Un ragionamento in bozze, per non essere miopi – “Dieci bozze” di Rachel Blau DuPlessis (Vydia, 2012)

All’epoca della “querelle Sanguineti-Szymborska” – originata da due articoletti sulla Lettura del Corriere della Sera e poi proseguita a lungo nei lit-blog – ebbi a schierarmi per la seconda, ovvero in favore di quanto rappresentava – funzionalmente – l’immagine letteraria della seconda nel contesto del dibattito. E questo, continuando comunque a leggere e ad approfondire il discorso su quello che è ormai un “classico” – un classico contemporaneo, nonché di levatura internazionale, come segnalava qualche tempo fa Stefano Guglielmin – come l’opera di Edoardo Sanguineti.

Si trattava, per me, di affermare la legittimità della posizione “pro-Szymborska” – diciamo, “comunicativa”,  “lirica” o “neo-lirica”, per semplificare, e con tutte le virgolette del caso – all’interno di uno sguardo critico che, pur volendo essere inclusivo, rimanesse in qualche modo militante.

[Come si sa, la contesa tutta italiana tra “sperimentali” e “lirici” non si è mai acquietata, pur avendo, oramai, ottime ragioni per spegnersi e trasformarsi in altro: sono cani che dormono, insomma, e che tornano ad abbaiare soltanto nel vivo della polemica, dimostrando di essere ancora a guardia del Sapere e del Potere, anche se non si capisce bene di quali, nella poesia di questi ultimi tempi…]

Ad ogni modo, uno dei compromessi etico-estetici che si profilava all’epoca, e che continua oggi a sembrarmi valido, per una sintesi materiale e concreta di un dibattito che si dà storicamente per superato, ma che è ancora vivo, a livello di produzioni e politiche culturali, può essere rintracciato nella “poesia di pensiero” di leopardiana memoria. In questo senso, non trovo ora contraddizione nell’affermare la rilevanza e la necessità della recente pubblicazione delle Dieci bozze di Rachel DuPlessis, per la traduzione di Renata Morresi (Vydia editore, 2012).

È un’edizione preziosa, quella di Vydia editore, e non solo per la confezione del libro, raffinata e un po’ rétro, o per il catalogo esiguo, ma di qualità, di Vydia – un suggerimento di cui molte altre case editrici di poesia italiane, affezionate alla quantità a discapito della qualità, potrebbero far tesoro. La preziosità sta, soprattutto, nella scelta editoriale, nella cura della presentazione e nella traduzione. [Se vi sono, forse, piccole imperfezioni, a questo riguardo, è però vero l’antico detto che “chi non fa non sbaglia”, e ciò che si presenta con tanta accuratezza e precisione si presta anche più facilmente alla lente di ingrandimento critica di chi legge…]

La scelta, innanzitutto, non pare di quelle facili: le dieci bozze, infatti, sono tratte da un catalogo di 114 testi, pubblicati, finora, da Rachel Blau DuPlessis in dieci libri – ancora si attende la sezione 96-114, prevista per il 2013 – e il cui incasellamento è complicato da alcune compitazioni frattali, introdotte nel volume del 2004. Non è facile setacciare quest’opera immensa, dunque, alla ricerca dei dieci testi che possano comporre una sequenza altamente rappresentativa. Forse, anzi, è un compito impossibile, perché le 114 bozze di Rachel Blau DuPlessis non costruiscono, nonostante il sapiente inquadramento, uno schema ordinato, o un’architettura solida, di cui sarebbe tutto sommato facile evidenziare le strutture portanti. Lo schema organizzativo delle bozze è caratterizzato – come segnala Morresi, correttamente, nell’introduzione – da continuità e, al tempo stesso, provvisorietà. È uno schema che rimane aperto, dunque, rifiutando di chiudersi e di meritarsi la sonora etichetta di opus magnum. È una scrittura che non fluisce come il canto epico, ma si articola, r-esistendo, perciò, epicamente.

