Gabriela Fantato: ‘Fugando’ – nota critica di Maria Pia Quintavalla

 

Fugando

Gabriela Fantato

1996, 80 p.

Editore Book (collana Tabula)

di Maria Pia Quintavalla

Mi provo a tradurre l’epigrafe di apertura di questa rac­colta che suggerisce – a livello della recente indagine fi­losofica di Umberto Galimberti – un’analisi del rapporto che lega, generandolo, i nostri gesti al nostro corpo; e ri­leggo secondo i dettami della linguistica: non è il senso a disporre liberamente il suono nel testo di poesia, ma sono i suoni ed il significante intero a fare nascere senso, significato completo in poesia.
La sezione centrale della raccolta, “Dedica”, contiene infatti (tra una gratitudine dell’abitare, tra altre, anche la casa del linguaggio e un’invocazione alla musa, che è di trasformazione) diverse dichiarazioni di poetica, mentre altri testi si soffermeranno più su confessioni e modalità dell’io che rimandano ai significati ed ai con­tenuti esperienziali.
(…) Un altro percorso, quindi, diventerà la precarietà di chi scrive, il dover abitare in parole: folla di denso vociare; un funambolico oscillare, molto ritmato, di messa in azione dei significati, cosi in “nascondimenti”: roto­lano spigoli di cantilene/mozziconi, labbra.
C’è un ritorno alla metonimia di significati designati per contiguità spazzale, uno scambio sempre piu fre­quente di significati e lessico tra corpo e mente: lisce le pareti ancora invidiano / le rughe, dentro come dire che amore o invidia della realtà possono aprire una se­rie di spazi allegorici molto misterici.
Da tali percorsi permane una felice, a volte fluviale, sperimentazione nella lingua fatta di neologismz; pa­role doppie, di una punteggiatura usata come enjambe­ment, di ricorsi spaziali spaesanti propri della poesia vi­siva, di alcuni spiazzamenti repentini di tempi e sog­geti, slogature sin tattiche sempre con salti temporali quindi con pronuncia antilirica e colloquiale.
Non c’è soggetto noumenico, ma serietà di vita, affetti ed ombre dell’ io, del suo sostenersi quotidiano tra le cose dove il soggetto si obiettiva.
È una pronuncia antilirica, vicina alla regione di una poetica delle cose che potrebbe riferirsi a certa (area lombarda”, se non fosse apertamente femminile per vo­cazione, atta a parlare del mondo a partire da una par­zialità del soggetto sul mondo.
(…) Letture plathiane, o di certa area sperimentale matura, come Jolanda Insana, Patrizia Cavalli ed Angelo Lu­melli,  senza contare le riletture moderne e femminili dei miti e dei temi della creatività, da Merleau-Ponty al “pensiero della differenza”.

Sono i luoghi di un rimosso salvato, recuperato, autoanali­tico escono dai ripetuti e frequenti prefissi, quei “nonmai” che fanno pensare al “never more” di Poe, al non detto, ad un lavoro di recupero della parola che re­stituisce senso, anti-nichilista sempre.
Un nonmai dimenticato e una nonmai traccia, che in­venta, si chiariscono forse in altre acute confessioni: ogni volta ha donato figli / al vento, per scordarsi davvero, sulla genesi delle parole poetiche.
Un automaternage che, prima che di identità femmi­nile, si è costruito sulla precisa scelta della scrittura. Continua il dono-scambio tra esperienza e parola di poesia, passo in passaggio di una psiche femminile che permea di sé la sua poetica.
Cosi scorgiamo qua e là una galleria di ritratti femmi­nili_ o alter-ego dell’autrice, che è liberatoria, un po’ an­che misterica. Si allude a un rapporto difficile con la lingua, ad un punto d’arrivo per potersi affrancare, cer­cato quasi come definitivo, ma si continua a cambiare luoghi e si sperimenta… la mente del corpo o corpo della mente, che resta il punto di segreto più  ambito: amo teso d’infinito.
Le stesse figure femminill- dalla bambina salvata, alle figure sororali-; si riconoscono fuori ormai da un idillio impossibile e scambiano l’esperienza vissuta con parole di poesia e verità.
La dualità sparisce, cosi da non dover più scegliere tra senso e suono, ma sciogliersi unificandoli e coìi la sto­ria della nascita della parola poetica è qui narrata.
E cosi l’urgenza della parola, il render corpo alla pa­rola, il rimetterla insieme in un continuo viaggio di trasformazione, miglioramento, nell’ utopia di corpo fe­lice che si scopre e si auto-riconosce.

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