Parola ai Poeti: Giuseppe Carracchia

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

La poesia credo goda di ottima salute, anche se spesso è “latitante” o invisibile, soprattutto a causa di pseudo editori che, mancando alla loro principale mansione – ovvero una prima sincera selezione critica, pubblicano di tutto e di più. Alla gramigna degli  editori “non critici” aggiungerei quella dei critici decisamente “criticabili”.
Per quanto riguarda i poeti (che frequentemente eccedono in filautìa, provocando autismi, mutismi e rancori vari), di  bravi e meno bravi in Italia ce ne sono tanti, ma – date le circostanze critico/editoriali – spesso vengono posti (perlomeno apparentemente) sullo stesso livello, contribuendo in tal modo a creare un appiattimento all’interno del quale ci si orienta (sia come lettori che come scrittori) con fatica ad azzardi e tentativi.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Nel 2005. Non ho capito che era il momento giusto (e probabilmente non lo era davvero) ma si è presentata l’occasione per varie vicissitudini e l’ho fatto. Lo pubblicò una piccola casa editrice locale. Forse mi aspettavo maggiore partecipazione aldilà del giro di amici e conoscenti, e dunque maggiore “visibilità” (…!). Ancora non avevo nessuna idea di come funzionasse la “promozione”(che brutta parola) della poesia, e non che ora abbia le idee totalmente chiare a riguardo; però fu un’esperienza formativa che lasciò qualche gioia e diverse amarezze, dalle quali cercai di comprendere più a fondo tanto come funzionassero certi meccanismi editoriali, quanto (e soprattutto) cosa in realtà io volessi dalla poesia.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Se fossi un editore innanzi tutto spiegherei la differenza tra quei circuiti (o meglio “cortocircuiti”) pseudoeditoriali che vogliono esclusivamente spennare (e non mi riferisco solo alle “penne”, ma anche ai penny), e gli editori seri che – con giudizio critico e amore – coltivano degli autori. Grandi editori, nel senso di economicamente stabili e storicamente affermati, che nella maggior parte dei casi sono eccessivamente vincolati da un discorso imprenditoriale. E piccoli editori utopici (per questo meravigliosi), che spesso si trovano costretti a racimolare faticosamente quattro soldi per vedere pubblicato il libro di un tale sconosciuto in cui credono, e con i quali l’autore non rischia di “spennarsi” moralmente e poeticamente.
Io, che siano ricchi o poveri,  manterrei solo gli editori che leggono più di una volta i libri da loro pubblicati; che non amano definirsi imprenditori ma intraprendenti, e che siano perlomeno poeti nell’anima.
Gli altri, vadano a fare gli agenti pubblicitari.
I poeti si aspettano un giudizio coraggiosamente sincero ed onesto dagli editori. E tanta, tanta verità.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Credo che il web possa essere uno strumento molto utile anche per la diffusione del pensiero poetico. I vantaggi probabilmente sono la gratuità,  la velocità e soprattutto l’accessibilità. Vantaggi però che – se usati male – svalutano sé stessi e ciò che veicolano.
Io sono tra gli amanti della carta non solo come mezzo ma anche come fine; per me il libro è anche un oggetto da amare, quindi nessun web potrà mai sostituirlo. Però è innegabile che tramite internet si può stimolare maggiormente l’interesse verso la propria e l’altrui ricerca.
Credo che il peggior rischio sia il rovescio della medaglia di quei tre pregi: la gratuità, la velocità e l’accessibilità rischiano di elevare all’ennesima la confusione, il qualunquismo e l’appiattimento già creati dai cortocircuiti editoriali.
Basta avere un po’ di buon senso.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Io mi auguro che si costruisca una comunità sempre più sensibile, critica e attenta attorno alla poesia (cercando di sfruttare al meglio anche il web). Comunità che già comunque esiste e raramente coincide con i “grandi” editori, al massimo confluisce con le riviste (cartacee e online), che perlopiù appartengono a piccoli editori .
Se fossi un critico cercherei di essere più onesto e coraggioso, per saper dire (tra le altre cose) NO  laddove il contratto prevedrebbe un si, e Si anche laddove pecunia piange, evitando sterili favoritismi e portando avanti un discorso che sia frutto di passione e verità.
Persino tra gli intellettuali più “impegnati” qualcuno crede (anche senza ammetterlo) che il valore di un lavoro possa misurarsi in recensioni, premi e simili; ma – dati certi presupposti – ne vale sempre la pena crederlo?
Bisognerebbe fare in modo che tali presupposti vengano sempre più smentiti.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

