Un secondo tempo della vita: note intorno a ‘Codice Terrestre’ di G. Fantato

Codice Terrestre 

Gabriela Fantato

2008, 96 p., brossura

La Vita Felice (collana Labirinti)

 

“E’ la rigenerazione, la metamorfosi custodita nei simboli (…) che ho cercato di afferrare in queste poesie che invocano una sapienza invisibile, inscritta nel visibile”. Così Gabriela Fantato nella nota introduttiva alle ventidue invocazioni di una sua precedente plaquette “Enigma”. E c’è già in queste parole, il  senso profondo di “Codice terrestre”: libro scritto dopo il tentativo di afferrare l’ambivalenza del mito, l’ambiguo formarsi dei pensieri e la sfuggevolezza del mondo; dove il volo della farfalla assume lo stesso compito della Ruota della Fortuna e l’Eremita, nella sua ricerca di infinito, ci parla di un tempo circolare, l’unico di cui possiamo intuire il senso. E poi il Matto, che si fa carico di un ribaltamento, mentre il mondo edifica certezze. Figura che, forse, è una metafora dell’arte, laddove questa ha bisogno di indicare un altro luogo, un altro linguaggio: costruire una nuova geografia partendo da immagini; nei termini, tuttavia, di una tensione, di un cammino mai concluso. Perché,  mentre la morte rinnova, l’alchimista trasforma. E’ così ribadito l’esercizio della poesia a leggere i segni dei tempi;  da un punto fermo,  nella  congiunzione che fa specchiare terra e cielo,  sapendo che, per comprendere il Bene, bisogna saper accettare la necessità del Male. Come era già detto in “Enigma”: “se perdi la via retta scopri l’eterno andare/che tutto il mondo affatica  (p.17)”.

Ecco, dunque, l’inizio: Gabriela Fantato ci parla di elementi vegetali, di crescite, e della necessaria fecondità dell’acqua. Dei grandi alberi; esseri che ci crescono accanto e nel cui ventre le formiche costruiscono le loro tane. Come ferite nei fianchi dei vecchi: “I figli mordono ancora/le dita ai padri per sentire/dove inizia il viaggio”, p. 11. Viaggio senza risposte; solo tentativi per capire. Approssimazioni: “tento una geometria, linee/e acqua”, p. 11. Così questi alberi ci sono fratelli, ci ricordano le nostre ferite, da giovani; rompono le geometrie urbane, intrufolandosi nelle nostre camere dalle finestre, complice la luce, “c’è tanta luce oggi”, p. 12.    Ed ecco apparire un’immagine centrale: corteccia celebrale, come a suggellare il patto che accomuna gli esseri vegetali e animali, gli esseri senzienti e gli esseri pienamente istintivi.  “L’edera si arrampica nell’autunno/bianco di Milano. Mi cerca/gli occhi”, p. 12.   Questa poesia è dunque in vedetta e in attesa; non della voce di un angelo, ma dei fratelli misteriosi e già presenti, del loro linguaggio che non capiamo. Non è la voce degli altri uomini che attendiamo –  che spesso ci respinge –  ma quella del fruscio delle foglie, della terra appena solcata dall’aratro. Voce che ci fa avvertire la mancanza là dove “sembra/tutto chiaro/nel cadere”, p. 12.

E così gli alberi ci riporteranno all’infanzia: il gelso nel cortile della madre; “un pero e un melo,/il fico enorme nel frutteto,/vicini – estranei “, p. 15. Richieste di chiarimento alle grandi presenze che ci crescono accanto  e ci guardano dalle finestre di un’infanzia, o dalle grandi solitudini delle piazze.  Ed ecco la risposta, ciò che sappiamo da sempre, da tempo:

ogni zolla ha
una legge che governa
gli strati sedimentari.
(…).
Domani il corbezzolo sarà
bacche mature – domani anch’io.

Un battere e levare tiene
l’oscuro giardino dei vivi.

p. 15.

Dunque: riconoscere il nostro essere moltitudine; in tempi diversi, in noi stessi, eppure così misteriosamente unici, aggrappati all’Essere, come gli anelli nel grande ventre dell’albero. Anche noi nell’oscuro giardino dei vivi. Questa percezione di un’appartenenza comune, è la storia degli esseri tutti iscritti  nel progetto di un grande svolgimento destinale e collettivo. Il poemetto Canto per Galileo è intessuto di parole limite: nord, carichi, pendenza, tenuta, perpendicolo, grattacielo. Tutto un lessico in forte tenzone tra la geografia della terra e delle stelle. Si tratta, in effetti di coltivare il progetto di una casa dell’anima: un mettersi a sognare; tracciare un  perimetro, una diagonale.  Compito e destino: destino iscritto completamente nel codice della specie – codice terrestre –. Ma anche compito della ragione: delimitare i confini dell’umano entro un orizzonte condiviso di parole, di gesti che vengano prima delle parole: “Compito dello sguardo che s’offusca/non è sognare o piangere, è vegliare”, (Philippe Jaccottet).

