Mappature: Hebenon – La rivista

 

HEBENON
Semestrale internazionale di letteratura
(Aut. Trib. di Ivrea n.195 del 22/01/1998)
Proprietà letteraria riservata: Associazione Culturale HebenonCONTATTI
Direzione, Redazione, Amministrazione:
via De Gasperi 16, 10010 Burolo (Torino – Italy)
tel. 349/5473648
email: hebenon@hebenon.com
www.hebenon.com

FONDATORE E DIRETTORE
Roberto Bertoldo

COLLABORATORI FISSI
William Anselmi (Canada), Monja Caiolo (Africa e Stati Uniti),
Viola Čapková (Finlandia), Leonardo D’Amico (Argentina),
Alfredo De Palchi (Stati Uniti), Piero Flecchia (Italia),
Lucina Giudici (Russia e paesi balcanici), Arturo Larcati (Germania, Austria),
Sandro Montalto (Italia), Franco Pappalardo La Rosa (Italia),
Antonio Parente (Repubblica Ceca), Nadia Podzemskaia (Francia, Russia),
Alessia Rinaldi (Francia), Francesca Tuscano (Russia e paesi balcanici),
Lorenzo Vinciguerra (Francia)

COORDINATORE TRADUZIONI
Marco Morello

SEGRETERIA DI REDAZIONE
Maria Berti

PROGETTO GRAFICO
copertina di Monica Risini
Logo di Carlo Pont

ABBONAMENTO
Ordinario € 20,00
Sostenitore € 50,00
Benemerito € 100,00 e oltreConto Corrente Postale n. 38426102 intestato ad Associazione Culturale Hebenon
Via De Gasperi 16, 10010 Burolo (TO)

La quota ordinaria dà diritto a ricevere due numeri della rivista.
L’abbonamento da sostenitore dà diritto a ricevere anche eventuali inserti, quaderni, libri.
Il primo da benemerito dà in più il diritto di ricevere tutti i numeri arretrati non esauriti.

Il materiale per la pubblicazione deve essere inviato via email.

Ogni autore è responsabile della paternità dei propri scritti.

Non si pubblicano poesie e racconti di, recensioni e saggi su, autori italiani viventi.

 

Fenomenologia del mondo letterario
Editoriale introduttivo della quarta serie (novembre 2008)

di Roberto Bertoldo

Hebenon inizia la quarta serie. Ho deciso di ricominciare di nuovo daccapo perché non ero fiero di quanto si stava facendo. Non ero fiero di servire un popolo di letterati opportunisti e presuntuosi. In una rivista a metterci la faccia è il direttore, anche qualora a sbagliare siano i suoi collaboratori, e dunque è giusto che il direttore protegga ciò che dirige. Il mondo editoriale italiano è allo sfacelo, mancano gli intellettuali capaci di reagire con coraggio al dilagante servilismo degli scrittori e dei critici e alla sfacciataggine degli editori, che spesso entrano nel mondo letterario come squali illetterati. Uomini insulsi si arrogano il diritto di essere scrittori e portano nella letteratura, che dovrebbe preservare i valori umani per metterli al servizio della giustizia e della bellezza, i metodi dei faccendieri e degli arrivisti. Ho visto scrittori criticare i comportamenti disonesti di coloro che gestiscono i premi e le pagine culturali dei quotidiani e comportarsi poi allo stesso modo alla prima occasione. Ho letto antologie confezionate a misura in cui gli autori, famosi o meno (esempio Antonio Riccardi o Roberto Pasanisi, Maurizio Cucchi o Ciro Vitiello), si autoinserivano, spesso a fianco di altri autori illustri da venerare indipendentemente dal loro effettivo valore. Ma il potere dell’apparenza si nutre proprio degli inchini dei pusillanimi e dell’incompetenza dei critici e dei lettori, e basta che una nullità professorale s’abbellisca di una residenza in qualche università straniera perché perori la propria causa al di là della terra patria, divenendo il setaccio della nostra scrittura per intellettuali stranieri parimenti idioti.

