Tà. Poesia dello spiraglio e della neve

Tà. Poesia dello spiraglio e della neve 

Ida Travi

2011, 168 p.

Moretti & Vitali (collana Le forme dell’immaginario)

 

 

di Marina Corona

C’è un luogo desolato così disorientante e precario che potrebbe essere perfino una casa scoperchiata, con il cielo per tetto. In questo luogo, dove ogni cosa è in bilico e vacilla, si muovono la voce narrante e i vari personaggi dell’ultimo bellissimo libro di Ida Travi : “Tà poesia dello spiraglio e della neve”. E se lo spiraglio lo troviamo per lo più in un luogo di umana costruzione, la neve è elemento naturalistico e cade dal cielo in questa improbabile casa. “Tà” è dunque il luogo della casa priva di tetto, ma questa casa è anche il cosiddetto villaggio globale: è un luogo, rappresentato nell’essenzialità estrema della scrittura, dove il concetto di ‘abitare’ vacilla e muta, dove i personaggi sono oggetto di continuo spaesamento, dove anziché ritrovare se stessi i personaggi si perdono e si sperdono continuamente, privati come sono di qualsiasi storia personale o tradizione che possa dar loro un’identità solida e consistente.

Se il luogo è quasi un non luogo, il tempo non è meno straordinario: in “Tà”, la casa scoperchiata, i personaggi e la voce narrante vivono in una incombente attesa, sono in un tempo precario, non a caso l’autrice stessa nella prefazione chiarisce che essi “sono post: post studenti, ex lavoratori, viandanti”: una ‘non categoria’ del mondo moderno irretita nell’attesa di un’improbabile soluzione alla propria precarietà. Essi aspettano che la loro povera vita abbia uno sviluppo tale da mettere ordine e consequenzialità, che si ripristini  la trama solida e logica dei fatti, interrotta chi sa quando e mai più restaurata, oppure sono in attesa che un avvenimento improvviso salvifico e finalmente confortante faccia irruzione nel loro mondo disarticolato. Tuttavia quest’attesa non è motivata, anzi si respira nell’aria non so quale scoramento, quale improbabile vicenda di un migliore futuro, quale presagio d’inconsistenza per cui l’attesa è destinata a prolungarsi indefinitamente e questo avvenimento benefico che sembra tanto prossimo, quasi sul punto di realizzarsi, non si realizzerà mai.

Che cosa si salva dunque in “Tà”? La risposta sembra una ricetta banale e tuttavia non lo è affatto in questo traballare dello spazio e del tempo quasi fossero due tavoli azzoppati che a fatica, non si sa ancora per quanto, si reggono in piedi: in “Tà”, questa è la risposta, si salva l’amore. C’è infatti un legame partecipe e in qualche modo affettuoso tra la voce narrante e i suoi interlocutori dai nomi estranei a qualsiasi nazionalità:  Sunta, Olin, Attè, Inna, Antòn,Katrin,Usov. Che cosa in “Tà” lega la voce narrante ai suoi compagni? Certo la comune inquietudine per qualsiasi coordinata spazio-temporale che li contenga, certo il comune senso di un’attesa incombente dell’avverarsi di un nuovo evento, tale da metter fine all’angoscia, ma che non si avvera mai, certo l’insidioso disagio per uno stare impossibile in questo ‘non luogo’dove:

…..
Tutta la famiglia apre i fazzoletti
piange come un fiume
La famiglia si butta nei fazzoletti
piange come un fiume
i pesci guardano con gli occhi rossi
…..

Tuttavia li lega anche l’amore. E’ un amore fatto di ansia, preoccupazioni, richiami, implorazioni, doni, quasi la voce narrante si protendesse verso i suoi interlocutori, a volte richiedente:

Sunta…
vieni e leggimi il cuore!
Povero albero nella bufera
Con quei candelabri rami…
Sunta , Sunta…

A volte donativa:

….                      dietro al vetro
sorgeva luminoso
il viso del bambino più piccolo
E’ vero o no che vivremo qui per sempre?
E’ vero o no che questo sorgere perenne
lo chiamiamo famiglia?

A volte recriminatoria e imperativa:

Sta’ bene a sentire, quando torno a casa
non voglio vedere quella faccia
Vuoi il dolce,ti porto il dolce
Vuoi il pane? Ti porto il pane
Ma chi ci pensa a me?

……

Come si vede, nonostante la precarietà dell’abitare a “Tà” i dialoghi sono intensi e fortemente coinvolgenti anche se mai risolutori: colui che viene interpellato non risponde e le parole dell’interlocutore, anche se dirette a uno dei personaggi dai nomi bizzarri e così cariche di pathos, sembrano cadere nel nulla. Non si sa se l’ascoltatore  raccoglierà queste parole, le farà proprie, corrisponderà o protesterà. Si sa solo di questo dire a tratti materno, a tratti da compagna:


Noi abbiamo l’amore, Olin

che risuona nella casa senza tetto e apre a tante sfumature della parola in questo luogo degli affetti incerto, instabile, indicibile,questo luogo che è in realtà la casa di tutti noi.

More from Redazione

L’impossibile concreto. Lettura della poesia di Biagio Cepollaro

di Andrea Inglese 1. Farò tutto il contrario di quanto vorrei fare....
Read More

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.