L’Aria n.10: Ultime glosse sull’Ambiguo

 

1.

La morte scritta secondo elegia e profezia sfocia nella morte realizzata. Ecco Pasolini. Mi interessa l’uscita [di scena] di chi sa che non potrà avere, fuori, un suo simile: non avrà né sposo né sposa, nessuno, e di mamma ce n’è una sola (e la mamma ha ottanta anni). Iniziano gli anni Settanta, cioè il tempo di morire: «Tu sai che mia madre ha ottant’anni: fra un po’ sarò solo al mondo. Io muoio al pensiero che Ninetto non sia più il mio Ninetto. Ma naturalmente non posso chiedergli di lasciarti, sarebbe disumano da parte mia, e anche inutile. Come non chiedo a te di lasciare lui: io non posso farlo. Ma siccome questa è una vera tragedia, e tu ci sei coinvolta, è bene che tu sappia tutto».

 

2.

E misi i piedi sul caldano… e me li sono trovati bruciati, e i piedi non li ho più. Il lungo falsetto: il Pinocchio di Carmelo Bene, versione 1999.

Non c’è amore umano che tenga, se la realtà dell’amore umano è la necessità di lanciare lo sperma dove deve andare. Per molti, trattenere il seme è fatica; dunque vogliono TUTTO: lanciarlo nella vagina di chi dice «devo pagare la camera». Natura e cultura; e un doppio vantaggio vero, a costo di sembrare ridicoli a chi li ha visti prima e dopo. Per altri, che non sono migliori dei primi, trattenere la vita senza essere vivi è altrettanto brutto. Io sono della seconda schiera. Ma non lo sarò più; e te ne vai tranquillamente a letto, e lo zecchino germoglia. Ecco una confessione schifosa, in cui l’umore e gli umori si contraddicono a vicenda.

3.

Continuo a scrivere – da dieci anni – su un morto che non muore mai e non guarisce. Né rivive. Contribuisco così a non farlo morire. Faccio la mia parte per mescolare a quel dolore un altro caos, molto fisico e molto sensuale, che si esprime in forme non proprio critiche.

4.

Nel 1977 Daniele Costantini è un regista giovane. Dice: «there is the writer who dies peacefully in his bed after having taught for thirty years at the university. and the writer who dies the way Pasolini did. Pasolini, for all his defects, always lived within reality. It’s like the difference between Jean Genet and a member of the French Academy» (The Italian Theatre Today: Twelve Interviews, ed. by Alba Amoia, The Whitston Publishing Company, Troy (N.Y.) 1977, p. 108: ed è l’unica occorrenza del nome di Pasolini in tutto il libro).

Questa morte è enigmatica e ambigua, nel senso che ha più interpretazioni, tutte più o meno plausibili). È anche idonea a marchiare – nel Bene e nel Male – la vittima. Il discorso di Costantini è valido o è irrazionale? Pasolini è come Guevara e Panagulis? Dipende dalla causa della morte: se muore per una cattiva compagnia, no, non c’entra niente con Guevara, Torres e Panagulis. Se muore per Cefis e Mattei, sì. Il problema è che non si sa ancora perché Pasolini sia morto.

5.

In Strategia del ragno Bertolucci filma in anticipo l’idea di Zigaina: la morte è un oggetto di regìa, il morituro è un performer shakespeariano. Se Bertolucci non avesse filmato il traditore-eroe – l’attore, l’eroe, le profezie manipolate, la gloria costruita, la regìa delle proprie ceneri postume – Zigaina sarebbe meno plausibile. Il film c’è e rimane, dal tempo del tempo di morire.

Quindi Athos Magnani propone ai compagni lo spettacolo della morte, e la colpa ricadrà sui fascisti. È «quasi sigùr che chista / a è la me ultima poesia par furlan; / e i vuèj parlàighi a un fassista / prima di essi (o ch’al sedi) massa lontàn». Voglio parlare al giovane fascista, dice uno; voglio che la colpa sia dei fascisti, dice l’altro. Uno chiama Fedro il fascista, come in Platone; l’altro copia da Macbeth e da Giulio Cesare, e coinvolge i fascisti (e poi i compagni, e poi la Draifa, il paese di Tara, tutto e tutti).

