Tutti gli autori di “Opera Prima”: Giovanni Majer

[Dopo Giovanni Campana,  Michele Lamon, Gabriele Belletti, Michele Fogliazza e Sofia Demetrula Rosati, presentiamo questa settimana  Giovanni Majer, autore di Inflessioni. Di seguito, alcune poesie scelte e le annotazioni critiche alla raccolta di Flavio Ermini. Ricordiamo a tutti i poeti inediti che vogliano partecipare alle selezioni di “Opera Prima che è possibile inviare i materiali seguendo queste indicazioni.]

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Annotazioni critiche

di Flavio Ermini

La parola ci interroga dal silenzio e dall’ombra che incarna e che alla fine costituisce il nostro destino.
Compito del poeta è riconoscere alla parola autonomia e infondatezza. Nel farlo, il poeta si espone a un codice preesistente. Per la precisione: si espone, con un atto di coraggio e di rischio, all’unità pre-riflessiva che si dà al mondo prima del pensiero cosciente e razionale.
Al poeta non spetta alcun riconoscimento, se non la libertà di testimoniare la propria radicale appartenenza al silenzio e all’ombra, fino al punto di riconoscerli come proprio essere.

E’ il caso di Giovanni Majer.
L’orizzonte della sua poetica è l’incerto territorio interiore dell’uomo, circoscritto da scenari emotivi e da labilissimi segnali (“un velo”, “un riflesso”, “fumo”, “impronte”…). Questi segnali portano in regioni crepuscolari, nel buio di una lacerazione. È un territorio in cui filtra “l’ultima luce”, che lascia intravedere forme, nel loro continuo, lievissimo oscillare, scorrere, fluttuare.

L’opera prima di Giovanni Majer è l’abbozzo di questa mobile struttura. È la voce che continua a restituirci al varco dell’inconosciuto, là dove la parola vacilla e non sono più intollerabili le tenebre (o i “raggi nella polvere”).

Majer arrischia una presa “sui bordi del silenzio”. E, da lì, scava la parte oscura dell’essere. Nel farlo si affida a punti di appoggio selezionati in un paesaggio sconnesso (esattamente quelli che prima avevamo enumerato).

La poesia è un viaggio tra suolo e sottosuolo. Verticale, attraverso una lunga serie di stati emotivi, tra lacerazioni, reticenze, silenzi.

Il gesto verbale di Majer si cala in una direzione della quale l’uomo sente soltanto parlare. Tra cose che solo a quel gesto iniziano a esistere.

La parola che Majer traccia non è protettiva: ci abbandona a noi stessi. E’ frazionata in zone semantiche tra loro collegate o più frequentemente incongiungibili. Subisce minacce che lasciano intorno ampie lacerazioni. E improvvise rigenerazioni.

La costruzione poetica di Majer segue linee curve. I punti di partenza diventano punti di arrivo. Anche la costruzione verbale è tutta collocata su circonferenze. Alcuni tratti sono molto luminosi; altri, oscuri.

Nei tratti dove ogni luce sembra dispersa per sempre, si percepisce uno spazio vuoto, un baratro da colmare, un silenzio inalterabile. Ma è proprio la presenza di questi vuoti, messi sulle sue circonferenze verbali, a rendere problematica la poesia di Majer. A renderla vera e densa di dubbi.

Majer è il poeta che continua a restituirci al ciglio del silenzio, un abisso adeguato al nostro respiro di esseri in transito, bendati dall’incertezza.

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