Le metamorfosi dell’aforisma – Ripartizioni per l’infinito presente ne’ “L’enigma e la strategia” di Domenico Cara

di Rita Ciprelli

enigma strategia caraCorpus della scrittura, scissioni casuali, ferite necessarie del testo; ogni scrittura è un’espressione infinitamente mediata del corpo fisico. L’organismo vivente, l’”ossessione”, “l’ombelico della realtà”, corpo d’amore – “Afrodite” – o di desiderio. Carne che si fa verbo ma senza certezze, persa la volontà di “salvarci l’anima” in questo momento di azzeramento della storia che il poeta definisce “immoralistico e pettegolo”, “finis terrae” “apocalittica e assoluta” in cui tocca aggirarsi.
Una vena di antico senso etico che conserva la sua tragica dignità rimanda una luce ferma sui frammenti dispersi di un modo di sentire d’altra parte attualissimo: recuperi dell’astratto, associazioni surreali, uno stile epigrafico, elegante, che si presenta come ipotesi valida di una moderna classicità. La scelta iconografica lo conferma, il riferimento non casuale a un pittore che cercò nelle strutture solide del mondo antico, nelle sue immagini residue, un’indicazione, una radice etica.
La poesia del Mantegna pone gli Amanti a fondamento della civiltà, l’eros della cultura, dell’arte: Ares e Afrodite, che presiedono uniti ai cori di Parnaso. Non Apollo il signore, né l’aurea Mnemòsine, ma la coppia Distruzione/Creazione, Bellezza e Aggressività, Contrasto, Conflitto. Tutte le implicazioni contraddittorie dell’eros, “l’irresistibilità di certe fascinose visioni” che rendono inevitabili nuove indagini “per un diverso modo di concepire la  mappa”.
Tra caso e necessità: immagine greca dell’esistenza, il vagabondare fenicio di Odisseo che ha perso la propria Itaca in “un’infinità di derive differenti”, “nei percorsi e visioni (attraversati da penombre e improvvisi fiotti di luce)”, un Odisseo che “interroga il difforme”.

Nuovi mostri e calamità conosciute assediano il viaggio: il “privato Nulla”, la manipolazione delle masse, la violenza. E sulla  conversazione  continuamente interrotta “il pubblico luogo comune” che domina senza contrasti.
O lo Scilla e Cariddi variamente insidioso delle polemiche e dei riflussi letterari: le Simplegadi  mortali di un malinteso tradizionalismo, le Sirene ammaliatrici di un facile rifugio narcisistico, di un falso approdo, “i percorsi assorti e obliqui della fantasia”, che “non s’accorgono che tutto è finito (memoria, presente, progetti in progress e la stessa tempesta è passata indolore”).
Ritorna il sentimento di fine della storia evocato già in “Tavola delle miniature”, il problema di fronte a questa realtà nuova se convenga “raccogliere le labili ombre di certe fiabe” o distruggersi.

Il viaggio prosegue, tra aforismi e dilemmi, scegliendo dagli enigmi dell’ ”esistenza finita”, tra “alcuni inutili miraggi” della solitudine.
In ogni caso, è prerogativa dell’uomo la rivolta dell’intelligenza che “ambienta il paesaggio nel caos” rifiuta l’ordine naturale in cui tutto è ripetuto per cercare altri filtri, universi paralleli, una “fuga mundi dell’oggettività”.
“La coscienza protesa” cerca contrasti, fantasie inedite, invenzioni della realtà, che è intollerabile in quanto tale per la sensibilità umana. Ogni  nostro atto, per banale che sia, ogni gesto inconscio tende a sorpassare le cose, a vivere al di là del reale, nell’illusione magari, nel patologico. Una comune insoddisfazione che detta reazioni scontate, prevedibili: un piccolo viaggio, anche se colmo di tutta la dignità della sofferenza, delle gioie e delle realizzazioni, che formano la vita stessa.
Le forme superiori della fuga, la spiritualità, il pensiero, la creazione –“l’irrinunciabile profondo” opposto alla vita –  si affermano con altre intensità: “la scrittura, prima che una fisica dell’ottimismo, è un atto di esteriore delusione”. Passando attraverso la fase del rifiuto, blocco aggressivo, “istintualità improvvisa, che non ha bisogno neanche delle parole” subito superata per ”riorganizzare il linguaggio” sovvertendo il sistema delle convenzioni: ”L’olfatto attivo ha il diritto e il dovere di annusare costantemente la sua dose di parfum d’époque”. Non per una teoria del rispecchiamento ma per un’aderenza coerente alla natura creativa, che anzitutto si ispira al materiale della contemporaneità, sia per una scelta d’adesione che di critica; o di negazione, motivata e inconsapevole.
Fare i conti col proprio tempo, avere gli occhi aperti sulla realtà che ci circonda: “dopo i re la fiaba ha chiamato altre icone dispotiche” con cui misurarsi.
Lo sguardo che le osserva rifiuta le ingenuità: “il tempo dei re” richiama alla memoria il tempo della tragedia e “La categoria del tragico è ancora quella più emergente”, “porta impietosa, con la quale si chiude il deposito delle residue illusioni”.