6.

Draifa è Alida Valli, che nell’Edipo re di Pasolini è Merope, la seconda madre di Edipo: tutto è in tutto. Athos padre si ripete e rispecchia nel figlio: l’attore è sempre Giulio Brogi, padre identico al figlio e figlio identico al padre. Tutto è in tutto, passato nel presente e presente nel passato, e Draifa sembra identica nel flashback e nel presente, come i due Athos. I film simbolici si specchiano e non comunicano il vivo e il vero, ma il sogno di anni che solo per caso sono il 1967 e il 1970. Nei sogni il tempo non esiste e i personaggi sfumano l’uno nell’altro, come se la regìa impedisse variazioni non programmate. È ingenuo credere che qualunque sogno sia libero. Solo il regista è libero: fa sognare agli altri i propri sogni, come il dittatore di Simone Weil e i 4 dominatori di Salò.

Athos e Pier Paolo usciranno di scena, dominando registicamente la materia [e i tempi di svolgimento delle cose]: delegando e incolpando, sovranamente. Entrambi sono registi.

6.

Ora, il film esiste, perché la strategia può esistere. Naturalmente io non so nulla del perché. Vedo tutto e non capisco niente. Vedo una sintassi chiara, che significa l’inusuale. Perché «essere vivi o essere morti è la stessa cosa»? NON LO SO. Perché Edipo cieco torna a Bologna e a Casarsa? Perché Antigone diventa Ninetto? NON LO SO. Vedo le immagini di Edipo re e della Terra vista dalla luna, ma NON CAPISCO.

Vedo i sintagmi chiari e l’ostentazione, ma NON CAPISCO.

Vedo ma non so niente di chi abita la corazza dell’«Io so». Quanto a me, vivo nella brutta corazza di in un’ignoranza da cui il regista non mi toglie (non si può più). E tale è – fu – Dante, che vuole la mia adorazione, non la mia complicità; il mio riconoscerlo, non il suo riconoscermi.

7.

Avere i nomi è il segno che i nomi non sono più essenziali. I nomi detti sono il margine – pesci piccoli, nomi nominabili – e non la cosa grossa. Ora Pino Pelosi  scrive Io so… chi ha ucciso Pasolini (Vertigo 2011), ma non sa il movente. Mazzoni, Riccio e Ruffini pubblicano Nessuna pietà per Pasolini (Editori Riuniti, 2011), per dire di una pista catanese, contemporaneamente marchettara e neofascista. Riappare la vecchia testimonianza sul «ragazzo biondo», ultimo compagno, che non è Pelosi. Pelosi ha già smentito la smentita: non c’era nessun biondo, era lui, lui, lui. Questa storia non ammette fatti, ma parole, e le dichiarazioni giurate – che sono come i fatti – devono ridiventare leggende.

Fino ad oggi, Pasolini è morto per rabbia sadomaso, per il petrolio di Petrolio e per l’ENI, per eliminare il Tiresia corsaro, per una rapina finita male; e poi: per caso, senza moventi e senza scopo, secondo Pasquale Misuraca; per programmazione mitica, secondo Giuseppe Zigaina; per gelosia intellettuale, come in Ho ucciso un poeta di Giovanni Heidemberg (Pequod, 2005).

8.

Il discorso sulla morte di Pasolini è simbolico, perché appartiene alla morte di questa nazione e della sua lingua (anche letteraria). Come se questa nazione (e la sua lingua) non potesse morire – e trasformarsi – compiutamente senza interrogarsi sull’enigma di Tiresia, non risolto (risolverlo sarebbe la Fine, diciamo). Ora il morto è l’indovino-narratore che diceva «io so», mentre Edipo – il potere – vive e regna: ora Tiresia giace nella polvere, come Laio, e nessuno spiega: perché Edipo da solo preferisce non capire mai, illudersi godendo. Allora l’Italia si interroga nel 1975, si interroga nel 2005 con la ritrattazione di Pelosi, si interroga nel 2010 con il messaggio di Dell’Utri, si interroga nel 2011 con la coppia di libri. Si interrogherà ancora: a meno che il Simbolo non esploda, finalmente.

