Per una lettura di Maria Pia Quintavalla (A. Zanzotto)

 

di Andrea Zanzotto

Anche  questo nuovo lavoro di Maria Pia Quintavalla nasce sotto il segno di un amore per “fratelli e sorelle che non presero la parola” e che popolano come ombre, ora dolci ora crudamente mute eppure carezzevoli, la sua poesia la quale sembra appunto nascere da un coro cupo, sommerso, e pur sempre risolto in una voce, anzi in un “canto” impedito ma tenace. Ora è una Canzone (“estranea”) ma pur tuttavia capace di testimoniare la continuità di una vocazione e di riaffermare il netto profilarsi di un itinerario teso sempre più irresistibilmente verso una forma di terrena metafisica della poesia.

Partita da una appassionata e pure svagata perlustrazione o rammemorazione di una zona cubofuturista e insieme surrealista con connessioni nell’area della poesia italiana degli anni settanta, Quintavalla ci appare fin da subito con la sua grazia, con trapassi continui da forme di “gravitas” (la più massacrante) e di “levitas” (la più aperta a imprevedibilità soprattutto sintattiche). Ciò che sempre colpisce, poi, in questi che in generale sono frammenti, scaglie, rapide percezioni, indizi di “ragionamento” subito scartati o inibiti per essere ripresi in un diverso lampo, spunti di narratività improvvisamente dispersi, è la crudele freschezza, è una franca e delicata sensualità. Sono colori e paesi, sono allusioni ad esperienze di vita e di aggregazione comunitaria, a misteriose sorellanze: brillano un’infantilità e adolescenzialità in fiore condotte a confronti tra i più ardui, secondo vari tipi di percorso, e rimaste irrisolte negli animi, nuclei dolorosi eppure radiosi in cui l’emblematica personalità dell’autrice, pur nella progressiva maturazione, non cessa di riconoscersi, e di “perdersi”. Il tutto poi si proietta sullo sfondo di un possibile precipitare verso un mutismo da “caduta della linea”, eppure per certi aspetti quasi ludico, perché esorcizzato in un insieme di schermaglie sempre riflesso nella trasversalità, nella spericolata assonometria delle prospettive.

E’ questo il tempo segnato soprattutto da Il Cantare (1991), originale ripresa della prima raccolta quasi omonima Cantare semplice (uscita presso Tam Tam Geiger, di Adriano Spatola, nel 1984), dove, anche se non mancano durezze di presagi e se la distorsione di campo di ogni discorso filtra ovunque, già prima di ogni consapevolezza o relativa intenzionalità d’espressione, predomina comunque una irta “allegria” e perfino eleganza, una luce ora diretta, ora di straforo, ora obliqua, che sconvolge i fogli come un respiro, un vento che non può essere perenne: almeno in quanto segnato da un’inconfessata attrazione a un epos minimo.

Una svolta è poi segnata da Lettere giovani, uscito nel 1990, testo già profondamente maturo, testo vero, in cui, ravvicinandolo si scoprono motivi, ritmi, diffrazioni nuove, rivelati anche in spostamenti minimi dell’ottica di lettura. I componimenti, pur sempre minacciati, si sviluppano qui in strutture più ampie e solide, al di là del frammento ma conservandone l’intensità, perché il meglio delle adolescenziali tensioni passa intatto.

Bisognerebbe qui soffermarsi  a lungo sulla varietà e “aggressività” dei temi che lo attivano. Già il titolo accenna per un verso a qualcosa di allontanato e irreparabilmente perduto, eppure si contraddice col sentimento quasi di un’eternità: lettere (anche nel senso di un rimbaldiano alfabeto) che sono per natura giovani. Affiorano, s’intravedono, poi talvolta invadono, l’idea di madre e di sorella, ma come enigma. Presenze sicuramente “storiche”, creature distinte ma in qualche modo sovrimpresse reciprocamente, entrano e svaniscono, ma con materica acuità, pur nella loro fluttuazione onirica: per dare gioia o dolore o indizi ai pensieri. Non esiste un vero “noi”, pur tanto anelato, e, sec’è, quasi terrorizza; è qui un lento e chiuso moto, come in confraternite richiedenti i più ardui amori e le più cupe omertà, avanguardie “unne” di possibili sovversioni  epocali, nello stesso tempo volte a riabilitare un remoto passato di amazzoni ed un inglobamento nell’androginia. In effetti tante e tali furono le spinte affastellate o sventagliate all’interno del movimento femminile, da aver lasciato forse tracce più profonde di qualsiasi altra rivoluzione/evoluzione nel nostro tempo, fin nelle strutture arcaiche e segrete della società: più ancora forse che il delirio ininterrotto della superfetazione tecnologica.

