Poesia Condivisa n.8: ‘La mattina dopo’, di Stefania Portaccio

 

certo ostico è farsi convesso
arco e freccia acuminata
e al tempo stesso – o appena a ridosso
culla germinante
pozza immota
antro dove risuona il fragore
della vita, lo stupefacente suo vigore

ma cos’altro fare?

______________________________________

 

un dolore pervasivo e magnifico
stinge di rosa ogni andito
orla gli angoli infiora
le pareti

un dolore magnifico curvato
dal calore del tuo
ancora non morire e il mio
poggiarti il capo sui ginocchi

più si rastrema il tempo più s’allarga
il tuo dominio

maggio

_____________________________________

 

stava protervo, torvo, a non morire

il nostro scontento urtava ai trespoli
della flebo
ai davanzali caldi dell’estate
rimbalzava chiudendoci

stava protervo, torvo, a non morire
e le parole zitte
toglievano la vista
tanto erano fitte
tanto scure

«muori,
io ti prometto un lungo lutto,
amiamo di te tutto, anche il torvo
restare – a posteriori – ora però
non ci invidiare, muori»

settembre

____________________________________

 

Gretel

gli anni in cui non fiuto il tuo odore
la vita puzza
la luce taglia i volti di netto

anni a guardarti da fuori – da dentro
la bolla del lutto

ma anche è una dura osservanza
il tuo culto

ma è anche da matti resistere
nel tuo vero odore squisito

da matti abitare
nel tuo marzapane celeste

 

da Stefania Portaccio, La mattina dopo, Passigli 2011

 

L’ultima raccolta di poesie di Stefania Portaccio – s’intitola La mattina dopo – mi è sembrato un libro ben costruito e molto bello, non solo sul versante formale. Anche la materia di cui è forma fa riflettere: due morti vicinissime diversamente elaborate, amori, odori e quotidianità, letture capaci di dar luogo a comunicazioni significative, una sensibilità femminile pervicacemente intera e consapevole.

I versi mostrano uno sguardo acuto, autoironico, talora impietoso. E forza, lucidità, capacità di rapportarsi al reale con la durezza e la complicità che merita, tenerezza, asciugato lirismo, qualche lieve impertinenza. La spavalda fragrante ironia di Continenti (Empiria 2007) si è fatta più amara, più riflessiva e aperta al mondo.

L’attitudine ad una sperimentazione formale contenuta ed elegante ma decisa appare naturale: si esprime senza forzature e accompagna in modo coerente l’espressione di contenuti sempre onesti.

Una sapiente scelta del fine-verso fa sì che talora questo indichi una direzione di significato che l’inizio del verso successivo contraddice, dando luogo ad una serie di sorprese, o se vogliamo ‘inganni’, poeticamente felici (come nei sei versi finali della seconda poesia qui presentata).

L’unica prosa iniziale introduce uno dei temi più sentiti: la coesistenza di una (femminile?) “sapienza e capienza di farsi alveo e risposta alle minime necessità della vita” con la parte di sé “che è spada, spacca il pensiero come un’anguria e sputa i semi”. Coesistenza spesso contraddittoria, che in Stefania si sana nella scrittura: “è facendo la scrivana che in me il concavo guarisce il convesso e il convesso nutre il concavo”.

Dichiaro di voler acquistare eventuali successive raccolte pubblicate dall’autrice per seguirne nel tempo la scrittura, riferendone in questa rubrica. 

 

Marcella Corsi / 19 dicembre 2011

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31 Comments

  • Emilia Banfi, che ha difficoltà ad accedere al blog, mi chiede di postare il suo commento. Lo faccio volentieri:
    “Stefania Portaccio l’ho davvero molto apprezzata. La mia emotività è stata travolta dal realismo e da un sentimento che fa riflettere, lasciandomi fortemente scossa. E’ stato come se la vita mi avesse insegnato qualcosa di veramente nuovo, importante, da non dimenticare. La poesia e le sue metafore così ben costruite danno a questi lavori un vero senso poetico, che trovo eccellente”.

  • allora c’era anche mio Off Topic nel mio messaggio!
    grazie,Luigi, dell’augurio sincero per la rubrica.

