Corrado Bagnoli: “Grammatica dell’abbandono”

di Alessandra Paganardi

grammatica-dell-abbandonoQuesta nuova opera di Corrado Bagnoli rivela la stessa “intenzione acuminata” delle raccolte precedenti, in particolare l’ultima (Nel vero delle cose, Book 2003): esplorare la fragile eppure concreta linea di confine fra vita e scrittura, fra cose e parole. Bagnoli sceglie ora la forma poematica, forse anche per le sue ampie possibilità di connessioni e rimandi fra le varie parti, che appaiono qui proposizioni di un unico periodo sintatticamente franto. Ritroviamo l’equilibrio fra narrazione, scavo metaforico e potenza realistica delle prime prove. Il poeta esordisce identificando con una donna, referente di tale “grammatica dell’abbandono”, la propria iniziazione alla poesia. “Se mi chiedessero qual è/ la traiettoria della parola (…)/certo direi il tuo nome. E me come un bambino (…)”. Nella seconda stanza del poemetto appare un altro attore quasi personificato, il silenzio, e il tempo verbale diventa l’imperfetto: quello delle azioni finite, ma mai realmente compiute. Presto, in un riandare al passato che mescola immagini invernali con una sintassi ormai volta all’ “adùnaton” (“se tu fossi rimasta”), Bagnoli perviene ad uno scambio metaforico fra donna e mare: anche quest’ultimo, come la parola, ignoto al poeta prima dell’incontro. A differenza di Montale nella Casa dei doganieri, che questo poema sembra qua e là riecheggiare, Bagnoli sa bene “chi va e chi resta”, ma non ci risparmia l’inquietudine. La donna-mare se ne va, l’uomo-faro rimane: ma proprio qui la sintassi si fa ambigua fino a suggerire una possibile inversione, una permanenza dell’elemento equoreo. “E le racconto la roccia/ che sono, faro che resta/ contento del suo restare”. Il “labirinto” della prima stanza è peraltro omologo alla montaliana “bussola impazzita”. Alla fine la traiettoria si arresta alla casa vera, quella “che si scrive dentro”; che accoglie le cose ed il tempo e non teme il libeccio, né l’usura degli anni. Come scrive Nicola Vacca in un recente articolo, questa è “la casa delle parole, dove la poesia diventa corpo d’amore”. La casa ricorre quasi in ogni pagina, con variazioni semantiche originalmente sostantivate (“ritrarsi”, “nascondermi”, “affidarsi”) o più classiche (“posto”, “abbraccio”, “dimora”). Sono frequenti gli anacoluti, come se a parlare in presa diretta, con verismo mimetico, fosse il bambino di fronte alla donna-parola che gli consentiva “l’affidarsi lento/in un caldo buono”. La citazione è trasparente, intenzionale al punto da apparire per contrasto sottilmente autoironica. Il poema di Bagnoli è una casa con stanze separate e convergenti al tempo stesso, metafora di una scrittura che sa sempre condurci “al nodo estremo”: al centro che non si può scrivere, perché sta oltre la poesia.

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