Non posso dire di conoscere l’opera intera alla quale le “dieci bozze” fanno riferimento e quindi non posso metter becco nella scelta, se non forse per azzardare due osservazioni. Nell’introduzione e anche nel precedente articolo “Altre forme: alcune note sulle Bozze di Rachel Blau DuPlessis”, Renata Morresi parla ampiamente della Draft 12: Diasporas, che bene avrebbe figurato anche in traduzione italiana, per quel suo fornire indispensabili spunti per l’analisi. Ostica, ma indubbiamente significativa, è invece l’inclusione di Draft 36: Cento, un “centone”, come indica il titolo, di versi sparsi di DuPlessis, di citazioni e riferimenti vari. La bozza 36, in altre parole, introduce un livello di complessità notevole, forse ridondante – non in sé, ma in rapporto a una scrittura che in altre “bozze” usualmente sa essere diversa, e certamente meno intellettualista.

Della bozza 36 uso, comunque, il primo verso, che è un motto originale di Blau DuPlessis, e di grande arguzia, per passare a discutere della traduzione di Morresi:

1/33 Translation says the unsayable twice, once in another language (p. 62).

Con questa sentenza di rigore adamantino trova a scontrarsi la stessa Morresi nei confronti di DuPlessis, o meglio: nei confronti dell’indicibile dei testi di DuPlessis che compongono le “dieci bozze”. Morresi ne esce vincitrice – se vittoria può esserci, dove non c’è bersaglio linguistico, né parola migliore, in rapporto all’indicibile. La traduttrice, infatti, rende in modo ineccepibile, a tratti esuberante – perché dove affiora l’indicibile, spesso la parola che rende, rende di più di quello che si perde: ci si guadagna sempre qualcosa dove c’è altro che può essere “lost in translation”! – l’impasto linguistico assai composito dei testi di DuPlessis.

L’inseguimento tra testi, lingue e culture si arena un po’ sul terreno forse più facile, almeno sulla carta, ovvero in quell’introduzione dove Renata Morresi si mette “sulle tracce delle bozze”, come recita l’arguto titolo. Qui, Morresi non riesce ad eguagliare l’articolo già citato, che era forse più approfondito e a tratti più illuminante. Probabilmente, la pubblicazione meritava di più, in questo senso, con l’esclusione di alcune lunghe digressioni accademiche e para-accademiche ben strutturate, ma ai limiti del tautologico, come ad esempio i lunghi paragrafi sulla traduzione e sulla consapevolezza storica della poiesis di DuPLessis.

Ci sono, in ogni caso, alcune tracce importanti anche per il discorso che si sta facendo qui. Morresi traccia, correttamente, le genealogie della poesia statunitense e internazionale dalle quali scaturisce la poesia di DuPlessis. Si sofferma con dovizia di dettagli sulla letteratura Jewish American, che é grande paradosso della letteratura a stelle strisce, perché tanto più debole, quanto più è forte e determinante la presenza di una élite economico-politica di origine ebraica nel Paese.

Come osserva giustamente Morresi, oltre a questi riferimenti, e accanto all’immancabile Eliot, si fa largo, prepotentemente, quel Pound dei Cantos che DuPlessis conosce, cita a piene mani e segue, anche, nella costruzione di una grande architettura testuale aperta. Sapientemente, però, DuPlessiss passa dai “canti” alle “bozze”, e non è solo un vezzo postmoderno, vista la retorica che ormai accompagna tutti i “canti”, e quelli di Pound in particolare. DuPlessis ne raccoglie, invece, un’eredità intatta in quella che Massimo Bacigalupo ebbe brillantemente a definire la “visione antagonista” di Pound.

Infine, DuPlessis si riferisce direttamente alla Language Poetry di Ron Silliman, e a Charles Olson, che della Language Poetry è stato un mai debitamente ricordato precursore. Accanto a questi giganti sta, forte della sua levatura internazionale, Edoardo Sanguineti (Draft 42: Epistle, Studios, p. 79).