  • 🙂

    l’OT in gergo internettiano significa Off Topic e sta ad indicare un commento che va fuori del tema della discussione.
    Il mio era un commento “off topic” perché non ha contribuito alla prosecuzione della discussione sulle poesie di Stefania. Mi è però sembrato opportuno sottolineare che una discussione online nei lit-blog è possibile visto il recente dibattito iniziato sul Fatto Quotidiano e passato poi su vari blog dove si metteva in discussione la “qualità” dei commenti nei lit-blog.
    È sicuramente vero che molti commenti lasciano il tempo che trovano (almeno per me) e che i lit-blog spesso attirano personaggi variopinti della vasta fauna umana. Però è anche vero che non è “colpa” dei lit-blog, perché quegli stessi commentatori parlano allo stesso modo nel bar sotto casa…
    Insomma, mi rallegravo di vedere – prova tangibile alla mano – che fare di tutta l’erba un fascio non è il miglior metro di giudizio e che il “caso” può far sbocciare una discussione interessante in un blog così come in un bar.
    Dunque, lunga vita a Poesia Condivisa – e se non serve a far comprare più libri di poesia fa lo stesso: come ti dicevo privatamente, per quanto mi riguarda, il solo fatto di essere riusciti ad interferire nella lettura di un passante per 10 minuti o una ora vale ugualmente la pena!
    Grazie a tutti e soprattutto a Stefania, per mettersi apertamente in gioco affrontando il confronto.

    Luigi

  • @Luigi:
    divertente il tuo intervento sulla “garbata” modalità del dibattito che qui si tiene. sì, niente sdolcinature qui, nemmeno tanti grazie per gli interventi, chè anzi dovremmo eliminare del tutto. Ma non basta, come sai, un tono pacato e civile a decretare il pieno successo di un post. In particolare, come sai, qui si chiede un di più, quello che pensiamo sia il naturale seguito all’interesse stimolato da una partecipata lettura: almeno un larvato impegno dichiarato a leggere altro dell’autore, acquistando il libro. Altrimenti ogni intervento rischia di restare confinato ad un esercizio di critica empatica con riferimenti più o meno colti- per carità utile enache gratificante, ma non sufficiente. Finora pochissimi degli interventi in rubrica esplicitano qualcosa in tal senso, o forse noi non lo sappiamo, ma tant’è. Per ora continuiamo a sperare, in seguito penso di avviare una discussione interna sul raggiungimento degli scopi della rubrica, che resta un tentativo di diffusione di autori editi poco noti, una rubrica che combatte il narciso ( per questo assolutamente non autoreferenziale anche per i redattori).
    Mi scuseranno Stefania e gli amici della redazione, per questo mio inciso nello spazio pubblico di PC, ma mi sembra utile che tutti coloro che qui passano anche in silenzio sappiano del denso significato che qui si attribuisce al “condividere poesia”.

    ah,anch’io non so cosa sia l’O.T…

    -@ Stefania:
    come saprai, hai diritto ad un e-book gratuito realizzato dal sito Larecherche che con noi collabora, in cui puoi far confluire 12 poesie dai tuoi libri per una maggiore diffusione in rete della tua scrittura. (per i dettagli ti invieremo una mail). Ho richiesto il tuo libro, ne aspetto con ansia l’arrivo. E sfrontatamente qui ti invito, in una catena virtuosa, a farti anche tu presentatrice di altra poesia da condividere, grazie!

    buona lettura a tutti,
    annamaria

  • Grazie, Fiorella, della lettura e del commento. Ti assicuro che l’intera raccolta è degna di essere letta (e riletta come tutta la poesia che si rispetti d’altronde).

  • Mi hanno colpita, questi versi che definirei brevi e lancinanti come un colpo di freccia ben scoccato; non a caso, l’autrice torna più volte sull’immagine dell’arco, curvo e convesso, in un’eterna dicotomia che spiega i meccanismi della vita e del nostro stare al mondo e nel mondo, con gli altri o contro gli altri. Ho anche molto apprezzato la forma poetica, fatta di continui rimandi fonici, che rendono ogni testo un corpo a sé, collegato agli altri ma anche con un suo senso compiuto e solitario.
    La lettura di Marcella Corsi è quanto mai puntuale, specie nel cogliere acume e ironia dell’autrice.
    Grazie a Poesia 2.0 per questo post e complimenti per l’iniziativa (notevole) di Poesia condivisa.