Gli archetipi dei dieci arcani maggiori fissavano come dei punti di via, dei cartelli indicatori; la possibilità di abitare un  equilibrio tra destino e libertà; tra ragione dei padri e futuro dei figli; progetto e cultura, archetipo e viaggio; un cammino difficile tra le scabrosità del suolo. Questa metafora del prendersi cura della terra strappandola alle sue origini, alla sua confusione originaria, è il grande compito della poesia del solcare la pagina bianca, del dare senso all’incompiuto, accettando i tempi morti delle stagioni, l’attesa dell’avvento; un colloquio finalmente possibile tra la terra e il cielo, il cuore dell’uomo e quello di un grande oltre che ci sovrasta:

Forse il peso che sento nelle spalle
è questo mugolare
la materia parla ostinata, a sottintesi.
E’ un ronzio che striscia dal metrò
alle case, al piatto, al tavolo da pranzo.
Nemmeno i balconi sanno tenere
il sibilo che sale dai tombini
e non si ferma.

Una finestra sta ficcata nel cielo
con la promessa di aprirsi.
Succede, come sempre, succede
– di sbieco si vede il taglio,
la bellezza che resiste.

Ne sono certa, verrà di nuovo aprile,
verrà nel fusto dei platani
un’estate d’aria e d’erba cruda.
Nient’altro.

p. 16

In che modo conciliare compito e destino? Specchiarsi in una successione di atti dove tutto sembra già essere stato scritto prima del tempo? Si può fare questo portando a compimento  il pario:  spazio costruito, immaginato; parentela, viaggio alla ricerca della stella; una stella variabile. L’esito di questo compito è la promessa di una morte semplice; di un a/mors, in grado di conservare qualcosa, di permettere l’abbandono nello spazio della casa.

Nel bellissimo canzoniere amoroso, Un bacio dopo l’ultimo, questa promessa di libertà è cercata nella tradizione di una memoria imprescindibile. I versi si fanno effettivamente cadenza di un incedere nelle pieghe del crescere: imparare a non cadere, a proseguire, tra solitudine e mistero, promesse e carezze.  Qui la lingua è incuneata dentro le scapole e le giunture, ma con una sua dolcezza necessaria, anche se “la carezza era una colpa ottusa/dentro l’adolescenza”p.28. Anche se “mi dici della crepa, un male sottile/al fianco”, p. 29.  Eppure si avverte un’invocazione, una preghiera, tra durezza della specie, del luogo petroso dell’incontro, e gli occhi, le mani che si cercano. Perché anche questo è iscritto nel codice terrestre: cercarsi e perdersi, sempre, camminare insieme per un tratto e salutarsi.  Non è mai fondativa l’esperienza del dolore e della perdita se non è accompagnata dallo specchiarsi: “tu mi dai lo specchio/per questa debolezza”, p. 30. Le creature si salvano solo se sanno riconoscersi nelle stimmate della specie, se sanno  innestare la propria storia nella storia dei simili; per contatto e sguardo, sapendo però che si tratta di un contatto nello stridore, nei pieni e nei vuoti del corpo dell’altro.  Qui l’amore è la  richiesta di un bacio; ma anche ciò che dobbiamo fare dopo i semplici baci: la preservazione dell’ombra nella stessa culla dell’amore ricevuto.Anche qui il corpo è una geometria, un assalto, una ricerca, la costruzione di un paesaggio: ritmo, punta al collo, sintassi, rettangolo,  amuleto, Carmelo, espiazione, battesimo, declinazione, addio.

Il libro sembra così parlarci di uno svestimento, di un rimanere nelle poche cose che si sono salvate dopo l’esperienza della Storia collettiva, della crescita e della scoperta. Anche l’amore è un compito. Certamente il più alto. Esige un superamento, uno sbattere, un farsi male. Un ritornare, infine, più semplici dell’inizio.

Domani la salita sarà al Carmelo,
espiazione nelle domeniche di maggio.
Ogni mattina chiniamo il capo
al battesimo della luce.
Solo un passo manca, solo un passo,
poi sarà la declinazione
– adesso, ieri e il pane sarà ciò che chiedi,
briciole nelle tasche
e un addio.

p. 32

C’è sempre un proseguire lungo un asse, la linea di equilibrio immaginaria che per gioco percorrevamo da bambini. Sono passaggi in cui, a volte Gabriela Fantato è figlia, bambina:

resta la ninna nanna
di mia madre nel bianco,
come fosse una notte
senza luna

p. 6

Altre volte sposa, madre insperata:

Regalami l’innocenza
i sandali dell’infanzia, il passo dove
l’acqua è un bordo della pelle

p. 20.

