Vincenzo Frungillo: Ogni cinque bracciate – Prefazione di Elio Pagliarani

Ogni cinque bracciate un respiro. Un poemetto narrativo che fa riferimento alle Olimpiadi di Mosca del 1980, quelle di nuoto, “sulla scia delle vittorie della giovanissima campionessa Kornelia Ender” e non soltanto la Ender capofila ma tutta la squadra femminile dell’allora Repubblica Democratica Tedesca: conquistarono innumerevoli primati che durarono decenni. In occidente non si seppe mai niente dei loro allenamenti, rapidissime come erano salite sulle luminarie dei media del loro Paese, la Germania Orientale. “Così come comparirono, scomparirono con la fine di un’epoca e con il turbinio della rivoluzione dell’89. Solo di recente sono ricomparse, la loro sagoma era trasformata, erano irriconoscibili come il loro Paese […] con i volti gonfi e i toraci taurini, hanno raccontato delle strane pillole azzurre che dovevano ingerire ogni mattina prima degli allenamenti.”

Se chiamiamo epica la narrazione poetica che si riferisce a fatti reali più o meno universalmente significativi, questo poemetto di Vincenzo Frungillo correttamente si definisce epico-narrativo, poema epico-narrativo. Tutti i poemi epici raccontano degli eroi, di vicende della storia: si chiamassero Orlando, Carlo o Roncisvalle, ci sono davvero nella storia (e diciamo Iliade sottovoce). E Pindaro, poi, fa proprio al nostro caso: attenuandosi, Dio piacendo, le guerre riconobbe che gli atleti erano diventati ormai gli eroi, i più splendidi rappresentanti di una nuova epoca. Dice Frungillo: “ma qui si tratta di un’epica che ha come eroe delle fanciulle spogliate, pienamente esposte, o meglio, senza armatura. Il loro racconto è segnato direttamente sul corpo.” Ed il corpo, come si constato quando comparvero di nuovo dopo l’’89, immagine di quelle ragazze, con tutti gli ormoni che gli avevano fatto ingoiare, s’era ormai ingrossato e mascolinizzato:

“[…] queste fanciulle” scrive Frungillo “alienate dalla terra sia in tempo di comunismo che in tempo di capitalismo, rappresentano la resistenza al vuoto ma anche la resa che rende presente il vuoto come minaccia costante.”

“L’uso di un verso come l’ottava”, dice ancora Frungillo “richiama l’esigenza di evidenziare questo meccanismo, come la nuova sfida dell’eroe contemporaneo di fronte al vuoto storico: affermare di volta in volta un’identità mutante. Si vedrà alla fine del poema che l’amore tra i corpi, intesi come nuclei di differenza irriducibile, è il punto fermo.”

Ma leggiamole da vicino, alcune di queste ottave, dalla <<Sequenza III>> del Canto II, La confessione:

“Mio padre si soffiava nella conca delle mani,
si strappava la pelle dalla bocca
dicevano che aveva una forma d’ansia per il domani
che prima o poi la depressione tutti tocca
se vivi osservando l’ombra che si mangia i divani,
se resti a guardare come il suo spazio trabocca.
Mio padre però ci ha provato,
Lo diceva sputando veleno, a mia madre,
quando tornava dal turno serale (…)
un tempo portava zollette di zucchero ordinate a squadre
in scatole con sopra ogni volta la figura di un diverso animale (…)
poi ha smesso di ridere mio padre
ha iniziato a stare male,
lo hanno preso due volte rannicchiato
come uno straccio vecchio nel filo spinato.”

Certo, il ricordo di Renate è molto più intimistico che epico ma ho citato le due ottave per l’incisività e la semplicità del loro linguaggio; ma in quest’altra ottava non si tratta di ricordi, sono immagini in gran movimento che rimbalzano con ansietà e con velocità dall’esteriorità all’interiorità (e viceversa):

I palazzi contengono i giorni e i giorni e i giorni
di visi di luci di annunci
sullo Strassenbahn registrati di nuche e di ritorni
di stazioni con pilastri e rifiuti (…e tu che non rinunci…)
di serrande abbassate sui negozi di vestiti ed i contorni
di neve sporca (…e tu che pronunci
con gli occhi come unici amici vicini)
“in questa parte di città sono alienati persino i manichini.”

Singolare che il dattiloscritto di quest’opera mi sia arrivato contemporaneamente al libro del poema epico Cefalonia di Luigi Ballerini: si vede che nel prosieguo della nostra cultura, della nostra poesia, il poema epico intende riaffermare le proprie lontanissime origini: cioè cantare eventi reali, certo nella versione consentita dai tempi, che troppo raramente concedono oggimai agli eventi di essere memorabili. E Frungillo interviene consapevolmente con tutta la forza e l’ambizione dei suoi trent’anni.

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