I sogni gustativi, l’olfatto attivo (che coglie la poesia con un guscio di buonumore), il ventre delle passioni e la cognizione del proprio fallimento (tracce di malumore in un mondo provvisorio), l’intenzione è comunque quella di raccontare, la vocazione del poeta sempre il linguaggio.
L’oltre e l’altrove, fughe dal quotidiano, le indagini esistenziali, l’immaginazione.
Che rifonda continuamente la realtà, cerca significati e detriti di senso: “L’universo incomincia dagli sterpi selvatici”.
Uscire dai sensi, oltrepassare l’Io per ritrovarlo filtrato da memorie remote, quando al di qua della storia l’uomo si dava un’immagine creando il mondo al cospetto dei suoi dèi: ”quando i primi indizi della sua presenza erano il gesto e la traccia del vuoto”.
Ai primordi dell’umano, l’intuizione del silenzio.
Come intuizione della realtà del Nulla, autonomia del mondo rispetto all’uomo, via appartata e intensa delle cose.
Nel nostro tempo, “il chiacchiericcio uccide il Silenzio”, il tacere necessario alla spiritualità. Alla semplicità, nella pienezza dell’essere.
Se il poeta, sollecitato dal linguaggio, ha bisogno di raccontare, riconosce al pensiero arcaico la giustezza della considerazione del silenzio come generatore fondamentale di parola, la sintesi primitiva del gesto, anteriore alla coscienza riflessa: “In principio era silenzio, costituito dalla sua intensa e inascoltata sonorità”.
La fase gestuale, prelinguistica, il serbatoio delle energie è la parola dell’essere, che Agostino definiva “parola silenziosa” alto silenzio inintelligibile, presso il quale gli uomini hanno fondato in origine il loro linguaggio.
In un mondo assordato dove il rumore satura tutti gli spazi, la ridondanza genera assenza di senso.
L’ascolto continuo, indiscriminato, la musica usata, piegata alle necessità del  vivere quotidiano, il tranquillante televisivo, la cassetta, lo stereo, ipnotizzano la conversazione in ogni casa, in ogni sala d’attesa, in ogni negozio. La pletora degli oggetti scaccia il silenzio.
La parola – o ciò che ne resta – è demandata alla rete dei mass-media: ucciso lo spirito del Carnevale, anche il suo fantasma dev’essere diretto dall’alto.
Al massimo, la parola è confinata nella gabbia d’oro dei dialoghi fra intellettuali, inascoltati puntualmente.
Ci si accontenta con gioia di poche espressioni stereotipe, mal ricavate da gerghi aziendali e da codici tecnologici: “Adesso anche il computer dirama i suoi disordini” e da strumento di lavoro che non escludeva utilizzazioni artistiche è diventato arido padrone.
Venuta meno la creatività, la fantasia del gesto atavico, nessuno più inventa il suo linguaggio, si perde il gusto sapido della lingua.
Tra neologismi ferrigni e il cioè dell’indistinto maniacale, “Il troppo dialogo” annulla la comprensione: dibattiti, conferenze, tavole rotonde, in cui mancano da tempo cavalieri e trovatori. I cosiddetti chiarimenti, che uccidono l’amore: l’eros non vuole dialogo, ha bisogno soltanto di parole.
Al di là delle  mode e delle strumentalizzazioni commerciali, il segno debole, confuso di un’originaria predisposizione è il diffondersi dell’acquario nelle case, nostalgia irriflessa della necessità primaria del silenzio.

