Tutti gli autori di “Opera Prima”: Michele Lamon

 

[Dopo Giovanni Campana, presentiamo questa settimana un altro autore di “Opera Prima”: Michele Lamon. Di seguito, la testimonianza dell’autore , alcune poesie scelte e la postfazione alla raccolta Con amoroso senso di Giorgio Bonacini. Ricordiamo a tutti i poeti inediti che vogliano partecipare alle selezioni di “Opera Prima che è possibile inviare i materiali seguendo queste indicazioni.]

 

La testimonianza

 

di Michele Lamon

Pubblicare la propria raccolta d’esordio nella collana Opera Prima significa ricordare con piacere e con crescente gratitudine un episodio chiave della propria – quanto lunga non importa – carriera poetica.
Scrivere poesia oggi significa compiere un lavoro faticosissimo e accuratissimo e allo stesso tempo totalmente trasparente a qualunque elemento mercantile, quindi privo di forza bruta; ma l’accuratezza con cui ho visto approntare e pubblicare il mio libro è stata della stessa specie di quella spesa per scriverlo, senza ulteriori calcoli.
La proposta di pubblicazione da parte di un editore serio, longevo, coadiuvato da un autorevole comitato di lettura, vale in sé quanto molte recensioni positive, oltre a dare l’opportunità di riceverne delle altre (recensioni, riscontri, critiche); di instaurare, e soprattutto mantenere, dei contatti. Ci si potrebbe aspettare, forse, che un’iniziativa editoriale che si chiama Opera Prima abbia un’attitudine ad esaurirsi con l’uscita del volume. Il libro appartenente a questa collana, visto da parte degli autori, è intrinsecamente un episodio singolo e irripetibile: esiste una sola opera prima. Invece la presenza e la disponibilità delle persone incontrate durante la realizzazione restano, maggiormente labili, va da sé, ma se lo si vuole restano. E possono concretizzarsi in incontri, letture pubbliche, reciproci scambi collaborativi di varia entità, poiché un buon editore, in qualunque ambito, possiede anche una forte attitudine a diffondere il più possibile il catalogo. Tutto questo contribuisce a rendere il proprio libro un oggetto ancora più presente e vivo, un punto d’inizio che si allontana ma che resta visibile.

 

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Direzione, percezione e sentimento del senso

 

di Giorgio Bonacini

 

1.

Se è vero, come crediamo, che la scrittura arriva ad essere poesia quando pronuncia la parola che non ti aspetti, e ti investe o ti accarezza con una voce che non è quella che attendi (e che forse non puoi attenderti, tanto è aliena dalle modulazioni comuni), spiazzando in questo modo anche un certo “conformismo” che appare, qua e là, anche nel lettore consapevole della fisicità fluttuante del suono della poesia, e del suo senso ramificato in direzioni che si intersecano; ebbene, se la poesia è questo (o anche questo) possiamo dire che il testo di Lamon, fin dal titolo, presenta una sottile ambiguità semantica che enuncia la sua autenticità come opera.

Infatti, se questa raccolta si fosse ingenuamente intitolata “con amorosi sensi”, tutto l’investimento sarebbe stato rivolto solo ai luoghi d’amore: ai modi, ai tempi, ai corpi, alle sensazioni che i sensi provano e producono amando. Ma, paradossalmente, nonostante l’apparente molteplicità delle esperienze, la scrittura sarebbe stata invogliata in una direzione referenziale chiusa. L’autore, invece, riesce con “poco” (ma quanto lavoro interiore e materiale per arrivare a questo “poco”!), attraverso un piccolo espediente grammaticale (il singolare invece del plurale), nella non facile impresa di riunire l’idea di poesia e l’idea di amore. Cos’è infatti la poesia se non amoroso scrivere e l’amore se non amoroso vivere? Ma questa unificazione si avvale del fondamentale e fondante concetto di senso: che la scrittura valorizza spezzando e ricombinando, con un disegno strutturalmente non omogeneo (così come non è omogenea la vita), l’andamento dell’amore in scrittura con il ritmo della poesia in scrittura.