Ma non è finita qui. Nell’introduzione Morresi annota, in modo apparentemente anodino ma qui, per me, vitale:

Per i giochi fonetici, le fibrillanti allitterazioni, le rime al mezzo e tutta la ricca cassa armonica di DuPlessis la traduzione ha cercato di dialogare con la poesia italiana, specialmente quella più innamorata della parola risonante, dal secondo Novecento a oggi: da Zanzotto ha preso il “prillo”, da Caproni lo “sfarfallone”, Lo Russo ha regalato il “biasciare”, Giovenale i “cretti”, Insana il suo “desviata”, e così via, con altri echi e impronte che chi legge, magari, si divertirà a rintracciare (p. 27)

Letto questo passaggio, nel quale si delinea una delle tante efficaci, ed esuberanti, strategie traduttive di Morresi, ci si può augurare che la poesia italiana contemporanea percorra il cammino inverso e incorpori esperienze importanti come quelle di DuPlessis nel proprio dire. Ciò permetterebbe, come avrò a specificare tra poco, di uscire dalla contesa tra “lirici” e “sperimentali” e da tutto quel che ne consegue…

Intanto, però, mi preme rilevare come, in questo panorama ricco, manchi Celan, non tanto come voce poetica canonica e necessaria, ma come portato storico e culturale oramai acquisito. È così che lo scontro di DuPlessis con la famosa sentenza di Adorno sulla poesia dopo Auschwitz che è contenuto nella Draft 52: Midrash, pur squadernandosi in molte direzioni differenti (27 per l’esattezza, tante quante le micro-sezioni di questa bozza), risulta comunque parzialmente già sentito e ridondante, quasi un esercizio di stile. Il che evoca – molto di lontano, sia chiaro! – la barbarie, piuttosto che cancellarla.

Dall’articolo precedente di Morresi, “Altre forme: alcune note sulle Bozze di Rachel Blau DuPlessis”, traggo, infine, un’altra annotazione che mi sembra fondamentale per chiudere questa recensione-fiume (e molte altre cose ci sarebbero da scrivere su questa e le altre opere di Rachel Blau DuPlessis…!):

Se la riflessione sul carattere indecidibile del linguaggio è tipica della scrittura post-moderna, in DuPlessis anche il post-moderno diviene post-it appeso alla cambusa del possibile. Qui si sperimentano non tanto lo spaesamento e la dispersione del soggetto quanto la polivocalità, si ravvisa non la morte della storia ma responsabilità storica, si reclama, lungi dal relativismo, interpretazione continua. La ricerca di una voce polifonica fa parte della rivolta permanente di DuPlessis contro la centralità non tanto dell’io lirico, quanto del soggetto umanistico liberale. Il problema non sta nel pronome, ma nella postura. Una posizione di possesso razionale di sé e controllo dei propri confini troppo vicina alle normatività (e alle volontà di potenza) del “suprematismo patriarcale bianco” (direbbe bell hooks), del “pensiero coloniale” (direbbe Bhabha), del “fallogocentrismo” (direbbe Derrida), di un pensiero, insomma, fatalmente certo della forma dell’umano.

Nella polemica tra “lirici” e “sperimentali” è stata discussa per lunghissimo tempo la centralità dell’io lirico, ma non è mai stata messa a fuoco del tutto – nonostante rari, pregevoli tentativi – la centralità del soggetto umanistico liberale (e “bianco, maschio e coloniale”, aggiungerei, per amor di chiarezza). Una soggettività della quale pure l’io lirico in lingua italiana è diretta emanazione.

A questo proposito, pare opportuno annotare che, nonostante l’apprezzabile sforzo critico di Morresi, DuPlessis si rivolta, in vari punti delle Bozze, sia contro (una forma di) lirismo sia contro (una forma di) comunicatività:

62           The lucid utopia of Esperanto –

63           its hope that language does not follow power,

64/12    this small evidence of hope, that our flawed light

65           could make neutrality and syntactic case

66           out of the sheer oddity of words – is done for, over.

                                                               (Draft 36: Cento, pp. 68-70)

 

You are both tied and freed, therefore resist.

To smash the fourth wall does not change much.

Gather the residue; credit its vitality.

Foreshorten blab, but lengthen liberty.

Compost the clippings of Logos.

Step deep into your shuddering boat.

 

                               (Draft 72: Nanifesto, p. 150)

Nonostante queste punte aguzze, il discorso di DuPlessis risulta compiuto, e certamente coinvolgente: è dal nesso materiale e storico tra soggettività e io lirico che si può ripartire, per un discorso sulla poesia contemporanea italiana, e non soltanto, che non sia limitato, o provinciale, che non sia bianco, maschile e coloniale, etc.