La parola canone non mi piace. Esistono autori ai quali nel tempo diamo minore o maggiore importanza secondo la nostra storia e le nostre prerogative culturali di singoli uomini e di popolo. E questo è giusto e normale. Direi fisiologico. Però bisognerebbe sempre farlo con un certo giudizio, con amore e soprattutto con rispetto.
L’ho già detto in un’intervista a Lunarionuovo: credo che la poesia sia un “metodo” che, come ogni intelligente metodo, è aperto a contaminazioni ed evoluzioni, vive un presente più o meno fertile nutrendosi contemporaneamente del passato e del futuro, e possiede delle regole interne (come ogni metodo, frutto di una Storia) entro cui muoversi e dalle quali eventualmente fuggire per reinventarsi, per reinventare le regole stesse. Probabilmente alla poesia (e a chi la crea) non basta il poetico, serve anche qualche strumento.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Il ministro della cultura di un paese democratico (fondato sul Lavoro, e implicitamente  su un’incalcolabile desiderio di conoscenza e sulla creatività, già ravvisabili nella stessa costituzione) dovrebbe rappresentare – con la sua figura e con il suo impegno politico – queste “spinte”, e ancora più dovrebbe promuoverle attraverso ogni mezzo a lui disponibile. In che modo? Innanzi tutto credendo nella cultura di un popolo non come substrato delle necessità materiali (“con la cultura non si mangia”),e dunque evitando che certi altri colleghi ministri promuovano una visione del “calderone cultura” come una poltiglia  iponutriente e  ingrassante per oziosi viziati. Sarebbe utile  una maggiore partecipazione attiva dei veri intellettuali alla politica, che vede sempre più chiudersi la propria cerchia attorno al gruppo degli imprenditori (o aspiranti tali) sbarazzini.
Un ministero dovrebbe appoggiare ideologicamente certe sane iniziative e finanziarle. Ad esempio potrebbe supportare la media e piccola editoria, svincolandola in questo modo dai limiti che le si impongono e talvolta la compromettono. Potrebbe promuovere più incontri- dibattiti, sia all’interno dei circuiti scolastici/universitari che in giro per le piazze. Sarebbe bello un giorno svegliarsi e trovare nella piazza del proprio paesello una pagoda del ministero della cultura che distribuisce gratuitamente volantini con poesie, disegni e quant’altro sia espressione di ricerca e bellezza, rigorosamente stampati su carta riciclabile. In questo modo si potrebbero mandare diversi messaggi  in modo trasversale e forse più efficace.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Noi siamo frutto di un’evoluzione che vede l’influenza di tante società concentriche, dalla più elementare che è quella madre-figlio, a quelle sempre più allargate di scuola, città, nazione, ecc. Quindi l’educazione dovrebbe avvenire innanzi tutto in famiglia, ma soprattutto  a scuola. E poi per strada. Purtroppo i metodi d’insegnamento patetici di alcuni insegnanti renderebbero noiosa qualsiasi poesia e cosa ancora più grave antipatico qualunque poeta, e dunque odiabile il concetto stesso di poesia. Non mi piacciono le forzature, come obbligare senza alcun motivo un bambino ad imparare a memoria una lirica di Leopardi (e certo le folte schiere di pedagoghi stringono i pugni supponendo la validità di questi metodi ai fini di una migliore memoria e intelligenza).
Sarebbe bello provare a fare emozionare un bambino, magari con testi più” immediati e raggiungibili”, rendendo la lettura quasi un atto magico, svincolato da obblighi. Ci vorrebbe l’ora di poesia, come l’ora di educazione fisica. E proprio come non impari ad amare il calcio studiando prima le teoria, così non impari ad amare la poesia imparandola a memoria o facendone la tanto indispensabile parafrasi. Portare i bambini nelle giornate di primavere sotto un alberello nel cortile di scuola a leggergli qualcosa di fresco e penetrante, e  fargli vedere che si può piangere anche per le cose belle, per qualcosa che magari in quel preciso istante non capiranno, ma che resterà impresso nella loro memoria, e col tempo alcuni ne capiranno il senso.
Poi chiaramente se uno avrà da appassionarsene, se ne appassionerà. Punto.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta è un cittadino, e per quanto spesso ami definirsi un cittadino del mondo deve innanzi tutto confrontarsi con le sue più ristrette realtà, con i loro bisogni e con i suoi di bisogni. Spesso i poeti lanciano messaggi in un certo senso rivoluzionari, che vengono anche colti e portati avanti. Altrettanto spesso però il poeta non si rivela all’altezza delle sue poesie. Come si dice: predica bene e razzola male.
Certamente non tutti  hanno anche un interesse di tipo morale ed etico (e detto così sembra troppo sentenzioso, ma non vuole esserlo), o perlomeno una coerenza comportamentale. Ad alcuni piace solo raccontare le proprie disgrazie o le proprie sbronze, e ci riescono benissimo ( con coerenza).  E per meglio capirci: la coerenza non è qui intesa come una gabbia, per cui “questo sono e questo resto”; ciò a cui si è coerenti cambia con noi stessi ( ed inoltre non sono né un purista -riguardo alle sbronze- né un moralista). Credo che la poesia possa essere bella indipendentemente da come si comporta poi a casa o in piazza chi l’ha scritta. Però se parliamo di “responsabilità”…
Se dovessimo un giorno ritrovare dei carteggi segreti tra Dante e un lercio ghibellino in cui si scopre che il nostro sommo poeta aveva seri intrallazzi a favore  dei neri, questo minerebbe al valore complessivo della sua opera?
Io ad esempio difficilmente riesco a scindere il valore estetico della poesia  da quello etico.  Mi capita spesso di scrivere qualcosa che riconosco come poesia ma che si scontra con certi principi miei, e quindi viene messa da parte, in attesa che possa essere rielaborata in un modo che oltre ad essermi bello mi è anche “giusto”, e perché no “vero”.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

