Dante Maffia: “Abitare la cecità”

 

dalla prefazione di Sergio Zavoli

Dante Maffia, scrittore e poeta, critico letterario e bibliofilo, è tutt’uno prima con l’attrezzo, poi con il capo d’opera. L’attrezzo, va da sé, è la parola. Non quella mitica, del principio, del verbo, né estetica o etica, e meno ancora di quel laboratorio linguistico in cui si prendono per buone solo le parole che nascono, parrebbe, per diventare poetiche. Quanto al capo d’opera, ha della poesia un’idea usuale, né ricca né povera. La pensa come Aragon quando dice che “solo il normale è poetico”.

E’ normale la poesia di Maffia? Egli non rifugge da metafore, simboli, allegorie, ma ha in uggia gli estetismi, diffida delle oscurità ermetiche, dei piovorni dannunziani carducciani, dei fanciullini pascoliani e del versificatore esangue. “La poesia non deve avere barriere” dice Maffia “io ho fatto da sempre una grande battaglia, per esempio, contro chi utilizzava, e utilizza, il prontuario degli argomenti”. L’argomento poetico è, per Maffia, la trappola concettuale, più o meno filosofica, che ingabbia la stesura lessicale e le sue invenzioni, i ritmi e le risonanze, condizionando la sincerità ispirativa e linguistica messa al servizio della poesia. Quando la si fa uscire dal cuore del sistema letterario, sembra dirci Maffia, la poesia finisce per pagare la sua “promozione quantitativa”, il cui pregio, cioè la sua concretezza, si presta a qualche ragionevole obiezione. Sottratta al vaglio critico rimane un genere spurio, approssimativo, che senza tanti complimenti Maffia prende per le corna. Nella quarta di copertina di Poesia non poesia, un piccolo e prezioso strumento offertoci da Alfonso Berardinelli per inoltrarci nella poesia senza correre troppi rischi, c’è la sintesi del molto dire e disdire su tale cruciale questione. Egli si serve, pur non servendogli, di questo giudizio montaliano: «Io non credo nella poesia. Credo soltanto in quelle poesie che mi fanno credere in loro. Se convince il lettore, la poesia non ha bisogno di essere difesa. Se non lo convince, perché difenderla? Credo che oggi il più insidioso e temibile nemico della poesia sia la poesia stessa, o meglio la sua idea, il suo mito, la sua nobiltà tradizionale: un valore che appare tuttora garantito, di per sé, come eccellente».

La poesia non viene considerata un valore inalterabile nel corso del tempo, come pretenderebbero “milioni di poeti”. Nel giorno del Nobel Montale dice che in un primo momento aveva pensato di dare al suo discorso un titolo preciso: «Potrà sopravvivere la poesia nell’universo delle comunicazioni di massa?» “Le comunicazioni di massa lo ossessionavano. Le sentiva come una minaccia radicale non tanto per la produzione di poesia, quanto per i presupposti culturali necessari a scriverla e soprattutto a leggerla.” E insisteva: «Nell’attuale civiltà consumistica […] nella civiltà dell’uomo robot, quale può essere la sorte della poesia?»

Di fronte a una critica inoffensiva, che azzarda sentenze solo sui canoni dello stile, Maffia si fa cauto e prudente a sua volta e a suo modo: gran raccoglitore e ordinatore di libri, in generale, ma con più amore per la poesia, si confronta ogni giorno con una miriade di versi estranei al più letterale – e, figuriamoci, letterario – “senso poetico”. Ed è incantevole la sincerità con cui si batte contro le contaminazioni, e le millanterie, della comunicazione di massa, responsabile di reclutamenti, appartenenze e diplomi, l’antico lauro, di chi mette l’una sotto l’altra frasi che potrebbero distendersi – senza grande danno se non per la carta – su qualche foglio di quaderno.

Dante Maffia, tempo fa, ha detto che la poesia è una verità insolente. Certo, insolente ha un’infinità di significati e la poesia deve possederli tutti altrimenti resta inchiodata all’ “usuale”. Insolente, insomma, come temerario, squillante o mite, purché non inusitato per il gusto di sorprendere. Se è così “la poesia si riduce a semplice comunicazione e allora perde il suo essere diversità e lievito per andare oltre il visibile”. Nel libro di Marina Cvetaeva, Il poeta il tempo, è detto senza mezzi termini: “Il più terribile, il più maligno (e il più onorevole!) nemico del poeta è il visibile”. Sento gli applausi di Kafka, Borges, Fellini, Kubrick, Kundera, Calvino…cioè “l’immaginazione come il modo più alto di pensare”, per dirla con Federico.

Ecco, in queste pagine, ciò che Maffia restituisce alla poesia: un senso di appartenenza cresciuto, sì, nei pudori e nelle sorprese del talento naturale, poi maturato e raggiunto con le prove della maturità non solo poetica. Ho grande rispetto per questo poeta spesso severo con la poesia, sua e degli altri, cui dedica un’attenzione generosa, attenta e motivata. Io l’ho visto agire nel suo laico gestire una missione salutare, quella d’essere rigoroso o indulgente, cauto o invogliante, specie con gli “apprendisti stregoni”. Quanto alla sua poesia, ha un fedele e felice rapporto con i maestri cui è stato ed è più vicino: e la prova è qui, sotto i vostri occhi, chiara, con la riaffermata e continua riscoperta della sua vocazione. Che ha una lunga storia di riconoscimenti al poeta tradotto in vari Paesi, e una vasta considerazione come critico e saggista. Di questo e altri suoi libri non dimenticherò molti versi, ma se mi si chiedesse di citarne qualcuno, tra quelli per me i più destinati a durare, sceglierei un mannello, breve e lunghissimo, intitolato Mi sto seminando: cioè la sua biografia e il suo domani, radicati e fecondi.

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