Chiunque abbia ucciso Pasolini, è evidente che il Potere ha voluto governare la gestione postuma dei fatti: un avvocato di destra (Mangia), un criminologo di destra e neopagano (Semerari), inquirenti sgraziati, una sentenza di primo grado che dice senza dire, ammette senza poter giudicare del tutto, perché nemmeno il giudice Moro ha potuto dire “io so”. Come lo stesso Pasolini, Alfredo Moro non aveva prove: solo qualche indizio, enorme e indifeso.

9.

Le molte particelle non si coagulano mai. Lo statuto della questione vuole così. Il problema è l’identità pubblica e privata dell’ucciso. Pasolini è, prima di tutto, un intellettuale profetico e arcaico come un nuovo Tiresia. Ma è anche il consumatore masochista di molto sesso, in condizioni estreme. Ma anche un professionista severo, in cerca di denaro ben guadagnato, da spendere bene. Ma anche il poeta abituato a collegare i fatti separati. Ma anche un uomo attento al Mito, nel senso reale: un praticante del Mito, in perfetta solitudine [e io non ho mai potuto credere che Pasolini abbia considerato un amico, soprattutto a Roma; e nel libro su Catania emerge questa fuga dai clientes romani, appunto. Gli amici non erano insinceri. Il fatto è che Pasolini non viveva né di loro né per loro].

L’Ambiguo agisce degnamente e indegnamente da Ambiguo, sempre [Nerolio di Grimaldi non è solo una finzione: il Poeta del film è un uomo solo, solo, solo]. È irriducibile e non addomesticabile. Il suo segno è la complessità: la sua formula è il Ma anche, che lascia convivere tutto. Ora, il bello dell’ambiguità è la sua permanenza, la sua immanenza confusa e assoluta: l’ambiguità comprende tutto, per disperato panteismo e disperato panpsichismo, e vive regolarmente nel suo empirismo eretico. Non c’è un solo istante in cui la guardia sia abbassata e la vita si pacifichi. Anche gli Ambigui non poetici – dunque non santi e non separati dalla Norma – praticano l’ambiguità, ma per confondere: cioè come strumento pratico o criminale o politico, non come sistema esistenziale perenne. In ogni caso il giovane fascista – che potrà uccidermi – è anche il mio erede, a cui scrivo in lingua materna, con amore: a lui devo dedicare un saluto e un augurio, come alla fine della Nuova gioventù. I testi sono testimoni, è chiaro. E i cercatori onesti del vero giuridico e criminologico – che si suppone unico – non possono decifrare la Grande Opera dell’ambiguità, che è polisemia (poesia, alla fine dei conti).

10.

Il teatro criminale e politico si muove bene intorno a Pasolini, come se l’avesse ucciso. E forse l’ha ucciso davvero. Per esempio, se uno guarda i dati – l’evidenza nuda dei numeri, come in un elenco e in un diario – vede che il 29 ottobre 1975 cade Mario Zicchieri, e il 31 ottobre c’è un funerale che degenera in guerriglia urbana; la sera dopo il funerale, l’Ambiguo esce da Via Eufrate e non torna. I prostituti, i picchiatori, i fascisti – quasi bambini, adolescenti di 13, 15, 17 anni, senza patria nella patria reale, ambigui quanto l’Ambiguo – possono anche aver ucciso lo jarrusu o il frocio; gli adolescenti neri – ambigui anche loro: puttani e picchiatori di puttanieri – potrebbero anche aver onorato il camerata ucciso, adolescente come loro; e i fascisti bambini possono aver avuto protezioni serie nell’avvocatura nera e anche nel Palazzo. Forse ne sono stati anche gli esecutori, oltre che i protetti. Sadomasochismo da saluto e augurio, fascismo, petrolio, Petrolio, violenza pubblica, piduismo, neopaganesimo, volontà mitica convivono ambiguamente all’interno di una cosa piena di ma anche. Questa cosa è mobile e fluida, fin dall’inizio: come lo sono la vittima e chi uccide, per ragioni diverse.