Ma quanti e quali dolori e ferite nelle protagoniste – e tutte poterono essere protagoniste – , e in modo massimo le giovani, di incomparabile intimo splendore, in certi momenti; giovani che rappresentarono il “meglio della crudeltà” di cui dovettero essere interpreti, ma in una dedizione che spesso toccò i fondi dell’autosospendersi;: infinitamente ritroso eppure in totale dono. Fu questo atteggiamento, forse più che altri, a introdurre un nuovo culto (soffocato eppure invincibile) dell’idea di poesia. Maria Pia Quintavalla porta luci ustionanti sulle porte strette di queste iniziazioni, spalancandosi in pari tempo all’aperto, ai paesi, ai “meridiani”, alle potenze cromatiche del mondo, in disintegrazioni e soffi di “piccole” resurrezioni; mentre l’ombra vivente di Nadia Campana è spesso chiamata – guida e non guida – in questi scavalcamenti del nulla, cui essa purtroppo cedette. Le Lettere per sempre giovani, e per sempre perdute, si coagulano nell’alone di Nadia che in sé riassume la tragedia di tutte le sue compagne.

Altro elemento di grande importanza è una forma quasi di invischiamento che di continuo trapela in questa fase del lavoro di Quintavalla: il complesso rapporto con la madre (più o meno fantasmatica) che a sua volta è inclusa in un luogo inesausto, con un aggancio solo apparentemente “realistico”, nella terra d’Emilia. Di fatto l’Emilia è per l’autrice più vera del vero e più carica di simboli che qualsiasi isola di Utopia: con essa dialoga “dall’interno”, in un logos bifido che tocca anche la madre. Ma ecco improvvisa la lingua “godiva” – in cui l’allusione alla denudata lady Godiva porta, nella trasformazione del nome proprio in aggettivo, un sotterraneo – e non del tutto ucciso – sobbalzo erotico: “Non di corpo bramava la sua lingua / godiva”, “seminare/apneica lingua, duri spazi-sogni / come lupa allappare”; e ancora “Io mi ritenni una selvaggia / da chiunque distruggibile”. Questo elemento quasi ferino si nasconde però entro la lucentezza dei movimenti dei corpi e il dentellato squisito dei colori e delle filigrane.

Ma tutti questi elementi sono soltanto condizioni perché lo stacco del “modo” della poesia più si faccia sentire. Ed è un modo esclusivo che tutto in sé annulla o riassorbe, o moltiplica e potenzia, lasciando sempre spazio allo scompiglio e alla sorpresa. Occorrerebbe qui una lunga e meticolosa analisi dei vari tipi di frammentazione o di coaguli che passano nel caleidoscopio di un dire che sembra gioire delle proprie scoperte, e dell’apparente minimità di esse (tra umiltà e tracotanza).

Una ulteriore svolta è poi costituita da Le Moradas (1996), titolo opportunamente citazionale, dove tutti i temi precedenti sono come ridefiniti e fissati all’interno di componimenti brevi ma “legati” in cui comincia a farsi strada e quasi a fiorire una nuova tensione al canto. Si arriva così ad un cursus ritmicamente “perverso”, sempre sprofondato nel corpo, nella fisicità, ed insieme demonicamente “volage”, in continua partenza lungo quasi-serie di dati sparsi o di “canzoni complete” che, in questo libro di rade metafore, convergono tutte in metafora della poesia. L’evento storico è trascinato dentro una messe di fatti e non-fatti personalissimi, anche con riferimenti a personalità come Antonio Porta e Franco Fortini che hanno contato molto per l’autrice.

E’ un tema questo che si presenta con la massima evidenza anche nel presente lavoro di Quintavalla, Estranea (canzone). Qui il dialogo con i poeti, tra vicinanze e contrasti, costituisce un momento fondante di una ricognizione sul fare poetico e sul suo manifestarsi in figure e modi diversissimi ma in qualche modo affini: si va dall’orizzonte russo del primo Novecento, in cui brillano le amatissime figure della Cvetaeva e di Mandel’stam e il nostro Ungaretti, alle dinamiche letterarie del secondo Novecento italiano, da Giudici, Bertolucci, Rosselli a Nadia Campana (tra fedeltà al canto e sua impossibilità).

Si tratta infatti di un romanzo in versi tutto fratture e crampi, ma in cui un ritmo resiste, ossessivamente, come nel simulacro della forma sestina, matrice e nutrice (inquietante) di tutte le canzoni, delirio in cui appunto non si fanno che ripetere le stesse parole-rime, ma variandole di continuo. Ciò rende possibile lo sviluppo del racconto, anche se per movimenti  interrotti, scintille, parvori, il suo generarsi generando visioni, sogni, tempi e spazi gli uni labirintizzati dentro gli altri. Eccoci quindi proiettati all’interno di un “futuropassato”, in contatto diretto con il flusso misterioso e intimo in cui biologico e psichico tentano di ritrovarsi, ancora rimbaldianamente, come “vera vita”. La scrittura fluisce, anche se si ingorga in vortici di anacoluti, metonimie, rebus, allegorie, grazie alla forza di un ritmo che s’impone con la violenza di un essere vitale, come primordiale “musica” che tuttavia include tutti gli stridori dell’oggi.