Esemplare, per meglio spiegare il poco di cui si è detto prima, è questo verso: “tuo io mio tu”. Dove il vivere dei soggetti compresi in quattro piccole parole, è inserito direttamente dentro la materia del fare poetico attraverso un procedimento formale a chiasmo (al centro l’io, ai lati l’altro) che rompe il normale parallelismo per una simmetria a specchio, in cui i segni d’amore e di poesia si compenetrano e la lingua tiene ciò che la voce trasporta. Contemporaneamente, però, la lineare posizione sintattica, aggettivo / pronome, si ripropone in un continuo andirivieni tra l’altro e se stesso che si compenetrano e si inseguono. Un piccolo esempio per dire che quando c’è poesia, le parole non sono solo segni ma aperture verso un mondo da creare, che non è il mondo ordinario, perché “le poesie sono notizie vecchie, ma ricche ….

È in questo modo che il “senso amoroso” non viene racchiuso nella sua semplice posizione emotiva, ma comprende in sé l’oggetto e il soggetto del poema. Una scrittura vitale non disgiunge ciò che dice da come lo dice, così che le nozioni usate (e a volte abusate) di materia/sostanza, forma/contenuto, significante/significato perdono senso, e allo stesso modo la divisione fra amato e amante.
Lamon, che è poeta, ci dà un esempio luminoso di parola amorosa fondante con una poesia di soli tre versi dal titolo Nari pori bulini: “Indolenziti intontiti accaldati / sfuriando bruciando bagnando / i corpi si ricordano”. Ecco, in questo ricordare c’è l’azione di trattenere a sé tutta l’effusione dei corpi, ma dislocata in una lontananza che solo la scrittura (ma è sufficiente anche solo il suo accenno) fa riemergere e riaccendere nei suoi tratti distintivi “che ci fanno bracieri”.

Quest’opera, con la sua struttura mobile (anche tremolante, ma di fremiti non di precarietà) contiene un percorso a più vie che si intersecano, piegano su se stesse, si incrociano, iniziano e si perdono, ma possono essere individuate e lette all’ interno di una propria ramificazione che ne sostiene l’ondulazione del ritmo, lo scorrere dello sguardo, la frequenza del respiro o, più tecnicamente, una direzione, una percezione, e un sentimento del senso.

 

2.

Una direzione del senso

Chi fa poesia, e non la scrive soltanto, sa che essa non illumina e non oscura nulla, semplicemente indica. Ma in questa indicazione non c’è un percorso definito, né un sentiero visibile o da scoprire, perché la poesia crea il suo camminamento. Procede e recede, contorce l’essere e il mondo e ne ricrea la sostanza e i contorni. Poesia è scrittura: non solo segni, suoni, forme, silenzi, è coinvolgimento lieve o pesante, in leggerezza o fatica. La poesia è un dito che indica la luna: c’è chi guarda solo la luna e chi guarda solo il dito. La poesia invece si espone all’altro e a se stesso e così guarda la luna e il dito insieme, con rimandi continui, contorsioni, mancanze e impossibilità per distanze nulle” di concludere. La poesia con “pressioni sulle” spinge non si sa dove, la senti in testa che forza la mano a “scriversi”, a “segnare per”. È questa la lucidità, la capacità di tenere aperto il passaggio quando si tenta l’opera: che è sempre la prima e cresce sempre come fosse l’ultima, quando, come precisa l’autore “il vento dei pensieri non dà posa e “incide il tuo nome”. Incidere è un vero e proprio atto materiale che si contrappone a esprimere, perché in poesia non c’è nulla da esprimere ma tanto da imprimere. E Lamon è attento, e tanto più consapevole in un cantico che vuole essere d’amore, a non cadere nella trappola dell’espressione di sé, del suo chiuso discorso. Egli resiste per poter imprimere una parola (il nome) che sia nuovamente significata, che ritrovi il reale e il vero senza intermediazioni, ma solo attraverso “curvature da cercare /… / anche se tra i denti / le stagioni zampillano / sciolte negli eteri imprendibili.

