Parola ai Poeti: Roberto Bertoldo

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

La salute della poesia italiana è buona, nonostante i poeti abbiano perso ogni potere fatico o forse proprio per questo. Credo sia stata sempre buona, dagli anni settanta in poi, se non si guarda solo ciò che è emerso. Come la pittura nel Novecento ha dovuto distinguersi dalla fotografia, così, grosso modo, la poesia ha dovuto distinguersi dalla canzone, la narrativa dal cinema, la letteratura dai media. Questo ha comportato l’abbandono della sfera della comunicazione a vantaggio di quella della significazione, con conseguenze drammatiche per l’egocentrismo dei poeti ma, dopo le prime titubanze che hanno condotto alla desemantizzazione sperimentalistica, dalla generazione dei nati a metà secolo in poi c’è stata la risemantizzazione dei testi. Purtroppo parliamo di generazioni che hanno sofferto lungamente il potere editoriale dei padri e dei nonni e non hanno potuto porre all’attenzione dei lettori la loro scrittura, se non quella che si è disletteraturizzata. Oggi, tuttavia, questa scrittura sommersa torna, sia pure a volte epigonica, nelle nuove generazioni, così abbiamo una poesia che ha recuperato simboli e tonalità liriche (nel senso originario di musicalità e non in quello degenerato di autobiografismo).
Del buono stato della poesia il vostro sito è testimonianza, il mio solo rammarico è il fatto che pochi poeti hanno dimostrato di amare, più che se stessi, la letteratura. Questo ha generato rivalità senza senso ed una certa emarginazione classista.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Il mio primo libro edito non è stato di poesia, nonostante io sia stato prima di tutto poeta. Avevo 40 anni e avevo già scritto 14 libri tra poesia, narrativa e saggistica, 12 dei quali sono e resteranno inediti. Uscivo da un esilio volontario dal mondo della letteratura durato 15 anni e avevo appena fondato la rivista “Hebenon”. Il caso volle che lessi sul “Sole 24 ore” un articolo riguardante un libro pubblicato da un piccolo e geniale editore di Milano, il compianto Gianfranco Monti della Asefi Terziaria. Il libro era Contro gli ebrei, di Martin Lutero. Era il 1997. Poiché 8 anni prima, nel 1989, avevo scritto, sotto l’effetto della contemporanea rivoluzione rumena, un romanzo, Il Lucifero di Wittenberg, critico nei confronti di Lutero per come si era comportato, nel 1524, con i contadini tedeschi in rivolta, telefonai a Gianfranco Monti e glielo proposi. Accettò di leggerlo e me lo pubblicò, credo per par condicio.
Non mi aspettavo nulla e quindi tutto ciò che venne fu soddisfacente. Soprattutto instaurai con l’editore un rapporto di amicizia talmente disinteressato che adesso, dopo alcune fredde esperienze con editori come Marsilio e Guerini, mi ha reso restio a pubblicare da editori con cui non riesco ad instaurare un rapporto di amicizia vera.
Il mio primo editore di poesia giunse due anni dopo. Fu “La vita felice”, di Milano. Forse Gerardo Mastrullo non si ricorda, ma mi pubblicò Il calvario delle gru dopo 4 anni di attesa. Si era dimenticato di averlo accettato per la pubblicazione e io, che non sono molto bravo a curare i miei interessi, non gli telefonai mai per ricordarglielo. Fu lo scrittore Paolo Lezziero, un autore della casa, a scoprire questo manoscritto con le ragnatele e a rammentare all’editore che doveva pubblicarlo.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Cambierei tutto. Il mio modello è l’antica Einaudi, come me la dipinse il poeta Camillo Pennati riguardo i tempi di Calvino e Pavese. Un gruppo di consulenti che discutono sulle opere proposte e senza intrallazzi cercano di puntare sulla qualità, nonostante sia inevitabile una certa aleatorietà del giudizio.
I poeti, come appurai con la rivista che dirigo, spesso sono molto pretenziosi e convinti di essere dei geni, quindi le loro aspettative sono elevate. Ma un editore deve preoccuparsi della poesia, non delle ambizioni dei poeti.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

