Minuta di silenzio – Una nota di Giacomo Cerrai

“Arte dello scarabocchio fatto con gomma e matita, la poesia che si può fare e rifare (..,) mi ha sempre incuriosito”, dice Lorenzo Mari. Una curiosa dichiarazione di poetica, che presupporrebbe altre prese di posizione, molto più radicali di quanto appaia dalla lettura di questo libro, o altri mezzi di espressione. Ma se si sta alla scrittura poi alla fine ci si rende conto, proprio come luì, che “per assumere responsabilità e firmare con la x bisogna qui fermarsi un attimo, prendere fiato e attraversare una minuta di silenzio“. In altre parole, una inquieta diffidenza nella parola (non in sè ma in quanto immersa nella ormai canonica fluidità del mondo) deve prima o poi fissarsi in una espressione, farsi magari carta. E diventare il quel momento “definitiva”. Si lascia al silenzio, alla riflessione interiore, di fare  la parte del  foglio bianco mentale, della minuta su cui rimarranno, però ignote ai più, tutte le varianti immaginate.

Il compromesso è (in Mari come in altri, ed è  questo che mi interessa) una poesia del provvisorio, del fenomenico, dell’incerto, evidenziata – anche – da una scrittura che mima a volte il flusso attraverso le associazioni o le isotopie (in un testo: scatto, erectus, sprazzi, ictus, ics, rictus) e che connota la difficoltà del vivere con un andamento scazonte, con concrezioni di senso in parole altrettanto “difficili” (trisma, glosse, prossemica, scialorrea, disforico, ecfrasi) e pertanto ugualmente (nell’immediato) indecifrabili. L’occasione non è quella montaliana, ma è in larga misura l’evenienza o i suoi epifenomeni e la conseguente epifania (come, in certa misura ma con differenza di stile, in Giovanni Catalano v. qui).  L’osservazione poi porta a riflessioni originali, come nel testo, qui presente, “L’uomo che cade”, in cui una storia dialogata (e, perchè no, recitabile) che sta tra Newton e Magritte e che prende spunto, credo, da un evento ormai infitto tragicamente nel nostro repertorio di immagini, si realizza in una piccola operetta morale sul concetto di realtà e sur-realtà. In altri casi è l’oggetto che assume una valenza simbolica, come in “Passaggio” lo è il libro come testamento, l’opera come speranza di passaggio, anzi meglio, di tragitto à rebours dell’autore in marcia verso il “ponte maledetto” della morte. O le cose, gli oggetti indifferenziati e innumerevoli che popolano la nostra vita, che in “A fare maglia” costituiscono una specie di tela di Penelope senza destinazione, ma anche ci circondano senza attenzione (e quindi senza significazione, v. qui “Sermone di distrazione”). In altri casi ancora, come in “Tell” in cui l’arciere tratteggia l’idea del significato dell’atto, della sua coscienza, del suo controllo anche amorevole che può essere senz’altro applicata allo stesso atto creativo e artistico, la metafora si fa dichiarazione di poetica.

Tuttavia, di fronte a tutto questo, rimane l’inquietudine che si diceva prima, riguardo a una scrittura “definitiva” che spesso l’artista (in generale e anche Mari)  percepisce come un limite e che a volte lascia qualcosa di irresoluto o il dubbio che nelle catene delle parole, delle associazioni, delle  assonanze, dei significanti possibili  sia rimasto fuori qualcosa. Un’inquietudine, qui, a sua volta ragionata e riflettuta. Così in “Necessità delle riconsiderazioni” Mari appronta un testo che a me pare possa essere interpretato – anche – come interessante metafora della scrittura come processo e giudizio che passa definitivamente in giudicato e pertanto va attentamente considerato, e tuttavia rimane aperto (“l’inganno del punto fermo”) almeno per il travaglio che è costato (“tutto il sudore addietro”). Aperto e fecondo, perchè comunque bisogna (vedi “Nell’iperbato culla”) “coltivare l’amore / nella spezzatura, / nella riserva di voce”, in altre parole dire “ciò che non è stato / ancora detto”.

(Già su Imperfetta Ellisse)

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