Dentro, ma in espansione. / “Estensioni del tempo” di Martina Campi

 

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Conoscendo da qualche tempo l’attività di poetessa e di performer live di Martina Campi, ho da subito immaginato che la sua opera prima, Estensioni del tempo (Le Voci della Luna, 2012), interrogasse a fondo alcune delle dimensioni più importanti della temporalità poetica – ovvero: metrica, ritmica, musica. Ho pensato anche a una possibile riproposizione del canto – ma non a quella del bel canto, naturalmente, ché quello è andato per sempre, e dove c’è perdita totale non c’è spazio nemmeno per l’elegia.

In questo mio rovello iniziale, è giunta a confortarmi la prefazione, firmata da Loredana Magazzeni, che si sofferma immediatamente sulla musicalità dei testi della raccolta, organizzata – anzi, ‘orchestrata’ – in dieci sezioni. Dando fiato, appunto, estensione temporale, al suono della parola.

Mi ha leggermente sviato, invece, la nota critica, minimale as usual, di Giuseppe Cornacchia e di Angelo Rendo, su Nabanassar: Ci sembra una poesia ai limiti dell’inconsistente, molto rarefatta e libellula con la parola. L’acrimonia della definizione – “libellula con la parola” – punta forse all’esilità con la quale Martina Campi disegna i propri testi, ma ha il demerito di rendere impercettibile al lettore quello che può essere il ronzio, in volo, della libellula. Un ronzio che viene ridotto così a ultrasuono, il che non è certo il caso di Estensioni del tempo, dove i suoni sono tagliati con l’accetta: hanno corpo.

A conferma di quanto appena detto, si possono produrre i testi stessi della raccolta, nei quali rare sono le pronunce zoppe, sghembe o disarticolate. Sono testi altresì molto fluidi, resi talvolta sguscianti – se non, come detto, esili – da una ripetuta scelta di metri quantitativamente molto ridotti. Martina Campi si muove talvolta ai limiti del bisillabo, o del monosillabo, e alcuni, distinguibili passaggi restano – è vero – perlopiù abbandonati a loro stessi, incompiuti, disattesi.

…Ed ecco poi che a metà del cammino o poco più mi si rivela, in modo sconcertante, che il tempo non è soltanto metrica/musica, ed è una delle architravi tematiche della raccolta a dirne qualcosa di più: il tempo non esiste // è solo il dentro / che si espande (Cento secondi).

Questo “dentro” è, o dice di essere, e al tempo non è, dice di non essere, ciò che comunemente si chiama, con una pessima, romanticheggiante espressione, “interiorità lirica”. È un rapporto lessicale e testuale molto complesso e che può fuorviare, e in questo guazzabuglio una cosa mi pare però certa: l’esperienza radicale, ovvero l’esperienza che si colloca alla radice di questa espansione del dentro, non è, con ogni probabilità, la “percezione pura, emotiva del verso” evocata da Magazzeni. È ben diversa, andandosi a collocare nell’orizzonte di senso, affatto emotivo, o mistico, delle pratiche di contemplazione.

Svincolata da religioni, mistiche, tendenze, la contemplazione totale è tutto ciò che obbliga ad avere nuovi occhi. E contemplare, infatti, può aiutare, secondo l’autrice, a correggere la visione distorta promossa con costanza martellante dalle tecnologie quotidiane dell’occhio. E questo è un tema che accomuna Martina Campi, su un versante che, se non è lirico (in virtù della distinzione appena fatta sul “dentro”) vi è molto prossimo ad altre scritture decisamente più ‘sperimentali’ e materialiste. [Ricordo di una performance bolognese: Martina Campi poco prima di Alessandra Cava, o viceversa…]

Questo correttivo della vista funge anche da piccolo contraltare alla “dimensione olistica”, chiamata giustamente in causa da Magazzeni in un contesto che è così tanto sinestetizzante. Ma è pur vero che l’occhio che cade, / il mondo per le scale (Piano Marino) è forse una delle chiuse – in assoluto, alcuni dei versi – migliori della raccolta.

Così come spiazzano e sorprendono, per altri versi, le ouvertures, ovvero i testi in corsivo che aprono ciascuna sezione, comparendo immediatamente dopo le immagini di Giampaolo de Pietro, Anna Mosca e Valentina Gaglione che impreziosiscono il libro. Questi testi assomigliano a semplici epigrafi eppure spesso sono anche più illuminanti di alcuni – alcuni – dei testi che si seguono. Riporto quale esempio il primo testo, primo in assoluto, della raccolta, scambiato appunto da me, banalmente, come epigrafe:

la cerimonia del tuono
va da giù a su
(e da su a giù)
e non si rompe niente
ma tutto si trasforma

I primi quattro versi, molto potenti, sembrano scontrarsi con l’ultimo, il quale rielabora, tutto sommato, un luogo comune. Il gran cozzo discorsivo, in realtà, si attaglia bene alla scelta figurale della “cerimonia del tuono”: è stato rileggendo con pazienza il testo (“da giù a su, e da su a giù”) che si è formata questa possibile interpretazione.

A ragione di questa rilettura, penso ci voglia pazienza, prima di un giudizio su Estensioni del tempo, quella stessa pazienza che Martina Campi riconosce – diversamente da molti altri, che pure cianciano di questi temi – essere “affamata”. La fame della pazienza è, poeticamente parlando, vera. Ed ecco che si realizza in quella pazienza che è estensione del desiderio, piuttosto che del feticcio-tempo, una delle definizioni migliori del lavoro di Martina Campi, così com’è offerta da Enzo Campi, in postfazione: Esperire il desiderio può lenire la soggiacenza dell’io al tempo? Interrogazione originaria, inevitabilmente sorgiva, e quindi aperta, perché segna il passato, attraversa con dolo il presente e si ripropone implacabilmente in tutte le scansioni dell’avvenire”.

*

 

distrazioni imposte
dissottrazioni opposte
nell’attesa necessaria

che si fa nuvola si fa
strada traiettoria
d’aria

fino al momento
della pazienza
che si risveglia,

affamata

 

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