In questi versi Quintavalla tenta di oggettivarsi, di guardarsi da fuori, mentre “essa attendeva”, immersa e quasi sprofondata dentro quelle sensazioni aurorali da cui nasce la parola poetica con le sue fascinazioni, le sue luci dolci e taglienti e la presenza di qualcosa di materno e insieme stranito.

L’apprendistato poetico viene rammemorato nel testo come mito della poesia e dei poeti. E il racconto prende forma per quadri, come in un gioco di composizione e ricomposizioni, riprese e rinvii, dove le parole vengono “ubicate” e “dislocate” insieme ai fatti, sepolti, anche, da infiniti veli ermetizzanti che continuamente nascondono ciò che sembra sempre sul punto di rivelarsi. Ogni velo prepara lo scatto di originalità che dovrebbe squarciarlo per poi però trovarsi di fronte ad un altro velo, in un movimento rapido e violento e insieme obliante, che aggancia infine la storia, il suo nero di “delusioni”.

Si è pur sempre di fronte a una grande energia, a un fiume che si impaludi e divaghi dal suo stesso letto, straripando, in una impossibilità dello sfociare ma non del fluire “nella piana della psiche”. Un fiume lavico, imploso, in cui galleggiano come detriti i fatti della vita, della politica, della famiglia, del femminile, della ricerca letteraria, a blocchi o a zolle, che si rimescolano: una storia privata e collettiva che è anche, come abbiamo detto, storia della poesia del Novecento (non solo italiano) e del modo in cui Quintavalla vi si affaccia.

Il racconto/nenia/filastrocca/cantilena/canzone resta in gola eppure si ostina a “rompere” ogni argine con la sua lingua linfa e guazzabuglio, che mentre mostra la cancrena del mondo sembra tuttavia guardare ad altro, “tenuto in alto”. L’estraneità cui allude il titolo del libro è quindi innanzitutto una estraneità da sé, dalla propria infanzia proprio mentre si manifesta come ostinato guardarsi e chiedersi; ed estraneità dagli altri (fratelli e sorelle) con cui pure si condivise un destino. Ma soprattutto è estraneità a questo tipo di mondo che pure si vorrebbe disperatamente capire, accogliere, perdonare, superando le secche, un “andare contro e verso”, proprio in virtù di quella musica declinata nell’abbraccio del corpo materno (anche se sinistramente doppio). Ed è qui che si insinua la nuova luce della “figlia agile ippogrifo”, “un pensare più felice”, il futuro di un “mite mare”, forme più armoniche dell’umano, intraviste o sognate, ma possibili, mentre un allarme, vago e pur ostinato nei suoi radicolari fondi, non cessa mai del tutto. Tutto infatti, nel suo inobliabile moto al canto o alle oscure soste, moradas, non può non fondarsi o “dissolversi” su un vettore di “estraneità” intrinseca alla parola stessa della poesia, cui si aggiunge la singolarità dell’angolazione di questo caso, di questa particolare esperienza. La quale, però non si piega mai ad una negazione o “estraneità” assoluta. Si riferisce piuttosto, nel sottofondo, ad un’intransigenza etico-esistenziale. Vi si afferma una soglia di amore-caritas che “vivono” dal margine intravedendo in esso una “gioia dell’esilio”, un’imminenza inestinguibile di quella spes, dura spes, che “deve” riconnettersi ad ogni moto della caritas.

Certo, l’arco già ricco dell’opera di Maria Pia Quintavalla presenta un lavoro manifestato in necessarie-imprevedibili tappe successive sempre ascendenti, che conferiscono all’autrice un posto di singolarissimo rilievo, di forte evidenza entro il quadro della ricerca poetica attuale.

3 Comments

  • Non è esatto qaunto dice Del >Piano: questa versione è circolata per introduzionead Estranea (canzone); duqnue si è aggiornata q uel libro.Ma il vero testo originale, nasce dall sue conversazioni a Radio svizzera Lugano, confluite nel bellissimo saggio uscito su Nuovi Argomenti, del 1994, accompagnato da molti(allora) inediti del successivo “Albunm feriale”.
    Ma la struttura del testo è dunque stata pubblicata con la data di N. Argomenti…Non stupisca se le scelte critiche di Andrea Zanzotto (Sui classici..di sua lettura, ad es. confluite in “Fantasie di avvicinamento”), siano sempre state lette e apprezzate da veri lettori-amatori, fra poeti, critici e pubblico di poesia, o sconosciuti lettori ancor meglio; non gli è mai congeniale suonare la tromba, poiché la sua voce dovrebbe già funzionare come splendido strumento… E qui la lettura è più che illiminante della mia poetica. il mio grazie è per sempre..
    Maria Pia Quintavalla

  • Un importante testo critico del compianto Andrea Zanzotto, che ha avuto una limitata circolazione – come postfazione a “Estranea (canzone)” – e che bene ha fatto la redazione di Poesia 2.0 a riproporre per una più ampia reperibilità.
    Testo peraltro fondamentale per avvicinare e comprendere la complessa poetica di Maria Pia Quintavalla.
    Ottima scelta, complimenti.

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