Da quel nesso si può ripartire, per un discorso che si possa finalmente collocare alla base del “pensiero” (…un pensiero sempre in bozza, mai conchiuso!) di una nuova “poesia di pensiero”, né ingenuamente “sperimentale”, né ingenuamente “lirica”.

E lo si può fare prendendo in mano, per prima cosa, le Dieci Bozze di Rachel Du Plessis, nella loro recente, e pregevole, traduzione italiana.

 vydia

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9 Comments

  • Grazie per il commento, e per la menzione di questi notevoli autori, dov’è pur vero che Mesa merita (sempre) un discorso a parte.
    Lorenzo

  • Collegare è importante, aiuta ad andare oltre e impone di pensare, e pensare bene. Trovo qui tanti suggerimenti e li accolgo. Nello stesso tempo giusto ripensare a quelle esperienze anche italiane, che sono rimaste parecchio in ombra proprio perché non rientravano/non rientrano in scuole riconosciute e non possono essere ascritte ad avanguardia o neolirismo. Penso a voci come Ruggeri, Cattaneo, Finiguerra, Vallerugo. Ma anche tra i riconosciuti c’è chi merita un discorso a parte come è per Mesa. Tra le voci che cominciano a imporsi c’è il percorso originale di Bukovaz e poi altri tra i giovani.

    Un saluto.

  • Grazie mille, Renata, di questo quintuplo commento, che vale un post, e forse di più: una discussione intera, e a tutto tondo, come quella che mi premeva instaurare (non solo con te, ma anche con chi sia di passaggio)…

    [Sul critico-poeta, una nota brevissima, per aggiungere un nome all’elenco, di cui ho già più volte parlato: http://www.poesia2punto0.com/2012/11/22/il-ritorno-del-critico-poeta-poesia-senza-gergo-gaffi-2012-di-matteo-marchesini/%5D

    Quanto alla mia frase sulla letteratura Jewish American è infelice: deboli non solo voci di Ginsberg, Oppen, Rich, Levertov, DuPlessis, etc. Anzi.
    Pensavo alla debolezza dei personaggi dei romanzi Jewish American (dall’enorme Call It Sleep in poi), che riflettono la condizione sociale di una “minoranza”, così, per usare, un brutto termine convenzionale, che è stata nella storia americana assai bimodale: tanto più influente una parte di essa, tanto più subalterna l’altra parte. Una forbice sociale vastissima, con le quali tutti gli autori che hanno interrogato le proprie origini e la propria posizione sociale, poeti o romanzieri che fossero, hano dovuto fare i conti.

    Mi scuso per questo infortunio linguistico, e ringrazio ancora per il tempo che hai dedicato tu a me, nella lettura della mia recensione fluviale

    Lorenzo

  • Infine (poi mi fermo, promesso), devo a te una domanda, Lorenzo. Non ho capito bene questo:

    “Si sofferma con dovizia di dettagli sulla letteratura Jewish American, che é grande paradosso della letteratura a stelle strisce, perché tanto più debole, quanto più è forte e determinante la presenza di una élite economico-politica di origine ebraica nel Paese.”

    I poeti ebreo-americani mi sembrano incontestabilmente grandi (che so, penso a Ginsberg, Oppen, Adrienne Rich, Pinsky, Levertov, ecc.), cosa intendi per “debolezza”?

  • (certo, se questo lavoro riuscisse a invitare qualche poeta italiano ad uscire dall’ hortus dell’incomprensione, a ficcanasare, ad occuparsi degli affari d’altri, a essere più immaginifici, colti, chiari, bellamente incomprensibili, sanamente pazzi, meno seriosi, più seri, centrati ed eccentrici: beh, non sarebbe male – se la poesia italiana appare ripiegata però, va detto, non è solo colpa dei suoi autori, vedi sopra)

  • Una breve precisazione riguardo la scelta dei testi. I drafts di DuPlessis sono davvero un’opera enorme: scegliere una antologia ‘rappresentativa’ da tale quantità e densità di poesia, per di più consapevolmente policentrica, è stata un’impresa..folle? Forse no, perché inaspettatamente i drafts sono anche singolarità indipendenti, come universi paralleli. Effondono dubbio ad ogni passo, frattali e risonanti, e certo scomodi da collezionare (mai finiranno sulle tazzine di caffè, sulle cartoline segnalibro, sugli appositi scomparti della metropolitana). Eppure ognuno cattura nel suo origamo, senza che si debba possedere il magistero di ogni piega. Sì, sarebbe stato bello vedere/comprendere/rappresentare tutta questa poesia ‘per intero’, ma (per citare DuPlessis nella traduzione di un singolo draft appena uscito per Arcipelago)

    La poesia non è la cosa
    cui aspirare. La cosa
    è minore, qualcosa
    di più nudo.
    Non sta per “poesia”
    come lemma complessivo.