L’ispirazione è una scintilla che viene improvvisa e ti spiazza felicemente, e attende –per quanto può- l’accendersi di un fuoco che per durare deve essere disciplinato.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

La parola “emozione” è stata a lungo inflazionata e ha perso il suo più antico significato di “portar fuori, smuovere, scuotere”. Ecco, la poesia deve Scuotere. Scuotere instillando un’idea, provocando un sorriso o un mal di pancia. Scuotere.
C’è sempre qualcosa da dire e nello stesso tempo qualcosa da chiedere.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Qualcuno ha imparato ad amarla.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

L’università mi permette di dedicarmi anche alla poesia, e non mi dispiacerebbe poterci guadagnare qualche soldo. Chiaramente il fine non è quello, e proprio per questo non lo considero un “lavoro”. L’idea di doverci mangiare mi sembra una prospettiva poco realistica e soprattutto un tantino angosciante.
Ho bisogno anche di altro per star bene, ad esempio tanta attività fisica brucia le tossine del pensiero (non solo del corpo) e libera l’anima dall’oppressione dei piccoli dubbi quotidiani, che dopo una corsetta diventano robe su cui ridere.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Ogni tanto ai poeti manca un bel po’ di pazienza e un pizzico di sincerità. Troppo spesso danno o eccessiva importanza al giudizio altrui, o troppa al proprio, ostacolandosi la bellezza derivata dai propri sforzi.
Aggiungo questa mia poesia inedita, che potrebbe avere a che fare con tutto questo.
Grazie. Buona Vita a tutti.

 

Non infettare la tua voce
al silenzio di una critica fasulla
o di un giudizio stentato,

poni al di sopra la derivata bellezza,
un’equazione imperfetta
d’incalcolabile onestà

la scossa di un gesto modulato
che viene dal basso, appena percepito
e fuori fuoco, ma esatto.

Non avvilirti, hai ritrovato il passo
che porta ad uno spazio nuovo, pulito:
di’ quel che hai da dire, e poi accomodati.

Giuseppe Carracchia

(da “Appunti dall’orto”)

 


 

Giuseppe Carracchia è nato nel 1988, laureando in lettere moderne, vive attualmente a Catania.
Ha pubblicato tre sillogi di poesia: Pensieri notturni (ed. Edessae, 2005), Anime vagabonde (Roma, 2007), Il Verbo Infinito (ed. Prova d’Autore, 2010), e una piccola raccolta, Poesie col nastro rosso, nell’antologia “Burattinai di parole” (Ass. cult. Città Nuova, 2010).
Una plaquette intitolata La virtù del chiodo è in pubblicazione presso L’Arca felice editore.

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