Vicolo Cieco n.20: Si salvi chi può

 

Si diventa maturi e allora ognuno per i cazzi suoi, sembra essere questa la morale di uno degli ultimi articoli di Temporelli su Atelier.
La maturità separa, divide, frantuma la comunità. L’aggregazione è per quelli malati di infantilismo cronico, forse è per questo che noi apparteniamo ancora a quelli che menano il torrone con i convegni, le conventicole, etc., o perché siamo malati di retromania che è quello strano disturbino che non vede il futuro, ma che non saprà cosa fare quando avrà esaurito un passato da pensare.
Caro Andrea, probabilmente hai ragione: gli interessi di famiglia e di bottega non stanno alla letteratura, al cantiere, al work in progress, anche se la legittima esigenza di tentare nuove strade fa sorridere se solo si pensa che non c’è band che non stia di nuovo raccattando i cocci pur di tornare a suonare.
Credo si debba andare a ripensare la comunità come discorso e come luogo se si vuole andare verso una nuova poetica della trasformazione. Credo sia necessario rimeditare l’aggregazione invece della scissione, iniziare a rifondarla per perseguire obiettivi lasciati incompiuti.
Il solito idealismo Assiriano mi porta ancora a ritenere che deve essere all’interno di un qualcosa che avviene lo scontro, altrimenti è solo tutta sfaccettatura di una parzialità inconcludente. L’impegno che tutti in diverse direzioni abbiamo profuso negli anni aveva ed ha tutt’ora una comunità d’intenti che dobbiamo impegnarci a far restare al di là di ogni orticello.
Tornare a predisporre luoghi dell’ascolto, riaprire il dibattito di una critica della collocazione e non della promozione servile, lavorare per una definizione della poetica e per una potatura del marciume è un compito dove non voglio sentir dire il ‘si salvi chi può’.
Se lor là han ragione, abbandonare la nave oggi non serve, si affonda tutti insieme.

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