Quali parole ci salveranno

 

 

Rileggendo l’Estranea (canzone) di Maria Pia Quintavallane scopriamo l’urgenza di profetico manifesto per una lingua nuova.

 

di Marisa Bulgheroni

Ogni volta che nel nostro mondo post moderno, nel nostro millennio dalle svolte apocalittiche si compie una catastrofe, il potere della lingua ci sembra contrastato, minacciato. “Non ci sono parole” fu il primo grido di una dolorosa afasia dopo il crollo delle due torri, l’11 settembre, quando l’ossessivo spettacolo del terrore offerto dai media, soffocò le voci che, a Manhattan, tentavano di narrarlo. Oggi le parole dette scritte trasmesse si moltiplicano a definire e a circoscrivere l’attuale guerra in Iraq, smentendosi e annullandosi, mentre il cielo rosso sopra Baghdad, avvampante di fiamme quotidiane, rimane nella memoria: muta icona dei nostri tempi.

Quale poesia, quali storie per sopravvivere, per chi sopravvivrà ? Quale antidoto alle formule politiche, militari, che saccheggiano la lingua per piegarla ai loro usi distorti ? Quali parole ci salveranno ?

Le cerchiamo, come se fossero già state scritte per noi, nei testi del passato; le identifichiamo in testi recenti che, alla rilettura, si caricano di presagi e divinazioni. Così, riletta alla luce delle assillanti domande dell’oggi, Estranea (canzone) di Maria Pia Quintavalla, scritta negli anni tra la prima guerra del Golfo e le guerre jugoslave, ci si presenta con l’urgenza di un profetico manifesto di poetica che si interroga sul destino della poesia e, a ogni pagina, battezza una lingua nuova, aperta al flusso temporale, agli scarti, ai vuoti, agli strappi del divenire storico: “L’intero scrivere / (divenne) storia del presente / cui parlare. Legioni furono / accampate // rifecero la storia / di una lingua già scritta già esperita / così commisero di farla eterna tura…”

Quintavalla assegna al poeta – e si assume lei stessa qui – il compito epico di narrare il passato e divinare il futuro di eventi e voci fittamente intrecciati, liberando gli uni e le altre nel canto.

Se leggere una poesia è spesso – ci dicono i grammatologi – come apprendere una lingua sconosciuta, allora all’esperienza del lettore – chiamato, in Estranea (canzone), a decifrare i neologismi e le sincopi di un lessico inedito – corrisponde l’intenzione dell’autrice spinta a riformulare grammatica e sintassi, dalla necessità del canto. Le forme poetiche sono depositate nel flusso vivo della lingua, scritta, orale, mentale: per riscoprirle è necessario che sia la lingua a narrare se stessa, con il cumulo di “voci rumori”, di “crude gesta” che trascina con sé nel suo scorrere. Questa fusione sembra annunciare Maria Pia Quintavalla nell’incipit: “è nello spirito nell’onda / tiepida e veloce ma contenta, nel / tempo del risveglio che continua, / che una volta animate le / cose i templi (onde, sabbia, futuro) / usava portar con sé – quell’onda e / movimento – ogni altra forma ogni altra / vita…”.

Da moto ondoso, curvo e reiterato, frantumato in “infiniti riccioli”, affiora, dapprima in sordina, in sommesso canticchiare, poi sempre più disteso e martellante, un motivo sonoro e canoro, un refrain che sommuove il tessuto poetico accendendolo di voci e luci fino ad acquietarsi nel “mite mare” della pagina finale.

E’ la forma antica e nobile della lirica italiana, la canzone, a rinascere qui per suggestioni, negazioni, evocazioni, che la moltiplicano in modulazioni infinite, in infinite storie generazionali.

Canzoni che l’orchestrazione degli aggettivi modifica suscitando sonorità profonde, ora “materne, blande”, “bistrate a fuoco”, “mute e streme”, ora le “eterne, immemorate”, “le folte le pulite, interminate”, “le bianche eternivate”.

Canzoni che, affacciandosi da “balaustrate e brezze” o indugiando in “stazioni quasi notte”, sembrano corrispondere ad altrettante mutevoli voci di sorelle, di donne, alla pluralità di desideri, metamorfosi, utopie che contrassegnano gli anni del dirompente femminismo.

Canzoni che, nei decenni successivi, rischiano di spegnersi in gola di fronte all’esplodere della violenza: “Eserciti silenti e riluttanti / giù in pianura da occhieggiate / città accennavano, vincevano / per gioco con i dadi / alle ombre, nella luce trucida / proteggevano uccidendo …”. Ma non tace, non si lascia contagiare dal mutismo dei fratelli, lei, la tessitrice di canzoni – figura del poeta – che con “l’ardire in punta di scarpette rosse” si è avventurata in un dantesco attraversamento di luoghi impervi, terreni bruciati, deserti.

“La poesia è una svolta del respiro” afferma Paul Celan; e ai dubbi sulla validità della parola poetica dopo Auschwitz risponde: “Vieni con me / fino al respiro e oltre …”, ossia, seguimi fino al confine con il silenzio, fino all’arcana origine del verbo, del soffio creatore, nel viaggio verso  “il non – ancora”. Quando l’ardire sembra spezzarsi – quando “essa pensava non potere / (non dovere) (più cantare)” – e allora è “quel respiro-forma” che s’impone a Maria Pia Quintavalla come unico movente del vivere e del fare. Solo se la forma – respiro o onda. Scintilla o zolla – resta “al centro”, il canto può continuare, la poesia può sopravvivere e durare. In un testo-manifesto, come Estranea (canzone) dove le parole sono protagoniste, forti e attive quanto gli eventi, alla lingua è affidata l’impresa di modificarsi per conservarsi integra, accettando la sfida delle mutazioni informatiche e delle comunicazioni globali.

“Il perdono è un attributo della materia viva” afferma, con autorità pari a quella di Celan, Clarice Lispector, che Quintavalla cita in epigrafe per stabilire un altro punto cruciale della sua poetica. Se è privilegio delle cose vive, il perdono è privilegio anche della lingua vivente: la parola poetica può assolvere e dissolvere, con la sua energia di durata, la nebulosa delle “voci affittate”, delle parole spurie, contraffatte, della globalità imperante.

Dichiarandosi “estranea”, la canzone di Maria Pia Quintavalla si qualifica come lingua di frontiera, “meticcia” nella sua pluralità (lo ha osservato Francesca Pasini9: lingua d’esilio, di sperimentale emarginazione “nell’oltre”. Ma proprio per la sua estraneità chi legge è sospinto non solo ad apprenderla, ma a pronunciarla come se, avendola già posseduta, la ritrovasse intera nel momento in cui ne riconosce e ne riunisce i frammenti.

Catastrofi, guerre infinite, cecità di potenti continueranno a minacciare le sorti della parola, distorcendola. La rilettura di Estranea (canzone) ci scuote con la sua visionaria certezza che nel canto la parola non rinasce dalla volontà o dall’arbitrio, ma da se stessa come la fenice.

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