Come siamo caduti in basso. E se non c’è da parte di chi detiene questo maledetto potere la serietà di ribellarsi sfruttando la propria visibilità contro il clientelismo della cultura, ci vuole allora una forma più dura di lotta. Se persone come Sergio Givone, Gianni Vattimo, Nico Orengo, Maurizio Cucchi, ecc., assurte per meriti personali o conoscenze al ruolo di potenti, non si decidono a reagire contro il sistema dell’aurea mediocritas emotiva e mentale, allora siamo costretti a reagire di persona, e io esorto i pochi scrittori onesti e seri a tirarsi su le maniche e a fare a cazzotti per il bene della loro letteratura, con la coscienza che essa ha ancora una funzione culturale, e dunque sociale, importante, direi cardinale.

Il passato recente ci ha dato scrittori di successo senza nerbo e senza dignità letteraria, ossia senza quella profondità capace di ravvivare lo stile della scrittura. Personalità come Raboni, Fortini, Zanzotto fanno il paio con Cucchi, Loi, Erba. Quando uno scrittore comincia a guardarsi allo specchio e a sorridersi, credendosi il più bello del reame, e smette di guardarsi attorno per paura di trovare qualcuno più bello di lui, è finito, venduto a se stesso, dannoso.

Non c’è nulla di male che scrittori chiaramente da palcoscenico come Faletti e Follet siano sulla bocca e sul comodino di molti, non ho nulla da ridire circa lo spazio mediatico concesso a chi non viene considerato appartenente alla letteratura, ma lo spazio letterario – sí, “letterario” – che viene dato oggi a scrittori superficiali come Mancinelli, Tamaro, Capriolo, Nove, addirittura Moccia, è risibile.

Ebbene, ora Hebenon, che da qualche anno ha deciso di evitare la produzione letteraria italiana dei contemporanei, non vuole più sprecare soldi e tempo neppure a recensirli gli scrittori italiani viventi, che in genere si costruiscono il proprio mausoleo pensando così di infinocchiare i posteri. Ma i posteri sapranno che noi non ci siamo schierati e si chiederanno la ragione del nostro disgusto e chissà che riescano a riconoscere la vacuità di quel mercanteggiare che si chiama, pomposamente, LETTERATURA ITALIANA.


La storia. La Rivista è nata, in modo clandestino, nel 1996; la sua fondazione regolare è del 1998. “Hebenon” (ora si scrive “Hebane”) è un termine tratto da Shakespeare e indica una pianta erbacea, in italiano “giusquiamo”, dai cui semi velenosi si estrae un liquido che, nell’Amleto, versato nell’orecchio caglia il sangue e genera la scabbia. Il significato simbolico è evidente, tanto più che questi semi possono essere mangiati senza danno dai porci.
La rivista, semestrale, è, ora, in volumetto 15,5×23, di 182 pagine (anche se per ragioni economiche gli ultimi numeri sono usciti doppi a novembre di ogni anno). La grafica ha subito vari cambiamenti sino alla soluzione attuale che risale all’introduzione della terza serie.
La collaborazione è per accettazione e per invito. I testi creativi vengono pubblicati solo con commento critico di qualche studioso da noi scelto o, eventualmente, accettato. I saggi hanno più possibilità di essere accolti se rispondenti alle nostre proposte.
Privilegiamo saggistica (letteraria, estetica, filosofica), poesia e narrativa. Non pubblichiamo più, dall’inizio della terza serie, testi creativi di autori italiani viventi. Dalla quarta serie, su di essi non pubblichiamo più nemmeno saggi e recensioni.
I testi possono essere in varie lingue.
Abbiamo organizzato convegni, premi e pubblichiamo quaderni monografici e libri di poesia, negli ultimi anni in coedizione con editori selezionati.

 

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3 Comments

  • Gentile Roberto,
    grazie per la sua risposta, che ha risposto alle mie domande e alle mie iniziali perplessità. Vi auguro buon lavoro, e volevo approfittare anche di questo spazio per ringraziarvi per aver segnalato il mio libro (così ho scoperto!) sul n. 90 della rivista: a smentire il fatto che chi scrive in italiano non trovi spazio. Del resto, è giusto e meglio che le riviste si occupino di poeti e scrittori stranieri, dato che l’Italia è rimasta un po’ provinciale da questo punto di vista.

