Nota su “Meccanica pesante – XI Quaderno di Poesia Italiana Contemporanea” di Vincenzo Frungillo

Vincenzo Frungillo presenta una silloge che è già il torso di un’opera. Dopo il poemetto in ottave Ogni cinque bracciate (Le Lettere, 2009), dedicato a quattro ragazzine della Germania Est trasformate in campionesse a forza di allenamenti sfiancanti addizionati di pillole di steroidi, l’autore si presenta questa volta con una sttruttura più articolata che, pur non perdendo il rapporto con la Storia, vi aggiunge una più evidente presenza della riflessione filosofica, inserita però in uno stretto dialogo col linguaggio poetico, come rivela, nell’ultimo componimento che qui si legge, l’apparizione congiunta dei significativi, e sintomatici, nomi di Celan e Heidegger.

Meccanica pesante si presenta tripartito in sezioni diseguali aperte da un breve componimento cui è demandato il compito d’introdurre al tema e al tono che seguiranno: appena arrivato sulla soglia, al lettore si preannuncia, da una parte, la necessità del conoscere, dall’altra, la presenza ineluttabile della violenza. La condizione dello «stare al mondo» è l’indeterminato trovarsi in bilico tra tenerezza e barbarie, tra l’identificazione con le «creature» e il loro abuso. Nelle sezioni successive è appunto questa indeterminatezza che viene affrontata in una sequenza che procede da La fine di Lucrezio, (una sorta di riscrittura/re-interpretazione a partire da alcuni brani del De rerum natura) all’Iter stultorum (un lungo poema suddiviso in blocchi progressivi), per giungere infine a una sezione più breve composta da un componimento unico, dedicato a La parte mancante. Qui – in un testo che si dichiara come una «riflessione sulla Storia» e che si presenta come un dialogo con un maestro di filosofia – avviene il precipitato dei nodi concettuali più importanti della silloge, di cui è spiegato il titolo: la Meccanica pesante – apprendiamo – è il vivere, il movimento complesso di quel «sistema di leve» di cui ciascuno consiste.

Frungillo conferma dunque la tensione verso la struttura poematica, che adotta come uno strumento per intrecciare narrazione e riflessione. Le varie vicende del clinamen, cioè della logica materiale di cui la natura è fatta, diventano in questo modo – come già nel poema latino – i tabelloni su cui sono illustrati i vari quadri di un progresso conoscitivo che non può che partire dall’acuto senso della fine. Il primo quadro è infatti intitolato La fine di Lucrezio, dove si spiega che il «finire», se consiste in un venir meno della vista («difetto» > DEFECTUS, da DE-FICIO), e quindi nell’impossibilità di una conocenza piena, è però anche un còmpito, o forse meglio un’attitudine cui si accede attraverso lo sguardo sulla «nostra ferita mortale». Siamo, come ognuno vede, in un ambito prettamente filosofico, in compagnia di Blanchot, e soprattutto di Heidegger, con la sua formula dell’essere-per la morte.

In effetti, come già accadeva nel filosofo tedesco, la poesia è qui considerata in una certa dimensione sacrale, sapienziale: «la parola del poeta», è detto del resto, «cattura ogni particella» di quella «luce» che «è il culmine della specie», sforzandosi di risolvere il mitologico dubbio in bivium di Eracle per raggiungere quel «sublime [che] è la precisione». Ma il discorso rifugge dalla dimensione orfica – cioè di una sapienza concessa ai soli iniziati – per insistere sulla necessità di accogliere la conoscenza del clinamen, ossia del mutare di ogni cosa e, direi soprattutto, della familiarità di ogni cosa con ogni cosa (come in una grande “politica” della natura). «Sapersi mutazione costante / oltre la divisione delle caste»: di ciò consiste l’operazione di libertà concessa all’uomo, grazie alla quale egli potrà sottrarsi alla cecità di chi giace, lì, immobile, abbacinato nella luce piena.

Mentre la prima sezione declina la variabilità incessante dello spazio creaturale nel segno della cenere (fuoco, la cenere: con Derrida), la seconda, intitolata Iter stultorum, la volge invece nell’immagine del mare. Prendendo spunto dalla medioevale crociata dei ragazzini, terminata in uno scempio di naufragi e mercato di schiavi, Frungillo recupera l’antichissima immagine dell’homo viator (l’uomo che è cammino; e qui Machado: «Caminante, non hay camino / Se hace camino el andar», da Campos de Castilla), che ribatte sul non lasciar traccia del proprio passaggio. Mano a mano che si chiarisce il tema della peregrinazione come necessità di rapporto di parola (in un necessario sottrarsi al padre e al linguaggio del dominio che gli è proprio), si realizza il corto-circuito con il nostro mondo. Dal remoto, e quasi leggendario Medio Evo della scaturigine inventiva si arriva così al presente dell’emigrazione: il movimento di chi partì, invasato, dai porti di Francia verso un Oriente immaginario s’incrocia col risalire, disperato, di chi va alla deriva verso un Nord altrettanto immaginario (l’Occidente!). E l’incrocio accade nel naufragio, «scendendo fino in fondo», non più dentro le pieghe del clinamen, ma nelle volute mobili delle acque marine, mentre i mercanti riprendono la loro Canzonetta in onore della «regola del mercato», allora, nel Medio Evo, impegnati a vendere i cinquantamila piccoli crociati, oggi nel traffico delle centinaia di migliaia di clandestini cbe solcano le acque del Meditarraneo.

La dimensione sapienziale della poesia, la sua tensione verso la conoscenza della logica universale delle cose, si coniuga dunque con l’impegno nella storia, che è quando accade nel terzo elemento del presente trittico, in cui l’incontro tra maestro e allievo, ripresentandosi nella memoria spinge a una «riflessione sulla storia», che è innanzitutto una considerazione sull’essere al mondo nella forma del dialogo: con il maestro, appunto, con l’altro, con chi non c’è più, coi testi. Dove dialogo significa innanzitutto “essere posizionati”, parlare a partire da un luogo che è geografia, storia e cultura (un punto di vista che va inteso come una posizione di avvistamento). Questa consapevolezza, o necessità, è il risvolto etico, o insomma politico, di quella conoscenza di cui si parla nella Fine di Lucrezio, e che spiega infine il titolo della terza sezione. La parte mancante è infatti, innanzitutto, la parte che non c’è più, la parte dell’altro che è stata trascinata via dalla Storia, e che tuttavia, arto fantasma, continua a farsi sentire. Apprendere a sentire la parte mancante dell’altro è, appunto, il compito al quale questa nostra macchina pesante (pensante) deve destinarsi.

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