Madre e figlia, versi per dirsi addio

 

China

Maria Pia Quintavalla

2010, 120 p.

Editore Effigie (collana Stellefilanti)

 

 

di  Giulia Borgese

La madre sta morendo: sono i giorni in cui, per forza e per amore, la figlia si trova ad esserle più che mai vicina. A momenti perfino la scopre e a momenti la ritrova come se la ricordava dagli anni dell’infanzia: la madre infatti parla, parla molto, quasi voglia costruire per la figlia un “libro detto / e non scritto, cui ciascuno / doveva credere  per fede quando attaccavi a dire, / Tu non sai quando…”.

La figlia è Maria Pia Quintavalla, poetessa (Estranea, del 2000, canzone con postfazione di Andrea Zanzotto) che sa cogliere da questi momenti pieni di parole e di fantasmi, di carezze e litigi, di verità e di sogni, di lontananza e di amore l’occasione per questo suo nuovo romanzo in versi.

China è il titolo (editore Effigie, collana Stellefilanti) ed è il nome della madre, e di ogni donna che parla: in verità indica anche le due donne insieme che si incontrano si osservano e si dicono addio. La vediamo in copertina, la madre, quando era bella e molto giovane in una di quelle fotografie degli anni Quaranta, lucide e con i bordi frastagliati: la figlia se la ricorda con “quei foulards che ti vestivano come una madonnina, / castigando la purezza della fronte e il naso / …Foulards custoditi in collezione / dai molteplici colori, a tinta unita come li definivi, / o in fantasia di bianco e blu chanel”. E’ un libro coinvolgente come a volte solo la poesia sa esserlo, e coraggioso per il lessico familiare strettamente autobiografico e insieme appartenente a tutto il mondo femminile.

In questo fitto riconoscersi vengono a galla momenti diversi come quando la madre la rimprovera: “Andiamo molto più d’accordo al telefono / l’ho notato anch’io, ma sentivo soffocare / la vergogna né lei se ne avvedeva. / Dunque ci avevo pensato, continuava, / è meglio non ci vediamo di persona”. Oppure: “Ve ne accorgerete quando non ci sarò più / dal letto di agonia ci minacciavi, appena lo potevi ricattando i nostri cuori”.  Ma ogni tanto il vaneggiare della vecchia donna morente cambia tono, si fa tenero: “Come sei bella, ti affrettavi a dirmi / cominciava così il tuo testamento oscuro”.

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