un tale, una tale – tra oralità e scritture n.4: Intervista di Paolo Gervasi a Gabriele Frasca

 

Attraverso il libro di Steven Connor, La voce come medium, abbiamo imparato che il potere è una voce dissociata. Che l’uomo, prima ancora di parlare, è parlato. In che modo una storia della parola, che è una storia del potere, “inaudita” (è il caso di dirlo) come quella di Connor, può parlare al presente e del presente?

Prendiamola così, convocando in prima battuta Lacan: il linguaggio è un parassita, vale a dire un agente patogeno esterno che ci viene inoculato. C’è poco da girarci intorno: siamo condannati a trascorrere tutta la vita con un estraneo, che come se non bastasse si arroga anche il diritto di parlare i nostri pensieri, sotto i quali confonde una specie di nota continua, tecnicamente un ostinato, che ripete senza tregua: “vai, vai, vai…” (ma in verità parla al medio, come aveva notato Benveniste, perché c’induce a un’azione che ci comprende, e ci vive). Lo diceva con la solita encomiabile orchestrazione di sussurri Beckett: “donde / la voce che dice / vivi // da un’altra vita”. Facile che, alla prima cosa che non va, si finisca col sentire le voci. È un po’ la nostra condanna, certo; solo che, se questa non ci venisse com’è giusto comminata, non ci sarebbe in realtà nemmeno ominazione. Chi aspetta il cyborg per un po’ di postumano, dovrebbe rileggere Darwin e darlo per avvenuto. Ecco perché quando suona disincarnata, la parola ha tanto potere. Fruscia un cespuglio quattro chiacchiere di vento, e si finisce ginocchioni.

Connor ha scritto un’appassionante “storia culturale del ventriloquio”, partendo dagli oracoli per finire alla tragedia delle possessioni e alla farsa dei pupazzi. In realtà, un capitolo dopo l’altro, sono le tecniche con cui si scorpora la parola che il suo saggio analizza, mettendo a giorno il modo in cui funzionano i media, tutti. A partire volendo dal primo, aggiungerei io, dal primo che s’innesta direttamente sul parassita, e che continuiamo a chiamare con il suo etimo da factotum: «poesia». Il linguaggio, l’ho ripetuto più volte ne La lettera che muore, nasce “metrico”, come un pacchetto d’informazioni memorizzabili: si finisce col fare quattro chiacchiere intorno al fuoco, anche Edelman ti direbbe lo stesso, solo dopo millenni d’evoluzione. Il linguaggio non nasce per comunicare ma per informare. All’inizio occorrono solo parole d’ordine e posture (un buon gesuita come Marcel Jousse la sapeva lunga): che cioè una voce comune s’incarni nel singolo e lo renda parte di un organismo complesso. La parola nasce per essere ricordata, ridetta, ripetuta, modellandovi il corpo; la macchina “metrica”, se consente la memorizzazione, è perché dà la possibilità alla parola di sussistere virtualmente senza un corpo che la pronunci (così che li possa programmare tutti). Per questo è un medium, il primo, e dà la stura a tutti gli altri.

L’alfabeto, la radiotrasmissione, il digitale non hanno altra funzione che disincarnare la parola, fino a sublimarla in uno spirito che possa incarnarsi di nuovo. La voce che risuona senza corpo ha del miracoloso, perché è come imbattersi direttamente nel parassita, ma è un trucco (e di grandi conseguenze, se è così che avviene fra noi il transito dell’informazione); e a nessuno, messo nelle condizioni estatiche di un tale incontro, viene da pensare che in realtà, scorporato dal suo ospite, il parassita nemmeno vivrebbe. Senza contare che un simile sospetto, se fossimo tanto sani da nutrirlo (come Fedro dopo l’equivoco tête à tête con Socrate), ne ingenererebbe subito un altro: se senza corpo la voce risuona, non è che per caso sta utilizzando la mia carne come cassa di risonanza? È l’aspetto politico, e attuale, della storia del ventriloquio: una voce disincarnata diviene facilmente potere, His Master’s Voice, ma solo a patto che, per essere veramente sottratta al corpo, sia spinta ancora più dentro nella carne, dall’apparato fonatorio (che è il nostro continuo contatto con l’esterno, che neanche a dirlo è solo aria) alle remote profondità del ventre. Qualcosa ci parla dentro. E mica è un problema. Se è per questo, surriscalda Socrate il suo ragazzino incantato, ci scrive pure.