Prometeo incatenato “sulla linea del fuoco”, nei momenti di profondità l’uomo è pensato, inconsapevolmente agito dalla storia, da memorie fisiche, “vivente razionale”, “animale politico”.
L’istanza del sociale accanto a quella conoscitiva fa degli aforismi una rinascita di poesia gnomica, come di versi civili: una raccolta di massime, per “la smorfia di Trilussa” da ripercorrere, l’ironia amara sulle “prospettive dell’italiano”, sulla “libertà del disoccupato, che tuttavia dorme sotto l’arco del ponte”.
Probabilmente, ciò che chiamiamo libertà non è la volontaristica possibilità di scelta, o la rivendicazione di effimeri “spazi liberi” o di partecipazioni (ambigue) ai giochi di potere, ma la necessità istintiva propria dell’essere umano di conservare la propria individualità, la coscienza di esistere come diversità individua.
Conservarla contro l’aggressione altrui, o contro la catena imprevedibile degli eventi, che tendono a negare, a schiacciare l’Io, assediato da ogni parte, è un’esigenza vitale, minimale, che ogni impegno civile deve difendere.
Posto che forse da questa libertà derivano direttamente tutte le altre: il diritto alla propria diversità, come individuo distinto rispetto agli altri.
Un’energia soggetta ad essere fiaccata, annientata col plagio, l’abitudine, la repressione: “La censura è eminentemente un linguaggio politico”. Scartata la mossa astuta di una fumosa “libertà interiore (in mancanza di quella collettiva e concreta)”.
La ricerca è antica – anche qui -, anche il problema politico è visto alla luce di questioni di fondo: il principio etico, esistenziale di libertà, la critica  un sistema che si perde nel particolare, “ideologia del sommario”, “(in)società”, che brancola nella δοξα senza il minimo tentativo di stabilire la convivenza civile su principi fondanti.
L’operosità scientifica, le catalogazioni, i dibattiti, le conferenze restano sospesi nel vuoto, “la gente non riesce a coltivare le sue saporite patate (e i funghi non si issano più – nel bosco d’amore – come falli irti)”.
Il modo d’essere politico dell’artista non può che parlare d’amore, di intelligenza del profondo, trasportando nella discussione civile le istanze fondatrici, i suoi significanti naturalistici. Il suo Eros esigente non teme la  norma – che ama, poiché corregge l’emozione – , ma “L’ortodossia  nella sua  versione agghiacciante”, la censura, “il tedio delle abitudini”.

Il clima è immutato a Tebe, fuori delle mura si aspettano ogni giorno i viandanti al crocicchio.
Seguendo antichi modelli, l’artista intende sempre che si propongano enigmi, si inventino quesiti. Trova con gioia strategie per combatterli, convivere con essi in leale duello, in un gioco serissimo che costituisce l’essenza stessa della mente. Non è per lui, né per chi è simile a lui, la vita senza significanze, “La civiltà di cui assistiamo alla morte”.
Non ama – tra gli automatismi del consumo – la pletora pacchiana del benessere che esaspera il desiderio.
Ricerca la finezza civile che è in grado di allestire con poco arredo un ambiente di gusto squisito, che meriti il nome di casa, di città.
Non ama il lavoro alienante, sia la frenesia apoplettica del capitale che la fatica punitiva idealizzata dai moralismi di ogni colore politico; ama la quieta, significativa attività che è il sostegno sano, bastevole, per i bisogni quotidiani. Pur essendone vittima come tutti, è contrario in linea di principio ad ogni nevrosi; è per “Le presenze tranquille” per il luogo meditativo in cui “la tessitrice di nastri incontra la vecchia camatra, seduta al sole dal mattino al tramonto”.
Probabilmente, queste sono le motivazioni per cui i regimi – in cui sempre prevalgono tornaconti personalistici, o interessi di classe e lotte di potere – guardano con sospetto, senza eccezioni, alla posizione politica propria all’uomo dell’immaginazione.
Il messaggio, l’istanza dell’eros, non è politicamente semplice da realizzare, implica un’energia difficile da acquisire, un’idealità impavida. Soprattutto, il disinteresse totale al potere, una sensibilità per il collettivo, un amore per la storia umana, un’esigenza profonda di moralità.
Così al poeta non resta che lamentare le idee frettolose, “prive di città e di foresta”, che hanno perduto i valori del vivere civile e gli istinti vitali della selva interiore.
Resta ancora una strategia nel non lasciarsi vincere dallo sconforto, nell’opporsi alla tentazione delle nostalgie: la testimonianza lucida di chi difende la propria autenticità contro varie violenze. (“Ormai guarderemo con pubblico disappunto alcuni profondi incidenti di percorso”).