 

Una percezione del senso

La scrittura poetica deve tendere verso uno sguardo che porti a significazioni inaspettate, altrimenti avremmo solo ciò che c’è già: la realtà interpretata da un discorso univoco. Il percepire poetico è altro: è dislocazione del senso visto e sentito, che mette in gioco uno spostamento continuo sia in chi scrive sia in chi legge. Per questo a volte si parla di “oscurità” nella poesia contemporanea. E ciò è vero, ma è una oscurità benevola perché, come ha scritto Maurice Blanchot, “quando tutto si è oscurato, regna l’illuminazione senza luce che certe parole annunciano”. In questo modo, Lamon ci dice come il senso amoroso venga percepito nei luoghi pensanti di un corpo e di una mente dove “non siamo riusciti ad essere lievi”. Un’ammissione dura per un poeta che sa quanto la pesantezza renda difficile il già impervio scrivere l’amore. Le parole devono sconfinare, deflagrare, distruggere e ricreare, perché lo scontro con le “cose” rende spesso impraticabile l’autenticità del verso. E tutto deve muovere da e per una lingua assolutamente inaudita; non linguisticamente nuova (l’alfabeto è quello che abbiamo), ma con una febbre semantica che riscopra l’origine di ciò che è. E così la fusione amorosa di lessico e senso produce le sue visioni foniche con “lingua in levare in battere / … / e sillabiche transienze / e prospicienze cupolari rapprese.

 

Un sentimento del senso

Il lavoro continuo, incessante che si fa scrivendo ha la sua determinazione nella costruzione del senso: per vederlo poi di nuovo sgretolarsi e di nuovo rinascere, sempre al limite dei propri sforzi. Perché non è sufficiente che il desiderio di amare ci sia, ma deve risuonare a pelle nel nome desiderato. Così come prima il “nome inciso” doveva imprimere il suo segno, ora il “nome detto” deve battere sul corpo. Segni e suoni, dunque, come effetti di affetti fisici. È per questo che vale la pena anche ammalarsi per la troppa parola. Il senso quando viene denudato ha un corpo che è, fino a quel momento, inosservato, e non è facile esibirlo dire “eccolo! è amoroso”. Si rischia di cadere nel languido di uno schermo che aiuta solo a ricostruirne le vesti. Ma in poesia non è così. Il senso ricrea da sé i significati che lo svolgono e lo motivano: con necessità, con urgenza, con attenzione, in profondità o in superficie o in qualunque altro difforme modo, ma sempre, come Lamon sa, “a labbra scoperte”, perché non ci si può chiudere scrivendo, non si può essere reticenti. Che non vuol dire buttare un torrente indistinto di parole, ma con l’uso del “poco” di cui si è detto rendere l’origine del dire poetico un suono intrattenuto, una voce necessaria, una scrittura sufficiente per una parola d’amore che preveda anche “afasiche fughe”, colpi di silenzio, musiche incomplete o mancanti, dove nonostante tutto “recitiamo nulla per darci a bere / e ci facciamo effetto.

 


 

Michele Lamon è nato nel 1967 a Milano, vive in provincia di Udine. I suoi interessi principali da sempre sono la musica, che lo ha portato a svolgere attività radiofonica, a comporre radiodrammi, approntare colonne sonore per spettacoli di danza e teatrali, occuparsi di produzioni artistiche e tecniche di dischi, regie sonore, djing; e la letteratura: pubblicazioni sparse di poesie racconti e recensioni, collaborazioni a sceneggiature video e teatrali, un romanzo inedito finalista al Premio Calvino, una raccolta di poesie finalista al Premio Lorenzo Montano, collaborazioni con la rivista L’Indice, pubblicazione di un libro di poesie per le edizioni Anterem/Cierre Grafica.

 

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