  • Gent. Davide, l’editoriale è di tre anni fa, infatti alcuni autori che nominava oggi non ci sono più. Il giudizio riguardava più che altro alcuni difetti deontologici, per esempio il clientelismo, per usare un termine soft, presenti nell’atteggiamento di molti scrittori, tanti, troppi. Non solo scrittori di potere ma anche, ed è ciò che mi dava più fastidio, del cosiddetto sottobosco. Per me uno scrittore deve scrivere, già l’elemosinare una recensione è vergognoso, figuriamoci quando ci si scambiano i premi letterari o si creano gruppi atti a divenire cosche. Io non credo che un testo sia indipendente da chi lo scrive, esso non è mai immune dalla viltà, dal pressapochismo o dal comportamento utilitaristico di chi lo scrive. Le debolezze umane io le capisco e le metto in conto, ma quando si persiste in certi atteggiamenti e li si trasforma in norma allora non ci sto più.
    Riguardo agli stranieri, che dire. Sto facendo esperienza, ma non mi sono mai illuso e ho fatto bene. Però ci sono in Hebenon dei collaboratori molto seri che riescono, pur a fatica, a darci uno spaccato abbastanza chiaro di com’è la poesia in altri paesi e questo è un bene per la nostra cultura, e mi pareva più necessario che dare spazio ad autori italiani, pur bravi – e ce ne sono –, che possono contare su molte altre riviste. “Necessario” perché i condizionamenti editoriali, politici, universitari, ecc., riguardano anche ciò che passa in traduzione da Stato a Stato. La sporcizia poi intacca anche la distribuzione, i giornali a larga tiratura, ecc. E perché? Perché ricevono finanziamenti statali? Mi fermo perché da qui in poi non ho né conoscenze né competenze per parlare.
    Pasolini non l’ho nominato. Raboni, Fortini e Zanzotto li rispetto, lo specchio riguarda altri. Non rispetto invece direttori editoriali che si rifiutano di valutare i manoscritti di scrittori stranieri che altri addetti ai lavori chiedono di poter inviare in lettura (che non li si voglia pubblicare va bene, ma almeno avere la curiosità di leggerli). Ho frequentato attivamente per anni il retrobottega di alcuni editori e ho capito come funzionano le pubblicazioni nelle collane dei più importanti.
    Che lo scritto sia sconclusionato può essere, e che sia poco argomentato è inevitabile, è un editoriale, non un saggio. Ovviamente molte cose le ho argomentate in tanti altri scritti precedenti, non avrei potuto altrimenti essere così perentorio. Mi spiace di avere chiuso Hebenon ai poeti italiani – ma molti che ritenevo meritassero li ho aiutati, nel mio piccolo, in altri modi –, tuttavia qui si lavora, per di più come extra gratuito, e non si ha tempo di sopportare telefonate, raccomandazioni, insulti, megalomanie, piagnistei di quelli che non hanno capito che essere scrittori significa semplicemente scrivere, possibilmente con passione, serietà, coraggio, partecipazione civile, generosità, ecc.
    Grazie per il suo intervento e spero di avere risposto, pur brevemente, alle sue giuste osservazioni.

  • Però, la verve polemica e lo scoramento e la rabbia dell’articolo mi hanno colpito; e lo condivido quasi in toto, tranne quando si fanno i nomi di Fortini, Pasolini, Zanzotto: in che senso si guardano allo specchio? possono LORO essere definiti senza nerbo? loro non hanno innovato? Allora chi sono, i “veri” scrittori? E si accusa (a ragione) l’assunzione di certi all’olimpo della cultura italiana (vedi Cucchi ad esempio) per conoscenze più che per meriti (per “il testo”), poi sembra che si giudichi sulla base di comportamenti (da sempre scrittori e poeti, molti, sono vanesi e pensano a mummificarsi: ma se il testo vale, il testo vale comunque).
    Infine: cosa, mi chiedo, garantisce che la letteratura straniera non soffra degli stessi mali (ma più che di letteratura parlerei di costume letterario) di quella italiana?
    Insomma, il tutto mi sembra genuino e sentitissimo, ma poco argomentato e un po’ sconclusionato: ha (ed è merito grande) il coraggio di fare nomi e cognomi, ma non è chiaro perché un’intera categoria (la letteratura italiana) debba essere esclusa non sulla base della qualità (=nulla di ciò che riceviamo ci sembra degno di pubblicazione) ma di fattori extra-letterari.

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