Su “Olimpia” di Luigia Sorrentino

olimpia sorrentinoOlimpia”, ultimo lavoro di Luigia Sorrentino, è la costruzione di un mondo dove la parola è immagine orfica e segno che indica un siamo, “siamo colui che sprofonda / a un passo da noi ” (p.30), pronunciando nei versi non una disfatta né una vittoria, ma un procedere in tempo e spazio, incarnando il mutare di ogni cosa. Percorso iniziatico, dove dalla caverna della nascita arriviamo alla città di Olimpia attraverso un conoscersi che sembra rifiuti il moderno, ma che lo inscrive come visione di un futuro dove potremmo essere: “…gioia di esseri non esperti di gioia! ” (p.99).
Un libro in cui l’età aurea di una Grecia affidata al mito, appare congiunta al tema di un dolore che ci ricorda quale sia il prezzo di una ricerca che unisca l’alto e il basso, la materia e l’anelito a una soglia, dove non sappiamo più nulla, ma sentiamo viva la ferita che tutti portiamo. Se nostro segno è la frammentazione, come il dito che indica la luna questa ha in sé il suo significato che ancora non intuiamo, e seguiamo l’autrice mentre si tiene saldamente a una parola che niente ha di superfluo e consegna il proprio dettato a un percorso ad ostacoli, dove la fascinazione per la terra è già preludio a comprenderla.

Leggendo queste poesie percepiamo un disegno e l’attenzione che suscitano certi enunciati ci porta a riflettere sul loro significato come su una traduzione, in particolare quando ne siamo colpiti perché tutto sembra subito percepibile e poi si amplia come ad altra figurazione:  “la natura imperfetta non sopporta/ il dolore” (p.62) e si pensa sia il contrario, la natura imperfetta è dolore, ma soppesando il verso ci avvediamo che parla di ciò che siamo in quanto corpo e il frammento, materia e carne, per noi è perdita di sé che solo un sé più grande, e le epigrafi da Iperione di Holderlin sembrano indicarlo, può ricomporre in modo impensabile. L’imperfezione è allora essenza e una diversità dal divino che l’umano legge, per incomprensione, non come dono e possibilità, ma come caduta, così che sembra quasi più semplice farsi statua “la mia statua reggeva il marmo/ sulla testa” (p.67) e completarsi come pietra.

Luigia Sorrentino interroga la nostra mortalità, il perché dell’uomo tenuto alla morte, a un  “un ultimo tempo” (p.72) quasi senza soccorso, in cui la crepa e il muro ormai attraversati, se sconfiggono il timore, mostrano l’impietosità di ogni istante “nell’incerto dominio/ tra gli uomini e la strada”. (ibidem)

Il buio e la luce, tra maschile e femminile in apparenza, attraversano in verità lo stesso corpo, dove le membra sono crepa, passaggio e un mutare nell’oltre a cui il tessuto del verso dà insorgenza “ritorniamo arcaici, al servizio di ciò che siamo stati”. (p.79) Ed è in quel prima che l’autrice trova il segno di un futuro ancora solo intravisto “Tu portavi e lasciavi il verde dei boschi” (p.89).

Struggente il desiderio di un materno insondabile e insieme tenerissimo, visto come un aprirsi alla vita e aprire la morte, ma in uno spaesamento che raccoglie e accoglie attesa e  spaccarsi, stelo e rovina, mentre i regni dei vivi e dei morti si rivelano vicinissimi fino ad essere frantumati come una menzogna.

La “città nuova” sorge allora fluida al “canto dell’umano cui nessuno resiste” (p.99) e il suo orizzonte è un lontano  dove sorgente e mare si incontrano e dove, immaginiamo, il tempo prima di ripartire, per un attimo ci dà la certezza che tutto è incontaminato.

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