La poesia è forse il solo testo letterario a non avere necessità assoluta di un supporto cartaceo, quindi non vedo negativamente il web. Il solo rischio è di smarrire l’autore, perché se non interessa la brama editoriale di un autore è però fondamentale poter risalire alla sua singolarità, non tanto per giudicare la poesia ma per poterla godere pienamente. Io amo molto leggere i diari, le lettere, le biografie e le autobiografie degli scrittori, grazie alle conoscenze che ne ricavo mi sento più compartecipe quando leggo le loro opere. Temo che il web possa avere sulla poesia lo stesso effetto che l’Editto di Sant-Cloud ebbe sulle tombe, spersonalizzandole.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Credo che la comunità critica possa essere sia utile sia dannosa. La singolarità di un testo creativo determina la sua condanna all’ingiudicabilità, almeno parziale. Ho affrontato più volte la questione in ambito saggistico e ho concluso che sia solo possibile riconoscere ciò che è mediocre, non produrre una credibile scala di valori all’interno di ciò che è valido. Ma anche ciò che è mediocre lo è semplicemente in base ad una crescita storica della cultura che ha indebolito il potere persuasivo della natura: oggi un poeta come Catullo sarebbe giudicato probabilmente mediocre.
Per questo, la critica non deve assumersi il compito di fare da intermediaria con il pubblico, ma solo di commentare i testi del suo tempo, rilevare con cognizione di causa i loro eventuali debiti e storicizzare le opere del passato.
Purtroppo oggi la critica compie una scrematura classista o ideologica o, nel migliore dei casi, cameratesca.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Non si può fare a meno di un canone, ovvero di una teoria letteraria anteposta al giudizio critico; anzi è bene che ci sia, è la riprova della professionalità di chi giudica, almeno se è un canone prodotto personalmente. Se non è primariamente un teorico, un critico non è credibile, perché il giudizio che esprime non può essere verificato nella sua coerenza. E se la coerenza non è richiesta alla scrittura creativa, è fondamentale alla scrittura saggistica. Ciò è la prova dell’inevitabile discrepanza tra creatività e giudizio, la cui particolarità (del giudizio, non della critica) è quindi solo selettiva.
Non sono favorevole alla provocazione formale, la poesia è già provocazione. In fondo al mio ultimo libro di poesia edito, Pergamena dei ribelli, ho scritto che la poesia non nasce dal gusto ma piuttosto dal disgusto. Quindi, per me, il poeta non si pone mai la questione delle regole, né da neoclassicista né da barocco. Tutt’al più le valuta successivamente per conoscere o riconoscere il “proprio” chiarimento espressivo della “propria” esperienza intellettuale e emotiva.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

I Ministeri sono sempre utili se usati correttamente. Nel nostro paese, ma non solo, ciò non avviene, quindi l’utilità di essi è tutt’altro che civile. Credo non sia difficile valutare quali case editrici, riviste, autori operino per il bene della letteratura e, di conseguenza, della collettività e cercare di sostenerli. In più la “buona letteratura” è come la buona cucina, ha bisogno di buoni palati, e la loro formazione richiede una nuova impostazione culturale, che necessita della eliminazione di ogni atteggiamento clientelare. È possibile rieducare al rispetto delle vocazioni?