Ma amare, prendersi cura, vuol dire imparare a pronunciare l’addio. Che è parte dell’amore:

La solitudine un sale antico,
il primo addio.
Poi tutti gli altri verranno,
sarà un’eco, una preghiera

p. 49.

Ogni cosa, nel momento in cui ci viene incontro, ci abbandona. La nave non si allontana dal molo. Rimane ferma. Siamo noi che ci stiamo distaccando dall’esperienza del viaggio. Rimaniamo fermi tra coltelli che sono il taglio della carne. Tanto i nomi ci sono già tutti; conservati. I fogli appesi sono verbali: diplomi, premonizioni, atti di accusa. Ogni cosa è veramente stata una benedizione di dati e numeri precisi.  A volte la pietà è inutile, una parola trema nella bocca e nel mattatoio del mondo la perdita è un pegno da pagare. La perdita è anche il gesto dell’alzare la difesa, del chiedere alle parole di tracciare il perimetro: per un addio; ma solo dopo la descrizione della perdita: Nella vita ho amato tutto con l’addio (Marina Cvetaeva). Sappiamo che il dolore è una zona dell’esperienza, un confine che a volte varchiamo ma che non possiamo abitare incessantemente. Noi, viviamo, piuttosto, la complessità, i suoi steccati e i suoi orizzonti aperti. Viaggio e pausa, ritmo e riflessione.

La parola che abita il dolore completamente ne diventa la vittima sacrificale, il pasto che si deve a un dio. La  parola, piuttosto, ci dice Gabriela Fantato, è resistenza, lavoro che sottintende una  domanda che ci faremo sempre, nel progetto di salvare gli argini. Perché sempre c’è l’acqua pronta  per l’inondazione. Le parole vengono, dunque, da un prima, dall’eredità della specie:

Non ho mai saputo la guerra,
eppure lo zio Silvio è partito
e i vent’anni non li ha contati
alla festa di settembre.
Gli somigli, dice mia madre,
Erano gli anni dentro lo sguardo,
anni gialli nelle foto coi bordi come onde.
ti ricordi? era così bello gridare
– sarebbe stato.

p. 53

Si scrive per somiglianza, per onorare una zona del nostro sangue che abbiamo ereditato; non per fratellanza a un’altra scrittura, ad altre parole, ma a un gesto,  prima della scrittura. La scrittura è sempre sola. I poeti non assomigliano mai veramente a un altro poeta. Piuttosto a un’ora, un’ombra, a qualcosa che ci ha preceduti sul filo della Storia. Perché

siamo prede e assalto
dove la schiena è radice,
la benedizione delle labbra
nel sorriso della madre.
Una città senza nome.

p. 21

Scrivere è cercare nella stanza nascosta della propria origine il nodo che una parca non ha ancora sciolto, non vuole sciogliere. E’ imparare il distacco dagli anni dentro lo sguardo di un presente che sempre batte alle porte.   Per Gabriela Fantato la poesia è  una preghiera senza scampo. Davanti ai vivi. Perché i morti non ascoltano. Essi sono i corpi consegnati per riassunto; essi sono stati già assolti dalla vita. Per capire –  se c’è da capire – il senso degli steccati: “Resta la vita, il passaggio da pagare./Ammetterlo, assolversi.”, p. 56. L’assoluzione che la poesia reclama è per noi stessi che non sappiamo ancora morire; sempre con quella macchia di rossetto sulle labbra che si addice alla vita, perché nudo e misero trionfi l’umano.  Si scrive, dunque, nel dialogo dei corpi, nella ricerca di un luogo che è già ma che non abbiamo mai visto veramente. Parola come cammino ripercorso lungo le impronte che altri hanno già tracciato, fatto di sporgenze e imperfezioni, di paesaggi e anfratti dove il senso si scava una tana.

E’ un punto ultimo, mi dici,
tempo di semina e raccolta
nel rabbrividire delle stagioni.
Nei depositi bassi della mente
il Po si getta sempre nel mare e le formiche
scendono nel foro.

p. 59

Questo spazio che abitiamo è ancora una volta l’ordine della successione dei punti di  una retta dove si iscrive la nostra storia e il nostro destino, “nella pietà di viverci figli e/ rinascere padri e madri”, p. 58.  Si può, dunque, rimanere nel bianco, scivolare in basso, permettere all’anima di spaesarsi; sentirsi indifesi, senza potere e senza volere. Per sentirsi custoditi; se abbiamo deciso di custodire.