Hai parlato spesso della necessità di “fare le orecchie alla pagina”. Che porta con sé la necessità di “ri-fare le orecchie” al lettore, che da oltre cinquecento anni è “tutt’occhi”. Quali sono secondo te le forme (format, formati) che possono permettere alla voce di evadere dalle gabbie tipografiche, per risvegliarci dal “sortilegio” mediale che ci ha ipnotizzato?

Tutte quelle che slatentizzano la voce, costringendo a sentirsi, all’unisono, un corpo e un parassita. Il file audio è quello che funziona alla perfezione (ha liberato ai suoi albori persino la musica, come notò per tempo Arnheim a proposito della radio), ma anche un libro può esserlo (perché in verità lo è stato). L’udito, lo sappiamo, è con l’olfatto il senso dei sensi dei mammiferi: se una massa di carne appetitosa (quale siamo) aspettasse di imbattersi faccia a faccia con il suo predatore, sarebbe bell’e spacciata. Lo deve invece sentire, facendolo persino risuonare dentro. Il simbolico nasce all’origine fra orecchie e muso, e quanto all’origine stessa, beh è proprio con il muso che ha a che fare, riprogrammando la bocca (os) che in noi diventa viso. È la viseità di cui parlavano Deleuze e Guattari. Da questo punto di vista, come specie, abbiamo fatto del nostro meglio (non staremmo altrimenti nemmeno qui a raccontarcelo). Ci siamo evoluti…. nel superuomo? No, in due mezze cose con l’interfaccia. Siamo tutti poveri diavoli, due-in-uno, e per fortuna.

Il pericolo che corriamo non è ascoltare o parlare le parole degli altri (quali altre parole potremmo mai parlare?): è ritenere invece nostre, e del nostro sprofondo, le parole che sono in superficie, e sono di tutti. Un qualsiasi psicoanalista, gira e gira, lì finisce. Ecco perché ci giochiamo tutto fra langue e parole. Non è un passatempo l’arte (quella dei gesti e quella del discorso, che è tutta la nostra arte): è l’ominazione. Quando ascolto una voce, o tiro fuori la mia per leggere un testo, sento quanto è mio (un appartenere), e quanto non lo è eppure in quel momento è ciò che per davvero mi appartiene (e mi fa appartenere). Compio l’arte, che è la congiunzione di due tecniche: quella dell’ascolto e quella del discorso. Cioè sento me e sento l’altro (in me). È il senso del “comandamento nuovo” del vangelo di Giovanni: “amatevi l’un l’altro” (allelus), consapevoli che non ce n’è uno, fra di noi dico, che non sia già di suo un “l’un l’altro”.

La cultura tipografica, hai scritto, ha denarrativizzato il sapere, rinchiudendo il racconto nel ghetto dell’intrattenimento. Dobbiamo ritornare a “raccontarci delle storie”, per riappropriarci del sapere?

Le lunghe emissioni di silenzio prodotte dalla catena di montaggio tipografica, che ci hanno imposto la lettura silenziosa con cui in realtà mettiamo a nanna i pensieri, servivano al progetto individuale, e individuante, della cultura borghese, tutta proprietà privata ed economia (domestica). C’era insomma bisogno che si contasse per uno, uno e uno e uno, per chiamare all’appello una classe che letteralmente non contava, e aveva l’imperativo di distinguersi dagl’innumerevoli innominabili (mettendo nelle condizioni ogni “eletto” di essere uno, e dunque un valore di variabile). Si è fatta la sfera pubblica così, con la letteratura da ruminare in proprio, non certo l’arte. L’arte, lo ripeto, si fa solo se si congiungono due tecniche. Ed è con l’arte che si fa comunità, non certo classe (o schiera in uniforme, o ronda o squadra incamiciata). Devo insomma essere messo nelle condizioni di accorgermi che ho l’extracomunitario in casa, anzi dentro di me, se voglio per davvero appartenere a una comunità. Se non si è in grado di fare questo lavoro, facendo toccare le due mezze cose che siamo attraverso l’arte della voce (chiamala pure poesia se vuoi, ma è il ritornello che ci tiene in vita), rischiamo di diventare lo spettro del nostro cadavere insepolto, alla ricerca della terra che lo contenga. Che ci piaccia o meno, abbiamo invece un corpo, e ne traiamo profitto fino a farlo schizzare via nel cosmo, solo se lo seppelliamo nella voce.

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