  • Finalmente una discussione garbata, né retoricamente mielosa e sdolcinata piena di complimenti da diabete, né volutamente rissosa e “trolleggiante”. Scusate l’OT che abbassa e svia il livello della discussione, però dopo le numerose polemiche sulla qualità e le ragioni delle discussioni sui “lit-blog” non ho potuto resistere.
    Anche se in silenzio, vi leggo.
    Luigi

  • … e tra i tuoi altri, dopo aver letto “La mattina dopo”, credo siano inclusi anche letterati e poeti che hai conosciuto solo attraverso i loro libri…

  • Rispondo alla domanda di Marcella. No, non mi basta, e cerco i nostri eguali e quel che segue nei versi citati da Ennio. IL libro precedente “Continenti” ( i continenti erano gli altri, da esplorare e dove perdersi e cambiare) aveva come tema principale proprio la relazione. E’ che non ne faccio un tema politico, gli altri sono i miei altri e non una categoria astratta, e sopratutto non un’ancora di salvezza.

  • mi piace l’idea. la bolla del lutto è convessa. la bocca (culla germinante del sorriso e di parole) è concava. nei versi condivisi qui – peraltro di grande intensità – trovo forse più serena accettazione/consapevolezza (felicità?) che sorrisi. quasi si trattasse d’un esorcismo incompleto (e magari, proprio per questo, lucido e sincero nella sua umanissima fragilità, invero affascinante).

  • Del tuo gradito commento, Annamaria, riprendo il punto in cui sottolinei il “modo dei poeti” di contrastare la consuetudine a rimuovere la morte e in genere i mali del mondo. Accostando questo punto alla “felicità del dirne” (anche di questi temi) affermata da Stefania – che mi sembra sia per lei il versante convesso del ‘concavo’ non rimuovere – mi ritrovo a chederle di raccontarci almeno in parte il suo rapporto con la letteratura, e in particolare con la poesia. Nel senso che di seguito specifico.
    Parto, Stefania, dalla tua replica alla critica di Ennio Abate relativa allo scritto a tua firma che potrà leggersi a breve sul n. 8 di “Poliscritture” (a breve in libreria, un pò più in là sul sito).
    Vi affermi: “Credo nella bellezza e nella necessità della letteratura. Credo che il legno sia storto, il male inemendabile, la tragedia [..] in corso. La speranza e la verità sono di pochi e appartengono loro per poco. Per quel poco, quando incontro, nei testi o nella vita, questi pochi, [..] sono contenta di stare al mondo, di farne parte”.
    Ennio ti contrapponeva la necessità di – sintetizzo con alcuni versi di Franco Fortini da lui citati – “Cercare i nostri eguali/ lasciare che ci giudichino guidarli esser guidati/ con loro volere il bene fare con loro il male/ e il bene la realtà servire negare mutare”.
    Certo dire (scrivere) è già un fare, ma (ti) basta?

  • Intensa e augurale questa pagina d’apertura di anno per Poesia Condivisa.
    Ringrazio Marcella Corsi per la scelta della poesia di un’autrice di sicuro schiva, la cui scrittura merita di essere ancor più conosciuta. Qui dalla presentazione e dall’ assaggio dei testi proposti, molti nodi di curiosità si accendono, che si scioglieranno solo leggendo ancora altro …
    E in questi versi ho trovato un raro equilibrio tra coinvolgimento emotivo e resa poetica, oltre che una consumata sapienza formale che a tratti ha lampi lessicali ricercati e sa inventare quegli scarti inattesi già notati da Marcella, intensificatori di efficacia , ma anche altri densi strumenti evocativi ( invito a soffermarsi sugli ultimi cinque versi della seconda poesia, per avvertire come la costruzione di scure allitterazioni e rime interne sia in risonanza con la tristezza dell’evento) . E ancora, sì, di sicuro è evidente una sensibilità di donna , nei passaggi in cui momenti indelebili sulla soglia estrema divengono scena materica di una lotta amara e anche spietata, che a ben leggere è accettazione ferma dell’ineluttabile, salda concavità – per usare l’immagine cara all’autrice. E’ questo forse il “modo dei poeti” di stare contro la morte, contrastare la consuetudine al rimosso tipica della nostra contemporaneità di fronte alla fine: accogliere con coraggio anche sfrontato la sua imminenza, anziché allontanarla.
    E se questa è l’intensità di uno solo dei temi affrontati nella raccolta,vorrò leggere presto per intero il libro per figurarmi quell’”ordine possibile”, umano e largo, di cui parlano Maria Luisa Vezzali e Marcella Corsi.Spero che la mia curiosità dilaghi. Grazie,Stefania.
    Un grazie anche a Marcella per la puntualizzazione – nella risposta a Guglielmin – dello spirito di questa rubrica, spiegazione mai eccessiva in tempi di individualismo sfrenato, che vediamo riflettersi anche –ahinoi- nella partecipazione a questa rubrica “antinarciso”. Ma noi resistiamo…

  • Loredana, grazie di questa testimonianza, che aggiunge un tassello alla figura della nostra autrice.
    La sua pratica di traduzione data d’altronde dalla pubblicazione nel 1989 delle poesie di Anne Sexton (“La doppia immagine”, un volume collettaneo edito da Sciascia).