Anche le polemiche letterarie, trasparenti, contro certa poesia e certa narrativa, ubbidiscono agli umori corrosivi di una coscienza civile che rifiuta condizioni di routine, “la farina degli gnomi che imitano antichi patriarchi”.
Un’esigenza di rinnovamento estetico portata agli estremi: in realtà, molti sono i modi, le vie dell’intelligenza attraverso le quali si esprime l’inconscio.
I sogni dell’immaginazione si aprono la strada anche fra antiche norme. A condizione che ci si esprima in una forma personale, autentica e quindi, già solo per questo, nuova. Da evitarsi sono le stanchezze, i pedissequi e irriflessi manierismi, le idee sclerotizzate volte a un passato morto, incuranti della vera tradizione.
Nella querelle des anciens et des modernes, bisogna appunto saperla setacciare, la farina dei patriarchi; se si sceglie di imitarla, arricchirla di aromi, di nuove spezie. Purché nella mensa arrivi cibo fresco, pane di versi.
Non tanto le tecniche spasmodicamente cercate in una corsa concorrenziale che ricalca modelli di marketing per la vendita dell’immaginazione. Piuttosto la maniera di farle proprie, siano esse attuali, mutuate dalla tecnologia dei mass – media o tradizionali come il recupero della rima, della chirografia, di antiche mitologie.
Non ci scandalizziamo dell’uso creativo del computer, degli esperimenti multimediali, ma non rifiutiamo neppure l’approfondimento personale di antichi sistemi espressivi.
Limitare a modelli precostituiti il lavoro tecnico dell’artista sarebbe misconoscere la forza della scrittura, che crea ogni volta le proprie visioni attraverso l’uso critico di qualunque strumento, di qualsiasi materiale.
Non già per una concezione dialettica, pacificante che annulli i contrasti e vanifichi la ricerca: non la sintesi, ma l’organicità con tutte le sue scissioni, le contraddizioni stimolanti, la tensione continua fra elementi diversi.
Così anche una forma antica, arcaica anzi, come quella della poesia che riflette, medita, dà sentenze sul reale, è perfettamente accettabile anche da noi, mutati i tempi, la sensibilità.
Ché i riferimenti e gli approcci formali saranno diversi, il dubbio al posto delle certezze, la visione duttile e vasta dell’uomo moderno che ha conosciuto lo spazio e il pianeta Terra, che ha confrontato differenti civiltà e ha visto svanire molte illusioni.
L’inquietudine, la sottigliezza, la maggiore elasticità mentale, distingueranno gli aforismi di oggi, i paradossi, “i sensi dell’uscita”.
Nei percorsi ambigui  del significante attingeranno un più agile ductus, un gusto accentuato per l’onirismo verbale, surreale o astratto o poggiato sulla musicalità.

Un malinteso romantico, vichiano, identifica la sensibilità del poeta con le forme dell’intuizione lirica, del suo incanto sospeso e tra enigmi e aforismi anche qui se ne trovano, di tenerezze improvvise: “L’ingenuità ha ancora i suoi occhi persi (e un cuore di limpida ninfea)”. Non senza ambiguità preziosa tra smarrito e scuro, perso, del colore bruno di ciò che si cela nella profondità.
Sono gli intervalli dell’intelligenza, attimi di rivelazione; Afrodite, o i percorsi del desiderio; indubbiamente, i momenti in cui riaffiora lo strato più arcaico della psiche, il magma, il mare terribile dell’affettività e, per ciò stesso, la loro forza di seduzione è superiore, ci conquista totalmente.
Così nasce l’equivoco, abbastanza recente, che l’essenza della poesia debba individuarsi nella lirica, nel rimpianto, nella nostalgia della perdita.
Non l’immaginazione, dunque, la fantasia mémore e creatrice, la percezione dell’essere, delle forme, che quel rimpianto ingloba come un elemento fra gli altri: l’epica, la tragedia, il divértissement, la poesia gnomica e quella civile procedono certamente sulla medesima linea dell’Eros, cantano anch’esse il vuoto e la metamorfosi, l’assenza e la rivelazione. Con più robusti accenti, con minore abbandono, toccando nondimeno analoghe verità.
Un  noto esempio linguistico ci parla del duplice significato del termine alto, derivato da suggestioni latine. Profondità del basso e profondità dell’altezza.
La lirica è il cuore sotterraneo della poesia, il genere oggettivo quello delle altezze, come l’inconscio – generatore di emozione estetica – non ha una sola direzione, non è soltanto infero ma anche celeste. E lo scambio sottile tra istinto e intelligenza, tra passione e ragione e limpide intuizioni è la spola dell’arte, la più antica tessitura, tela di Penelope perfettamente incompiuta.
Al punto che il fare artistico si rivela la condizione in cui si pone in essere, per un solo momento che non ha riscontro nella vita quotidiana dell’artista, un modello di umanità perfetta, come equilibrio superiore, dinamico, tra le componenti diverse della psiche.
Un momento particolare che ha sopra di sé solo la continuità della completezza dell’asceta.
Separato dal mondo, immerso nella contemplazione, egli è libero dai bisogni della vita per aver raggiunto l’unicum del desiderio, l’amore dell’essere. Rispetto a questa rarità, l’equilibrio diverso del  momento estetico è sicuramente effimero ma rappresenta un modello più accessibile. Perché non esclude ma esalta la sensualità, l’individuo e il suo esistere nel mondo.
Il genere aforistico infatti evidenzia una verità che si dimentica troppe volte: l’invenzione artistica in quanto tale non è il prodotto di un morboso disadattamento, un abdicare all’equilibrio della ragione a favore di potenzialità intuitive. Salvo il disagio esistenziale, comune a tutti, nei confronti della realtà immediata e un maggiore atteggiamento critico versi di essa.
Abbastanza numerosi sono gli esempi di artisti colpiti da seri scompensi psichici che solo nel momento della creazione sono in grado di esprimere il tipico equilibrio estetico fra inconscio e ragione, la lucidità organizzatrice della forma, la scelta cosciente all’interno di una cultura perfettamente assimilata.
Possiamo accettare solo in parte la concezione del poeta come “invasato dal dio”: nel momento creativo, egli non crolla, come la baccante, sopraffatto dall’ispirazione; non è soltanto posseduto, ma anche possiede. Domina con calma la propria materia, una tradizione tecnica, una cultura; conosce un suo pubblico. E soprattutto domina i suoi fantasmi anche se ignora le loro intenzioni e quali siano le loro riposte strategie.
Per una di quelle contraddizioni tipiche di cui è fatta la realtà, il momento dell’ispirazione, pur restando il nucleo costitutivo dell’arte, tuttavia non riesce a travolgere il poeta. C’è una parte ineffabile che ha a che vedere con l’essere, quindi con la verità, nella creazione artistica.
Di questa, il poeta, l’uomo, non possono rendere conto: una certa dose di automatismo è presente in ogni scrittura.
Ma ciò che differenzia nettamente la sensibilità artistica in quanto tale dalla semplice nevrosi o dalla follia è il dominio, l’autocontrollo della consapevolezza.
Un’indicazione di ciò che potrebbe diventare l’uomo se fosse pienamente padrone di sé senza per questo rinunciare al mondo.