“Dentro gli occhi mi tenevi
– un boccone nella tua gola.
Scivolavo piano, in basso.

p. 59

Libro della maturità, questo, come osserva Milo De Angelis nella premessa: “di un secondo tempo della vita e della poesia”, quando “sappiamo che pochi sono gli amici, i luoghi, i giorni essenziali”. In allerta, accettando di abitare l’orizzonte e lasciando la verticalità al mistero della nascita, alla imperscrutabilità del divino. Consentendoci la dimensione di un equilibrio precario ma necessario.

Si muore bene, dici, coltivandosi
con attenzione come un fiore piccolo
nel suo vaso

è questa la gioia – balzo dentro
la specie dove sono le cellule,
i rami e i figli.

p. 64

Così restano i segni: quelli culturali, di una Legge condivisa,  e quelli della continuità dove siamo  già scritti nel codice della madre e del padre; della terra tutta, che custodisce la formula del fiore e della stella. Ubbidienza, insomma, non vuol dire cieca accettazione; vuol dire piuttosto, resistenza, sguardo spalancato dentro gli anni divorati da Crono:

Sotto, qui sotto la partenza è
viaggio nella specie – perdersi
di cunicoli e ombre nella pancia di Milano

p. 67.

Resistenza umana al dolore, alla guerra del vivere, nel solo modo che ci è possibile: quello della rivolta senza armi, senza la pietà,  prima che la lama dica il male.

Questo prima è come la parola consumata all’inizio, prima che tutto sia avvenuto. Prima, quindi, è il vizio della forma quando non si nutre del ricordo. Prima, la pietà è un vizio.   Solo in questo senso la pietà è una crepa nel battito cardiaco, l’interruzione del respiro. La poesia è dunque l’atto dovuto che nulla chiede e nulla pretende. Chiede, piuttosto, di esistere come casa di accoglienza dell’umano; stanza vuota, imbiancata a calce, dove rimane l’essenziale di noi, ciò che va tramandato per  scelta o per necessità.

Noi tramontiamo, lasciamo qualcosa di noi. Tutto torna, si ripete ma nella forma sempre nuova dello stupore e della scoperta. Dell’essere identici a noi stessi, nei padri, nei figli, eppure sempre nuovi, misteriosamente nuovi, sempre necessari. Ogni parola, infatti,  deve il suo pegno a una tradizione, ne è vestita, profondamente. Lo stacco è la rottura col patto dell’essere umani, dell’ubbidienza dovuta  alla specie. Ma il compito ci dice che dobbiamo proseguire, portare a compimento. Tradire e condurre. Si torna sempre all’infanzia, è vero,  ma dalla parte opposta, al contrario, dal punto più distante. Viaggio circolare: “Resta una fedeltà ai pochi/a fare il perimetro”, p. 71.  E’ il compito della ripetizione, la cancellazione della domanda: è davvero necessario?

Non sapresti dire se era vero
quel tanto girare di spalle,
non sai trovare il nome –  la piega
dove la foce attende
il sangue come un’acqua che viene
e slitta, vedi s’avvicina”,

p. 72.

La ricerca della piega dove la foce attende. Ecco: il perimetro è inteso come piegatura, incessante ripiegarsi, fino a un punto in cui due opposti si toccano; in cui qualcosa si è conchiusa, si è avverata per necessità.  Questa visione si può compiere solo nella distanza, nella mancanza di pianto della distanza. Vecchi ma già bambini, pronti a donare il mistero, da squadernare come è stato chiesto di fare all’inizio. In che altro modo diversamente? Identici sono i visi dei morti nel passare degli anni; nelle fotografie dei nostri giorni e nei ritratti della necropoli del Fayum. Identica la preghiera e l’accoramento nella formula egiziana per scacciare la malattia dal corpo di una bambina e in quella dell’angelo custode per proteggerci dal male. Questa è   il compito: portare la voce nella storia della specie, come baluardo, argine:

Adesso si è alzata la difesa.

Chiedo le parole per disegnare
il perimetro
tra prima e questi anni che si scordano.
(…)
Chi saremo? dimmi,
senza la gioia che cresce le rose
e coltiva la casa anche dove
c’è l’acqua pronta per l’inondazione.

p. 52

More from Sebastiano Aglieco

Libri Di/Versi n.1: una nuova iniziativa di Poesia 2.0 a cura di Sebastiano Aglieco

  Mi sono sempre chiesto, quando si parla di poesia, se la...
Read More

1 Comment

Lascia un commento