  • Sono contenta di aver potuto ritrovare su questa rubrica le poesie e la poetica di Stefania Portaccio, che ho conosciuto proprio a Bologna, sia in occasione della presentazione della sua precedente raccolta,Continenti, sia in occasione della presentazione de “La guida nel labirinto” di Adrienne Rich, di cui Stefania ha tradotto proprio la poesia “Lettere a una giovane poeta”, in cui la poeta americana si interroga sul compito della poesia oggi. Poesia è essere accanto: “Guarda: con tutta la mia paura io sono qui con te/ a provare cosa comporta stare; cosa comporta andare”.
    Cosa comporta stare: di fronte al dolore, di fronte alla morte, di fronte alla guerra. Esserci, e testimoniare. E mi piace la parola felicità, usata da Stefania, accanto alle parole lutto e perdita. Felicità è la vita che queste parole possono ritrovare dentro di noi, nello spazio accogliente e concavo, la convessità il pensiero che le pensa e non le lascia andare.

  • Risposta sintetica, efficace e almeno un poco per me sorprendente… non avevo percepito fino in fondo questa felicità di accogliere e dire e dare valore anche al dolore. Grazie Stefania.
    Hai anche messo a fuoco un aspetto molto importante della scrittura, che davvero è, come dici, strumento per dare tempo e valore alla propria (e altrui) vita interiore. Obiettivo irrinunciabile, credo.

  • Vorrei che se ne intendesse la felicità. Il lutto, i lutti, la ferita originaria (male personale), le ferite del mondo e la nostra inadeguatezza, tutti i temi del libro insomma, sono introdotti dalla posizione poetica del Concavo/Convesso; temi “tristi” ma vorrei che si sentisse quanto io sia felice di poterli toccare, di trovare spazio per accoglierli e voce per dirne, e il pericolo che corre la nostra vita interiore se non troviamo il tempo e le parole per darle valore, Infatti scrivo: ma cos’altro fare?

  • Il coraggio di parlare di dolore e di morte e di rappresentare le proprie (e altrui) contraddizioni è sicuramente presente, Annamaria, nei versi di Stefania. Probabilmente anche la mia scelta dei versi da presentare a titolo esemplificativo dirige l’attenzione verso questa problematica. Ma tutto il volume mi è sembrato di valore (e interessanti le tematiche toccate, e coinvolgenti le atmosfere create dai versi).
    Anche, quasi soprattutto, ho apprezzato il lavoro che si capisce essere stato fatto sulla forma. Se ne trova d’altronde conferma in un passo della prosa iniziale: “Dare la forma e il senso [..] mi dà soddisfazione molto maggiore che narrare le avventure nude e crude”.
    Ma il libro ha, come dire, una sua trama narrativa ben costruita. Come nota Alberto Bertoni nella prefazione, si legge quasi come un romanzo in versi. Anche questo, a mio parere, è sintomo di come Stefania Portaccio non rinunci ad additare “un ordine possibile” all’esserci nel mondo. La notazione di Maria Luisa Vezzali mi trova del tutto d’accordo.
    Vorrei chiedere a Stefania Portaccio, che spero ci legga, quali aspetti di questa raccolta ritiene siano i più significativi. Ho notato un notevole rispetto per il lettore nelle sue scelte lessicali e sintattiche, e un desiderio, anche, di farsi capire. Cosa, soprattutto, di questo libro vorresti che venisse fino in fondo inteso?

  • Teodora-Bradamante, un po’ monaca e un po’ guerriera, contemporaneamente concava e convessa nel momento in cui inforca la penna, ricettività/creatività androgina, pericolosamente autosufficiente? Non so: si rischia di scivolare sugli archetipi. Una cosa però la so: che Stefania è, ancor prima che androgina, cosmografica, non solo perché la sua esperienza si nutre parimenti del mondo e della letteratura, ma anche perché scrivendo addita un ordine possibile, un continente abitabile. Per tutti.