    (da Bozza 111: Arte povera)

    Mi sono detta che è così: 10 bozze potevano/dovevano bastare. Almeno per far intuire le ‘strains’ (tensioni/tendenze) dominanti della poesia di DuPlessis (l’intertestualità, i polilinguismo, la memoria, le voci riaffioranti dei dimenticati, il pensare l’Occidente da cui ella proviene) e le sue variazioni sulle armoniche dell’elegia, del racconto, del saggio critico, dell’ironia.

    Ovvio che, come per tutti i traduttori di poesia, ad ogni passo si apra un baratro – sull’ebbrezza di tali vertigini non dirò altro

  • Ragionamento prezioso anche per Rachel, che, spero, troverà come la sua poetica possa contribuire a un dibattito tutto italiano – a volte arenato su categorie ormai stanche.
    Terrò in serbo la tua efficace definizione di “poesia di pensiero”, di cui sento (non solo come autrice), un grande, grande bisogno. Perché sia l’ingenuità che l’ingegnosità possono diventare stucchevoli se non corrispondono a una in-tensione ‘autentica’ (tra virgolette perché anche il concettuale può essere autentico) rispetto a ciò che ci stiamo veramente dicendo: che cosa ti sto veramente dicendo mentre scrivo una poesia? in quel modo strambo, indiretto, con parole come “trestizia” o “mondarti”, e le sintassi contorte? se voglio che non sia solamente una idiosincrasia egotica essa deve farsi anche interpretazione di mondo. La poesia è anche ermeneutica, ecco.

    Mi guardo intorno: si diffondono nuove malattie del linguaggio. Si scopre che nella stesse parole sta la loro anti-materia. Accade già da un po’, sta accadendo. O la poesia fa un saltino al lato e si pensa, oppure si ammala anche lei.

  • Ciao Lorenzo, prezioso questo tuo “ragionamento in bozze”. Per me come traduttrice e curatrice, innanzitutto, poiché mi concede di riflettere prospetticamente sui limiti e le potenzialità di questo lavoro. Cogli bene i miei equilibrismi nell’introduzione. Si è trattato, per molti versi, di una forma di cross-writing, ovvero del tentativo di parlare a diverse ‘utenze’ della poesia: gli studiosi di poesia americana, gli accademici, gli studenti dei miei corsi, i poeti (e i poetologi) italiani – ciascuno con qualità di ascolto (e coinvolgimento) assai differenti. Per questo mi è sembrato giusto disegnare con cura, fosse anche con eccesso di spiegazione, la costellazione di intenti e discorsi da cui DuPlessis muove.

    E’ difficile costruire da qui (da questo paese, intendo) una posizione che DuPlessis, di là, ricopre con coscienza e autorevolezza: quella del poet-critic – un ruolo consentito, anzi incoraggiato dalla comunità poetica, che negli Stati Uniti vive con assai meno disagio sociale la vocazione di scrivere e la possibilità di farne un mestiere del sapere. In Italia, si sa, qualsiasi professionalizzazione della poesia è sovente vista con orrore, ché sembra sempre essa possa morire d’un colpo dovesse entrare in veste ufficiale in, che ne so, aule di liceo, uffici che offrono borse di studio, settori di insegnamento. (Intanto muore davvero, strozzata dai costi di stampa, dall’ignoranza diffusa, e dalle rubrichine in stile Vanity Fair).
    Il poet-critic non è solo un/a poeta che fa critica, ma un/a che fa critica nella e dalla poesia (o viceversa). (Guido Mazzoni, per esempio, è uno che si avvicina molto a questa figura, o Franco Buffoni: figure che, in versione condivisa e istituzionalmente ammessa, almeno in questo momento, l’Italia non sa pensare).

    [continuo tra un attimo]

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