La gestione destrorsa, dolosa e confusa, del caso Pasolini (Pasolini morto) è evidente. Il problema è il passaggio dalla vita alla morte. Così il mistero sul fatto puro e nudo – la morte dell’Ambiguo – è diventato un Mistero. E poiché le molte identità e i molti comportamenti hanno un solo involucro – questo corpo, uno solo – muoiono tutte e tutti nello stesso istante: complicando tutto, perché ogni identità e ogni comportamento si prestano come movente; mentre la morte è una, sola, e il morto è uno solo. Le identità e i comportamenti avvengono nel mondo e nel tempo, quindi il mondo e il tempo – che hanno identità e comportamenti – possono essere coinvolti: la vendetta neofascista, la guerriglia urbana, lo sdegno politico, la disperazione della fornace dei tempi. Chi difende un uomo solo? I difensori ci sono, postumi e onesti come Betti, Citti, Parrello, Calvi e Marazzita: la loro buona fede è chiara, ma l’amico degli amici ha scelto la solitudine, per isolarsi anche dai buoni difensori. Pasolini era vincolato ad una sfida – lavorare, produrre, guadagnare, esprimersi, morire, con qualche intervallo di sesso estremo – che esclude gli amici. L’ambizione e il profetismo coesistono – senza serenità, in sineciosi – nell’Ambiguo: il profeta ambizioso non ha bisogno di amici, ma di strumenti e collaboratori, come l’Anghelos-Angelo di Tiresia (a Tebe) e di Edipo (a Bologna e a Casarsa).

11.

Il montaggio definitivo manca e si desidera. Ecco perché l’Italia deve ancora farsi domande, quando è in crisi, e darsi molte risposte. Certo, se riappare la verità definitiva sull’Ambiguo autoproclamato di Trasumanar e organizzar – allora è proprio la Fine. La Fine c’è già e sonnecchia come se non ci fosse. Quando ci sarà, si porterà via un po’ di tutto, e allora pianto e stridore di denti, anche per le humanae litterae. Una certa Italia invecchia e muore, nelle sue Istituzioni e nel suo Popolo. Coltiva e lascia accadere il Mistero, ma il Mistero è troppo enorme per essere indolore. Verrà la Fine. E poi verrà il popolo futuro, oppure nessun futuro, questo non si sa.

[2007-2012: la parte finale è stata ospitata da Francesco Marotta in «Rebstein», dicembre 2011]

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3 Comments

  • Mallarmé aveva già intuìto – insieme a tanto altro – ciò che sarebbe stato, per la letteratura, Internet: continuo gioco d’echi, fantasma rovesciato di correzioni e di aggiustamenti a venire, impermanenza che tende ad una forma nello sguardo degli interpreti – presenti, futuri, inesistenti.

    Une proposition qui émane de moi — si, diversement, citée à mon éloge ou par blâme — je la revendique avec celles qui se presseront ici — sommaire veut, que tout, au monde, existe pour aboutir à un livre.

    Les qualités, requises en cet ouvrage, à coup sûr le génie, m’épouvantent un parmi les dénués : ne s’y arrêter et, admis le volume ne comporter aucun signataire, quel est-il : l’hymne, harmonie et joie, comme pur ensemble groupé dans quelque circonstance fulgurante, des relations entre tout. L’homme chargé de voir divinement, en raison que le lien, à volonté, limpide, n’a d’expression qu’au parallélisme, devant son regard, de feuillets.

  • le glosse non sono testo. accompagnano – invadono come nel Medioevo – il testo, a volte penetrano anche nel testo, *lo confondono*. niente di quello che scrivo nella Rete è definitivo, mai. non tanto per le idee quanto per la musica. in fondo non ho mai creduto ad *una* idea. credo alla [e: nella] musica: e non dico il suono dei sospiri (per quello c’è la poesia), ma la *sezione ritmica*. l’idea che le idee viaggino senza suono o con il suono sbagliato – e FUORI TEMPO – mi fa orrore. il tempo della ritmica verrà, di riscrittura in riscrittura. paziente lettore, da quanto tempo ti dico queste cose. e grazie, davvero, di crederci sempre, di tollerare o di aspettare “il soffio di qualcosa che verrà”, “il popolo futuro”, e “chi ti apre lo sportello” e “chi ti telefona”.

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