso lavorano sulla poesia con un grande occhio all’economia e poca possibilità ancora una volta per chi il nome ancora non ce l’ha, per chi non è degli anni giusti. Ma questa è un’altra storia e di questioni mi sembra di averne già tirate fuori parecchie: questa mattina mi sono alzato con la paura che solo chi ha già la pancia piena possa fare poesia oggi in Italia con una poetica spesso più che altro ombelicale e non votata alla fruizione. Ma magari è solo quello che ho mangiato ieri che mi è rimasto sulla bocca dello stomaco.





















Silvia De March
May 11, 2012
Trovo queste considerazioni di una banalità sconcertante. Trovo la stessa pubblicazione di simili contenuti una dimostrazione della latitanza di esercizio critico che tanto si denuncia. Un inserto nel chiacchiericcio multimediatico che confonde l’equazione tra semantica e capacità incisiva.
Lo stadio ombelicale della poesia si misura nell’autocompatimento vittimistico. Si parla di economia della poesia come se non ci fosse un problema di sostenibilità della cultura tout court. Il leitmotiv della benzina piuttosto che della penuria remunerativa è una topica mistificatoria del popolo massificato dei poeti, che non accetta né di doversi sottoporre a selezione, né di abbandonare la propria aura e di confrontarsi con il sistema dell’arte, della creatività e della conoscenza in generale. Gli artisti visivi se la cavano meglio? Gli operatori culturali in generale possono dedicarsi al loro mestiere con maggiore serenità, senza una famiglia alle spalle o senza dividersi tra mansioni concomitanti?
Andare in piazza, continuare a sbandierare versi a destra e sinistra con la sacra legittimazione dell’autostima non serve a niente. Occorre un ruolo di mediazione imprescindibile per veicolare lo spessore o la sottigliezza di ciò che è proposto – qualcosa che va al di là del mero narrare o dichiarare di essere poeti e che dovrebbe mirare a porre il lettore nella condizione di riconoscere e interpretare la specificità espressiva e quindi di divulgare strumenti interpretativi (sempre che si sia in grado di esercitare quegli strumenti).