Corrado Bagnoli: “La scatola dei chiodi”

di  Isabella Scalfaro

scatola dei chiodi bagnoli

Ma sì, tanto vale dirlo subito: La scatola dei chiodi di Corrado Bagnoli, edito da La Vita Felice, è un’opera d’incantevole poesia, ma sarebbe davvero arduo elencarne con precisione scientifica le ragioni, connesse forse a  un quid inesprimibile, che attraversa  tutto il libro come una carezza d’aria, che è intorno e dentro le parole, in quella discorsività malinconica e accorata che l’uso frequente della seconda persona del verbo, quel  tu  sommesso e come soffiato nell’orecchio rende ancora più toccante. C’è qualcosa, insomma, in ogni accento, in ogni timbro, che inquieta, che seduce. Corrado Bagnoli è molto attento al dettaglio, quello che schianta, che è un fragore, un silenzio, un profumo, un chiodo (a proposito di chiodi) che trafigge l’anima e la carne. E poi si addentra nei labirinti della memoria per  ritornare a un luogo, per riudire una voce, per ricomporre un volto. Egli scava nelle regioni più intime del pensiero, per quanto  difficile e disperato possa apparire ed  essere questo viaggio senza sbocchi e senza soluzioni, dentro il senso più intimo di ogni cosa, dentro il suo mistero.

Sembra quasi un paradosso ammettere, considerata la sobrietà e l’asciuttezza del linguaggio che impronta di sé tutte le sezioni in cui si divide l’opera, che una lenta e ininterrotta fascinazione avvolge il lettore, lo inebria, lo stordisce nonostante, appunto, il rigore formale dello stile. Perché questi versi sono una magia, un sortilegio, malgrado il realismo crudo di certe immagini, o la tragicità di un’esperienza, rivissuta nei suoi momenti più atroci, come quella raccontata nella sezione che s’intitola, con inequivocabile significato, Il calice e le spine e nella quale l’inaccettabile sofferenza di un bimbo di tre anni che si avvia a morire perché…   la vita punge, cerca una strada/ sotto la pelle e brucia e gonfia/ e si porta dietro gli occhi di lago/ scuro e caldo, cerchio che si stringe/ e schiaccia pensieri e ossa… è la stessa del poeta, che  la rivive come fosse lui, il piccolo malato, a parlare: Non ho/ nemmeno tre anni e forse il babau/ che si nasconde dentro la mia testa/ ha la mia età, si è scavato un posto lì/ da sempre.

Ma sempre il dolore, che ha infiniti aspetti, s’insinua in ogni piega del vivere, perfino nella snervata sensualità di un ricordo d’amore, o nella tenerezza amara che  come un abbraccio chiude nella sua cerchia persone, oggetti, corpi e gli stessi elementi della natura, se…C’è qualcosa di noi in questo/ andare di strada inattesa, in questa virgola gettata/ tra speroni e vallicole/ che digradano al mare,/ pareti a strapiombo/ da un lato e dall’altro i filari, l’intreccio di olivi e vigneti,/ di querce e di carpini neri.

D’altronde tutto, in questa singolarissima narrazione poetica, dall’inconfondibile cifra espressiva, assume una straordinaria forza rappresentativa: la natura, come si è già detto, con la quale il poeta entra in simbiosi, fino ad essere lui stesso lembo di terra, respiro d’acqua. E il mistero, e il silenzio, che ha il sapore di un abbandono, di un’assenza, che …   S’incrosta lento tra le cose,/ troppe, forse, per capire dove/ possano trovare un posto.  Qui ogni monosillabo, ogni fiato ha il suo peso, e si fa immagine anche quando nulla sembrerebbe  suggerirla, magari a conferma del fatto che, come diceva Saint Exupery,  “L’essenziale è invisibile agli occhi”. La pacatezza colloquiale del discorso, la dolcezza stremata di certi timbri, di certi accordi trasmettono un turbamento che somiglia a un dolore, quello che ognuno di noi trattiene in ogni fibra. Si precipita lenti, durante la lettura, nella complessità di un sentimento, e del pensiero che vorrebbe penetrarne l’enigma, capire, capirsi. Rimane in noi un groviglio duro da sciogliere, un arcano: Del resto il senso, la sintassi,/ l’indice del libro si scompone/ se non sei tu a leggerlo, ad aprirlo. / Perché si scrive solo dentro,/ la vita, le cose, il tempo,/ a una casa che li accoglie.

Nella poesia di Corrado Bagnoli, spoglia  per la scelta severa di ogni suono, di ogni respiro, ma mai arida, complessa ma mai complicata, le cadenze, le assonanze, i richiami sembrano trattenere un profumo di mare, di alberi e di creature vive, che hanno voci e occhi liquidi come l’acqua, mutevoli come il tempo e quindi sfuggenti, inafferrabili. Il modo, a volte straziante come il  refrain  di una  canzone di Aznavour, con cui il poeta rievoca  volti, sguardi, gesti dà infatti la misura dell’inesplicabilità, della segretezza di ogni cosa. C’è dunque in ogni rigo, e negli spazi bianchi, il senso dell’implacabilità del destino, di ogni destino. Tuttavia esiste, tra i disinganni, le incognite, le crudeltà del vivere, la purezza assoluta di una creatura innocente, …perché quella bellezza/ che volevi,quel regalo inaspettato/ che chiedevi, sei tu adesso, te lo porti/ più che una collana, luminoso più/ di un orecchino,/ d’un ciondolo d’oro/ a impreziosirti il volto, la pelle scura/ di sole e gli occhi chiari di grazie.

La scatola dei chiodi è, inevitabilmente, un’opera importante, come  le altre che l’hanno preceduta, tra  cui sarebbe imperdonabile non citare almeno una delle più significative. S’intitola Fuori i secondi  ed è l’ affresco straordinario di una terra, la Brianza, e di una famiglia, al cui centro c’è l’impagabile figura di un padre, che è anche un pugile, di quelli che picchiano  duro, anche quando, dentro al petto, hanno un cuore indifeso di fronte ai colpi della vita.

Quanta immisurabile distanza, non si può fare a meno di pensarlo, tra la poesia di Corrado Bagnoli, tra ciò  che essa mirabilmente esprime, e la miserabilità,  la disumanizzazione, l’ottusità arrogante, la violenza senza fine di tanta parte della nostra società … O forse, finché esisteranno i poeti,  potrà esservi una speranza di salvezza per l’uomo?

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