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Perché una poesia sia educativa non deve avere, per l’autore, una funzione catartica o psicanalitica. Questo tipo di poesia, allo stesso modo di quella che soddisfa l’ego dello scrittore, è dannosa, perché si porta dietro, dell’uomo che l’ha scritta, i vizi e le  frivolezze. La poesia è positiva se accresce le nostre potenzialità espressive. È questo che le dà un valore storico e letterario.
Petrarca sapeva di non poter scrivere che le acque sono chiare e fresche se non con un’altra intensità e quindi usò l’iperbato; Carducci abusò della gradazione e s’inventò una sorta di transazione verbale; Foscolo trovò un’ouverture che scombussolava le abitudini ritmiche dell’endecasillabo; Pascoli a volte dislocò l’aggettivo e altre volte, come disse bene Pier Vincenzo Mengaldo, lo sostantivò; Ungaretti s’avvinghiò alla metonimia; ecc. E se il poeta trova una pepita, che nessuno riconosce essere tale perché non appartiene ancora al gusto dominante, diviene suo compito cercarne e chiarirne le ragioni.
L’educazione poetica consiste in una educazione espressiva e dove c’è creazione espressiva anche la realtà ne guadagna; come l’invenzione di una parola illumina la realtà che l’ha determinata, così la poesia, che non solo inventa parole ma soprattutto tonalità, illumina e sviluppa la sensibilità. Questa è la sua educazione positiva.
Purtroppo credo che solo musicandola la poesia oggi possa essere diffusa oppure facendone sentire  la forza, ossia le potenzialità che possiede. Invitare i poeti veri, la loro follia interiore, nei teatri, nelle televisioni, nelle scuole sarebbe fondamentale.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Devo per forza dare una riposta che suona retorica: il poeta è un cittadino del mondo. Se dicessi che è apolide rischierei di far pensare ad un poeta che ignora i limiti civili in cui si trova e quindi la responsabilità che deve avere verso i valori vitali degli altri uomini. La creatività è uno di questi valori vitali, se accresce il potere, nel senso delle potenzialità, dell’uomo.
Se il poeta avesse ancora sul pubblico il carisma che aveva nei secoli precedenti il Novecento, la lealtà, la generosità e il coraggio sarebbero cardinali. Oggi restano comunque indicativi del valore umano di chi scrive. Provo pena per quegli scrittori che si genuflettono al potere, sia esso editoriale, politico, mediatico o altro.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

