un tale, una tale – tra oralità e scritture n.1: Il teatro svuotato come una tasca

 

di Ida Travi

Ogni volta che mi trovo a pronunciare poesia ad alta voce davanti a un pubblico, mi trovo a vivere una strana situazione. Mi trovo in un particolare mondo, un mondo di cui so tutto e niente, e che mi sembra d’aver sempre conosciuto. Questo mondo in me coincide con una sorta di teatro svuotato come una tasca, non trovo altri nomi per dirlo.

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Ricorda vagamente un antico teatro greco, una cavità, una tazza, poco prima colma della storia, e poi di colpo svuotata – rovesciata chissà da chi- prima del mio arrivo, come per  riportare la cavità al punto di massima accoglienza, rendendo però evidente e totale anche il mio stato di precarietà in quel luogo. Uno svuotamento che è qualcosa a metà tra la gentilezza e il dispetto. Non si tratta però del teatro rovesciato come poteva intenderlo Artaud.

In questa personale esperienza di parola, lo spazio appena svuotato non dà  riferimenti precisi, per il sopra o il sotto, per il dentro o per il fuori: somiglia anzi a un deserto nel deserto. Lì ci sente spaesati come sotto una valanga di neve.

Non intendo questo teatro svuotato come una tasca come una scena che si capovolge. Lo svuotamento non riguarda lo spazio scenografico. Riguarda piuttosto lo spazio interiore, quel vuoto di  scena, che si lega strettamente alla poesia.

Non c’è regia, non ci sono attori, non ci sono  fogli, non ci sono leggii, non c’è scaletta. C’è solo qualcuno senza niente che ha scritto dei versi ed è lì per dirli.

Nel teatro svuotato come una tasca i versi sono piccole cose, sono mattoni senza solidità. E’ difficile costruire con qualcosa che non ha solidità : ma la poesia fa questo e l’oralità ne cancella le tracce, cercando in cambio di metterci il battito del cuore.

Sto parlando a partire dalla mia esperienza, so non vale per tutti.  Ma certo nella poetica che mi ha sin dall’inizio accompagnato c’è quella coppa, c’è quella tazza rovesciata da un altro, da un dio dispettoso, da un avo. C’è quel fluire di mondo metà esterno e metà interno che si sente in forma di parola.

Sì, nel fluire di quel liquido/parola , c’è uno strano distillato di storia, c’è un baluginare continuo, naturale, un brillìo che tiene l’attenzione di chi ascolta ferma sulla voce, distogliendola completamente da me che parlo.

Non serve una luce teatrale. La voce non s’illumina coi fari.
Chi per caso ha potuto assistere anche solo una volta a questa specie di svuotamento della tasca, capisce bene cosa voglio dire.

Qualche volta, per ardore nel’ascolto, qualcuno pensa a un effetto Pizia, ad attrice in trance:  ma non c’è nessuna attrice, non c’è nessuna Pizia…è assurdo. Non c’è nessuna recita, perché l’ho detto, il teatro non c’è più, è stato svuotato, tutto è stato tirato fuori, tutto compresa ogni finzione.

Io amo il teatro, ma non sono un’attrice, e mi sento distante da ogni forma di recitazione. Non c’è regia nel fare poetico, nessuno mi ha mai detto come parlare, cosa fare… Ho imparato dalla mia inesperienza, mi sono nutrita della mia ignoranza. E’ tutto molto semplice, è solo una stoffa. Questo tasca rovesciata, questo teatro in bianco e nero, è toccato dal tempo che passa. Parla un linguaggio che nel nascere non tiene conto degli altri, ma agli altri è religiosamente destinato.

(In Leggere Donna n° 151, agosto 2011)

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