L’arte come utopia, progetto forse irrealizzabile di umanità evoluta, si rivela come uno dei molti sogni di cui è intessuta la nostra storia.
Un passo delle Mille e Una Notte riportato da un famoso film ci avverte che “la verità non è in un solo sogno; la verità è in molti sogni”.
Come dice il poeta: la formula araba ci informa sulla concezione più antica della poesia come intuizione particolare di verità, diversa dai sogni del pensiero, la filosofia, la scienza, la vita mistica.
La finzione è una forma particolare della verità, perseguita soprattutto dall’artista: quella verità per tutti elusiva, sostanzialmente inconoscibile dall’uomo, problematica nella sua stessa essenza, ma di cui si percepisce l’oggettiva esistenza.
Per mezzo di simulacri, forme create per i fantasmi proiettati dal filtro della soggettività sui simboli collettivi, il poeta si avvicina al velo che avvolge la realtà, all’intuizione del segreto: “certi specchi d’acqua emergenti da falde sotterranee nelle fiumare presso le quali cercavo ciottoli in qualche modo argentei, tondi, sui quali inventare figure e fiabe agognate”.

L’ambiguità dell’artista tra senso e intellettualità lo rende manchevole, sospetto: “I poeti addensano folte tenebre, introducono grandi timori, accendono dannose passioni” lamenta Agostino, convinto – finemente – della natura demoniaca dell’arte come già il pagano Platone.
Bisogna riconoscere l’acutezza dell’antica osservazione secondo la quale l’artista non possiede il distacco del saggio, l’equilibrio e il dominio delle passioni se non – come dicevamo – nell’attimo fuggevole della creazione, essa stessa forma ambigua, compromessa con l’emotività.
“Folte tenebre, grandi timori”: il linguaggio della poesia è quello del dubbio, ma non limpido e razionalizzato come il dubbio filosofico, non praticamente utile come quello scientifico. Ha a che fare con Le Madri e il linguaggio della Madre è prevalentemente emotivo, sensuale.
Limite obbiettivo, l’incompiutezza dell’arte; sulla quale certamente vale la pena di riflettere per non incorrere in sopravvalutazioni ingenue della figura e dell’attività dell’artista. Il momento estetico non ci sembra il più alto, semplicemente ci affascina come il più seducente.
Il sorriso di Don Giovanni che non promette – anzi! –nessuna redenzione.

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