  • Apprezzo il coraggio di parlare di dolore e di morte, di erigere il dolore nelle stanze, farne quasi un totem per poterlo guardare e per un momento non lasciarsene soffocare, non fuggirlo. Sapiente anche questo uso del fine-verso, ben sottolineato da Marcella. Una poesia mordente in cui si può stare, sentendo che le nostre contraddizioni sono rappresentate.
    Anna Maria Robustelli

  • Attirata dalle necessità correttorie iniziali, avevo trascurato l’intervento introduttivo di Stefano Guglielmin.
    A Stefano, che ringrazio dell’attenzione alla rubrica, vorrei dire che l’impegno ad acquistare future pubblicazioni di poesia dell’autore presentato è, per regolamento, obbligo del presentatore e specifica caratteristica di questa iniziativa, che vuole appunto stimolare letture critiche e valorizzazioni di volumi di poesia non propri. Un sano schiaffo a solipsismi e indirette autocelebrazioni.
    Questo mi sembra il punto forte e insieme dolente di “Poesia condivisa”, quest’intenzione di far crescere tra i poeti attenzione appassionata, disponibile, via via sempre più competente all’altrui poesia. Che è poi anche strumento di personale crescita.
    un saluto

  • grazie a Margherita e a Luigi (piacerebbe anche a me capire perché non si riesce a mantenere la formattazione facendo copia e incolla in tabella…

  • Tutto corretto – scusate il disagio (ma credo che siamo sopravvissuti tutti 🙂 )

    Il problema “tecnico” che non sono ancora riuscito a risolvere (a capire) è perché non riesco a mantenere la formattazione quando inserisco una tabella. Ma ce la posso fare.

    Grazie a tutti per la comprensione.
    Luigi

  • Marcella, per questioni di “gerarchia” amministrativa non posso modificare i post dei quali non sono l’author, ma spero che i refusi vengano corretti. (devo anche dire che, a volte, l’impaginazione dopo il copia – incolla mette a dura prova gli “scribani” del post.

    Di nuovo un saluto.

  • in attesa della correzione, riporto almeno l’esatta scansione dei versi del secondo dei testi scelti per esemplificare la raccolta:

    un dolore pervasivo e magnifico
    stinge di rosa ogni andito
    orla gli angoli infiora
    le pareti

    un dolore magnifico curvato
    dal calore del tuo
    ancora non morire e il mio
    poggiarti il capo sui ginocchi

    più si rastrema il tempo più s’allarga
    il tuo dominio

  • Chiedo alla redazione del sito di voler cortesemente correggere i refusi, confrontando i testi pubblicati con quelli da me inviati: in una poesia tutto è significativo e va riportato con esattezza. Nei testi di Stefania Portaccio forse più che in altri (si noti per es. il titolo della seconda poesia). Con questi errori di riproduzione salta anche il mio ragionamento sul fine verso.

    Specifico:
    1) “stava protevo, torvo, a non morire” è il titolo della seconda poesia, il cui primo verso è “il nostro scontento urtava ai trespoli”. (anche questo primo verso va dunque corretto);
    2) nella seconda poesia il 4° verso è costituito da “le pareti”. Dopo di che c’è un rigo bianco;
    3) sempre nella seconda poesia l’8° verso è “poggiarti il capo sui ginocchi”, dopo di che altro rigo bianco;
    4) dopo questo rigo bianco il 9° verso è “più si rastrema il tempo più s’allarga”, il 10° verso “il tuo dominio”;
    5) Gretel è il titolo dell’ultima poesia.
    Spero di non aver dimenticato nulla.

    Grazie, Margherita, dell’apprezzamento.

    un caro saluto

    Marcella

  • La “scheda” di Marcella è ottima, mi pare tocchi i punti focali, anche di forma, di questo libro. Anche la scelta delle poesie è estremamente efficace ed indovinata, rispetto la presentazione che ne viene fatta.
    Sono poesie che mi piacciono molto per lo sguardo lucido, ma non duro, e per la consapevolezza del verso con il quale si esprimono;
    il loro tema, evidenziato dal titolo, è qui indagato senza sconti alla ambiguità che comporta, attraverso i propri capisaldo di dolore, attesa, elaborazione del lutto, nostalgia, finanche volontà che termini l’estenuazione della vita quando è dura a morire, ecc…

    Peccato per i piccoli refusi (il mancato spazio…)

    Un caro saluto e grazie della proposta!

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