Memoria in versi per la madre – G. fantato intervista M. P. Quintavalla

 

Dialogo tra Gabriela Fantato e Maria Pia  Quintavalla su China (Breve storia di Gina, tra città e pianura, Effigie edizioni, Milano, 2010)

Perché proprio ora hai sentito la “necessità” di scrivere un romanzo in versi, come è CHINA, certo preceduto da altre tue prove poetiche di tono poematico, come in Album Feriale?

La scelta della forma romanzo è iniziata già nella scrittura che precede, nell’originaria vocazione ai cantari, sorta di cantastorie, legato all’oralità del racconto ( Cantare semplice e Il Cantare ), nella scrittura di epistole (Lettere giovani), fino alla necessità di un album (Album feriale), istantanee colte nella forma poemetto. Questo per fare spazio a quel proseguo della prosa in grado di attraversare in senso disteso il tempo, ma senza la concentrazione della poesia; nel farlo, sono incappata nel mio orecchio, in una dizione prosodica e ritmica. Come materia narrante, poi, l’attraversamento di “deserti luoghi”, in precedenza esperito, ne le moradas, così come in Estranea (canzone), aveva materializzato, per contrappunto, vere e proprie oasi. Dico in Estranea, poema allegorico, ricco in profezie: “la sensazione del tempo che passava/ nello spazio la pettinava e arava a lungo / quella incantevole scintilla.”.Concepito il gesto di narrare, mi assegnavo la sua conta sinuosa, come Sherazade fa per sconfiggere la morte. Poi, l’enumerazione dei ricordi, che Pérec adotta per battere l’amnesia, altra morte in agguato. Perciò ripopolo gli spazi arandone il tempo, letteralmente, con la vita altrui; il fuoco della poesia fa il resto. Mi appassionavo anche a biografie immaginarie, fin da Corpus solum, dove nella vita romanzata di marrani di corte, verità, o non verità, mai appurate. Storie di vita, come medium per entrare dalla porta della Storia. Avrei letto, per ultimo, le autobiografie, con quel quid femminile di genere che mi piace, un poco sapienziale ( Lettera al padre, è più congeniale a un Kafka e Leopardi?). Non ultima, “l’invidia della prosa” cui, molti, da Manzoni a Rosselli, e Montale, affidano un alleggerimento -rigenerazione della lingua, già intravisti nella lettura de Le familiari, le epistole di Petrarca.

Quali sono stati i tuoi “maestri” o “maestre” nello scrivere questo romanzo in versi?

La storia delle appartenenze è storia di letture, formazione, di come nasca una visione del mondo, o del gusto di un poeta. Poco importa, se nel processo che chiamo di resurrezione dei testi, venga un iter cronologico, Ariosto, Tasso, o Cervantes, letti da ragazza, o le biografie femminili; oppure il romanzo familiare di Bertolucci, nel mio idioma prediletto. O di Loi, sono gli autori amati per “posto nel cuore”, e non “nel mondo”, staminali della nutrizione a prenderci, ne dice Marina Cvetaeva.
Nomi, altri: da Lucrezio a Houellebecq, da Eschilo a Sarah Kane, dalla Bachmann alla Lispector, dalla Ortese a Pessoa, tanti ancora sono letture e affinità elettive, dentro alla formazione dell’anima.

Nel libro si inizia dalla fase della malattia di tua madre e si conclude – dopo 5 capitoli – con quello finale che ritorna a parlare di tua madre malata. C’è come una sorta di visione circolare del tempo, mi pare. E’ così?

La gestazione della forma, per ogni poeta, è tutta da decidere, quando entra in gioco l’uso della memoria di fatti e persone amate, fatta di accumuli e silenzi, che diventa agone mentre scrivi, anche feroce, con il nulla, volto ad imporre una tregua nel catturare istanti, o istantanee. Si realizza in un doppio sguardo percettivo, forse circolare del tempo, per cui in un colpo solo, mi rivolgo a quanto accaduto, pozzo sempre ingannevole dei ricordi, ma per “fulminarlo” nella magia labile e bellissima, del qui ed ora ( il Paradiso, secondo le religioni monoteiste, sguardo che resta eticamente rivolto al futuro, la sua curva dinamica, e immaginativa. Ecco perché nasce in incipit lirico, il romanzo, nelle sezioni iniziali de Ospedale, e de I parenti, il perdono, dove sfilano le Beatrici del viaggio: suo e finale, della madre, e nostro, di soglia. Una sorta di classe morta, gli altri, e di fiume a ritroso, il tempo. E nella sua conta, fluisce, si abbandona il tempo ritrovato, e riperdibile, ( guai a distrarsi!), se non opera il miracolo di epifanie. Sinusoidale collana, generata dai feed back, in ordine decrescente, dai più lontani senhal del ricordo ( disegnati dalla nostra mano erronea, più che dall’Altro).A questo ci si ispira, a uno stato di grazia, a volte anche febbrile, evocato dalla poesia, da un tentativo di fermare il tempo, direbbe Fachinelli, fino ad abbandonarsi a onde elicoidali, ai big bang divinati e trascritti, per voce sola: questa la fatica, a volte immane, che è del corpo, infatti, rischio congenito, epistemico del narrare. Uscendo da verità biforcute, alla Rashomon, perché le si è accettate nel loro labirinto e, con il senso di precarietà che ne deriva, ritrovare, come a me è accaduto con China, il senso di un’opera aperta, che però, infine ci risolleva, sorta di poème ininterrompu.