La disciplina che ho usato con me stesso non riguarda il controllo dell’espressione, ma la limitazione di campo. Mi spiego: come ho detto, iniziai scrivendo poesie. Dagli otto anni di età la poesia è stata la mia forma di espressione intima, per di più da nascondere per la vergogna. A 16 anni mi  accorsi che la mia poesia aveva subito un’involuzione stilistica rasentante l’autismo: emozioni, pensieri simbolizzati, vissuti introversi, tutto veniva spontaneamente amalgamato in immagini che potevano sembrare surrealistiche ed erano in verità surrazionalistiche. Questo aspetto un po’ è rimasto e fa parte del mio stile. Tuttavia sentivo che se volevo comunicare dovevo snellire e alleggerire la mia espressione poetica. È così che cominciai a cercare una forma più consona al pensiero e un’altra alla narrazione. Intorno ai 16 anni cominciai allora a scrivere saggetti di pensiero mentre poco prima, a 12 anni, avevo scritto il mio primo romanzetto. Ovviamente gli scritti di quegli anni li ho cestinati e questo del cestinare è un altro aspetto della mia disciplina.
Tuttavia la scrittura nasce sempre, in me, dall’ispirazione. Non potrei scrivere a comando, se non versi magari piacevoli ad un orecchio impreparato, ma falsi.
Per quanto riguarda la poesia, che ho lasciato al dominio soprattutto dell’emozione, la scintilla viene dal contatto con la realtà quotidiana, riguardante più gli altri uomini che me stesso.  Eppure essa scocca dentro, generata dall’emozione, come giustificherò fra poco. Per questo io dissento da chi ritiene il maledettismo un atteggiamento sempre epigonico e fuori luogo. Tutt’altro. La maledizione nasce proprio dallo scontro tra ispirazione e disciplina, tra esistenza e storia, vita e legge. Penso a Poe e a Baudelaire, non alla sfrenatezza di Villon e di Rimbaud. La scintilla resta accesa proprio in questo braccio di ferro tra ispirazione e disciplina, emozione e regola.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Le emozioni sono alla base di ogni reazione, creativa o critica. Da esse derivano sentimenti e idee, che sono già un prodotto confezionato. Se la poesia vuole essere creativa deve porsi come confezione di emozioni, non di idee e sentimenti. Le idee e i sentimenti, che comunque esprimerà in confezioni sensuali, risulteranno così propri e infatti la poesia – e può sembrare anche questa un’affermazione retorica – ha come messaggio se stessa, la propria partitura.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Non lo so. Non ho mai imposto a nessuno le mie passioni, anzi le vivo con molta riservatezza. Credo comunque, data la nostra estrazione sociale, che la giudichino un passatempo infruttuoso.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Il mio lavoro, quello che sfama la mia famiglia, potrebbe avere a che fare con la poesia, ma purtroppo è sotto questo aspetto molto deludente. Insegno infatti in una scuola superiore ed è molto difficile sensibilizzare alla poesia chi non l’ha incontrata nel modo giusto prima. Lo studio obbligatorio delle poesie allontana dal piacere della loro lettura e a 16-19 anni, questa è l’età dei miei allievi, il danno è già fatto ed è ormai quasi irrimediabile.
Scrivere per mestiere ha una sola fortuna: non il tempo a disposizione, perché chi conosco che scrive per mestiere spesso non sa cosa scrivere e questo tempo in più lo perde; non la libertà creativa, perché chi scrive per mestiere rischia di fare letteratura sulla letteratura; la sua fortuna è di poter riposare e magari distrarsi.
Purtroppo chi si impegna seriamente tanto nella vita quanto nella letteratura deve fare molte rinunce ed è costretto a restare ai margini del mondo letterario con gravi svantaggi per la cura posteditoriale dei propri libri e della propria immagine. Ma questo aspetto non è importante. Piuttosto si accumula uno stress del quale chi scrive per mestiere non ha idea.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Riguardo il mio futuro letterario, spero di avere ancora qualche anno di vita e di discreta salute per finire di comunicare ciò che sento di dover comunicare. Mi rendo conto che tutto ciò potrebbe non servire a nessuno, ma, parafrasando Machiavelli, non sapendo fare altro “mi bisogna o botarmi di stare cheto” o scrivere.
Riguardo il futuro della poesia le auguro, se essa riesce a rimanere indispensabile alla crescita spirituale dei popoli tanto quanto lo sono le attività rurali e industriali, di ritrovare la centralità culturale che aveva in passato. A questo proposito, non credo manchi qualcosa alla poesia e ai poeti di oggi. Credo invece che in alcuni di loro ci sia qualcosa di troppo: l’ambizione senza remore,  la presunzione, l’infiacchimento spirituale, caratteri più adatti alla sottocultura odierna che ad una cultura profonda, ora più che mai necessaria.

 


 

Roberto Bertoldo ha scritto libri di poesia, di narrativa e di filosofia. Tra le sue pubblicazioni, i romanzi Il Lucifero di Wittenberg – Anschluss, Asefi 1998; Anche gli ebrei sono cattivi, Marsilio 2002; Ladyboy, Mimesis 2009; L’infame, La vita felice edizioni 2010; i saggi Nullismo e letteratura, Interlinea 1998 (2° ed. accr. Mimesis 2011), Principi di fenomenognomica, Guerini 2003, Sui fondamenti dell’amore, Guerini 2006; Anarchismo senza anarchia, Mimesis 2009; il pamphlet Chimica dell’insurrezione, Mimesis 2011; come poeta ha scritto Nuvole in agonia, Il pan demonio, Il rododendro, Il calvario delle gru (Bordighera press, New York 2000), L’archivio delle bestemmie (Mimesis 2006), Pergamena dei ribelli (Joker 2011). Insegna, dirige la rivista “Hebenon”, l’inserto “Azione letteraria” e alcune collane di letteratura.

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3 Comments

  • concordo con quanto Bertoldo afferma con grande chiarezza e lucidità. E sottoscrivo il suo appello alla ricerca di una cultura ben più profonda di quanto oggi venga propinato da accademia e ‘mondo dello spettacolo’ (alla Debord). Oggi è di moda essere ‘impegnati’, e già per questo l’impegno dovrebbe fare orrore – ma, fortunatamente, c’è chi l’impegno l’ha sempre praticato senza bisogno di esibirlo, né ideologicamente né ‘esteticamente’, ma con la propria onestà e la propria ricerca artistica. E questo impegno andrebbe riconosciuto e supportato, come giustamente indica De Palchi. Ma i ‘fessi’ e le ‘fesse’ non si scoraggiano facilmente, e continuano il loro lavoro di ‘talpe’. Questo mi sembra già molto nel mediocre mondo culturale ‘di superficie’ dell’Italia contemporanea…

    approfitto per ringraziare Poesia 2.0 di dare finalmente la parola a molti poeti che di norma non ce l’hanno..

  • Ringrazio Alfredo de Palchi per la solidarietà, come ringrazio Luigi Bosco per l’intervista e Sandro Montalto per avermi segnalato al sito. Voglio dire ad Alfredo di non preoccuparsi per me, sono in buona compagnia e so bene che oggi la società letteraria non ha tempo per seguire quegli scrittori, e ce ne sono tanti, la cui produzione è piuttosto complessa e impegna il critico su più piani. E non è tempo per i poeti, per i tanti buoni che l’Italia possiede, e non lo è per te anche se finalmente, oggi, tante persone, anche su questo sito, hanno ripreso a valorizzarti.

  • Da giorni mi porto dietro debolezza fisica, sonnolenza, eppure mi pare di star bene senza voglia però di partecipare in discussioni letterarie. Domenica pomeriggio, primo giorno dell’anno 2012, animale ammalato stoicamente davanti a me stesso mi sono appartato nello studio. Ci sarà posta elettronica?

    Ma chi scrive in un giorno grave come questo? Infatti, nessuno. Nella lista new mail c’era ancora la e-mail del 15 dicembre scorso di un sito o blog che sia che gentilmente mi spiega come entrare. Click, ecco, mi guarda Roberto Bertoldo. Piacevolmente sorpreso chiedo cosa facesse lì senza nessun scritto. Scorrendo su e giù il cursore, il mio genio computeristico intuisce dove clickare. Leggo l’intervista e chiudo.
    Ieri non sono riuscito a ritrovare l’intervista. Questa mattina, 3 gennaio, scopro che si trova in questo sito. Ho cose spontanee da dire dopo aver faticato per quasi due giorni?

    Le sue risposte sono pacate, ragionevoli quanto considerevoli; la poesia in generale è trattata con serietà e i poeti con simpatia e troppa generosità. Tanti e tutti dovrebbero leggere e assorbire quello che è espresso con equanime intelligenza realistica. Non un commento, il primo è questo, il mio, che finirà come al solito per attirarmi nuovi amici. Se tale equanimità la proponesse un bugiardo, un venditori di ponti e cattedrali, benché indisposto mostrerei i denti, fino adesso neanche uno falso.

    Almeno un pensiero amichevole, di uomo onesto per un uomo onesto, e ambedue “fessi”, in un mondo di “furbi” oppure, per meglio illustrarlo visualmente, di “dementi gobbi storpi // familiari a gobbi storpi dementi” (Foemina tellus, Joker 2010, p. 86).
    Per la propria opera poetica, Roberto non si scalmana, si presenta modesto. Conosco la sua riservatezza, perciò io gliela tolgo per rivelare che la sua scrittura sempre stringata, anche nella sua recente raccolta “Pergamena dei ribelli” (Joker, 2011), contiene poeticamente il pensiero nitido rafforzato in immagini che si alternano in sberla e in pugno. Poesia in azione che per fortuna sfigura accosto a quella cadaverica–– sostenuta da pillole floreali e da criticini che ingoiano viagra per poterne descrivere meriti inesistenti.

    Ho alzato la voce anche qui, e non mi scuso. Indisposto o non, e non so per che cosa (non si pensi al cibo, ho mangiato una mela, una pera, bevuto un brodo vegetale al giorno) in me c’è continua rivolta e, sarà strano per chi non mi conosce, felicità.

    In ritardo, buon anno a tutti/e, inclusi coloro che mi eleggono loro nemico.

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