Il testo finale del libro pare vederti riconciliata con l’infanzia, con l’adolescenza e con tua madre. Il tema del “perdono”, che compare più volte, è stato importante per acuto potuto scrivere questo libro?  In che senso, e perché?

La madre è oggetto, e ispiratrice del perdono. In un’epigrafe apparsa nella seconda parte di Estranea (canzone), citavo l’attributo della materia viva come il perdono. Mutuato da Lispector (La passione del corpo). Questo contatto-contagio con l’immondo, l’intoccabile (che è l’Altro!), è già posto come “il” perdono. Superando tale tabù, nasce la necessità, spirituale e materiale, che è conquista dell’atto di remissione, un amore nuovo. Azione particellare in grado di liberare energie in noi due, qui due donne, oltre che madre e figlia. Se vogliamo usare quell’allegoria, intrinseca anche all’atto di scrivere, aggiungo che, se il contatto con la materia viva, psichica, dell‘Altro diventa naturale davanti alla morte, il conquistarselo prima, prepara la remissione del debito, ha più valore e produrrà bellezza, oltre che pace nel cuore. Di recente si è scritto sul comandamento onora il padre e la madre, pertinente all’età adulta, poiché risulta impossibile prima. Diventare uomo, o donna, è doveroso, e facilitato dall’esaurirsi del tempo della crescita, contemporaneo dei genitori in vita, e da quello interminabile dell’auto individuazione, che nei narcisisti, a volte, sconfina.

China è non solo un libro su tua madre, ma anche una riflessione sulla scrittura: “ la ferita della letteratura”, scrivi, poi spesso dai voce alla carnalità del dialetto e alla familiarità infantile dei soprannomi. Corpo e scrittura sono collegati in questo libro?

Mi è capitato, che, da figlia –io, abbia voluto pensare “in grande”, a nome suo, guardare in alto. Lo dovevo, alla grandezza (nascosta) femminile. Una donna viene al mondo per realizzare la sua compiutezza originale. La sua trascendenza può essere incarnata, divenire sensibile e invisibile, ma occorre fare con lei, dopo, un viaggio a ritroso, ri-simbolizzarne ogni gesto muto, ogni sua obiezione, per scoprirlo: come in un tempio sconsacrato; lo indico nelle due epigrafi a China, l’una in versi, a difesa della sua integrità, l’altra che allude al suonare musica, quasi all’in piedi (il tempo fu avaro con noi), del violinista Milstein, costretto all’erranza. Gina-China, mia madre, si esprimeva nel canto, e il padre suonava il fagotto. Non stupisca quando le figlie attendano una designazione “simbolica” illuminante il proprio destino più dai padri, poiché le madri (fino a ieri) parlavano un linguaggio fisico muto, di sintomi, segni corporei (la psicanalisi del secolo scorso nasce dallo studio delle grandi isteriche). Nel romanzo lascio scorrere lallazioni, rabbie, bestemmie, il dialetto, le nenie e l’amore, che da lei emanava, ma a due voci. E ci guardiamo: io piccola, poi adolescente (e la giudico malamente), poi donna più grande di lei, diventata bambina, L’ultima sezione di China, Purgatoriale, espunta, è collocata alla fine di Album feriale, un dialogo post morte tra noi. Ma era così diversa la scrittura, che avrebbe finito per rompere lo slang del romanzo inventato, divenute l’una biografa dell’altra. Abbracciate, dopo la Storia, nelle nostre storie, tese a quel composita solvantur, di cui parla Fortini. Il romanzo chiudeva con una sezione, Quinta vez, o del ritrovamento, scritto in italiano spagnoleggiante, picaresco, dove si tratta del suo ritrovamento, che non chiamo “resurrezione”. C’è il suo corpo di luce, e Gina ritornata in Spagna, da dove originò la sua famiglia, castigliana: lo canto per liberarla dalla storia accaduta, liberarla anche dalla prigione famigliare. Chiudo con un’interrogazione, “Morì. Tradì, dissolse sé? / non fu mai dato di sapere, ma servì a capire che / China era prodigio di canzone, // sentimento del mondo, sua dizione”.

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