Poesia Condivisa 2 N.34: Ewa Lipska

 

Rebus

Forse era un sogno.
Il motore della sofferenza ululava
sempre alla stessa ora.
In mezzo al nostro amore.

Qualcuno usciva.
Qualcuno entrava.
Cene cifrate.
Segreti sotto il tavolo.

Il rompicapo non finiva
con la luna piena.

Ci stupivano
i puzzle delle città
e l’enigma del mare
che sputava una bottiglia
con un grido d’aiuto.

Sempre alla stessa ora
tornava la sciarada.
Con una ciarliera combinazione di lettere.

Ci interrompevamo a vicenda
parlando
degli stessi argomenti.

Il mondo
in cui vivevamo
si chiamava Rebus
e se ne infischiava delle nostre domande.

 

Ewa Lipska, Il lettore di impronte digitaliDonzelli Poesia, 2017, a cura di Marina Ceccarini.

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1 Comment

  • Franco Intini, che ringrazio per la sua assidua e sempre acuta lettura delle poesie condivise, mi prega di postare il suo commento, data la spero temporanea impossibilità tecnica all’inoltro. Lo faccio molto volentieri. con un saluto a lettori e redattori,
    Annamaria Ferramosca

    “Il fascino della POESIA consiste di quell’energia che trasmette la scoperta improvvisa che non ci farà più essere come prima. Qui appare subito chiaro che tipo di mondo è quello che fa da sfondo alla poetessa. Mondo con connotati enigmatici, dice Ewa per evidenziare la contraddizione propria della nostra civiltà che vorrebbe risolvere ogni questione in termini di pensiero calcolante. E’ il caso della sofferenza, puntuale nel proporsi come un motore propulsivo al posto dell’amore.

    Forse era un sogno.\Il motore della sofferenza ululava \sempre alla stessa ora.\ In mezzo al nostro amore.

    E dopo l’amore anche la comunicazione tra persone risulta compromessa, così una semplice cena diventa occasione di un dialogo cifrato, che inasprisce il rapporto rendendolo partecipe di una competizione senza senso.

    Cene cifrate.\Segreti sotto il tavolo

    E anche la natura, col suo linguaggio al veleno che sputa immondizia come un malato di tisi, irriconoscibile nel chiedere aiuto a chi lo ha contaminato.

    Ci stupivano\ i puzzle delle città\ e l’enigma del mare\ che sputava una bottiglia \con un grido d’aiuto.

    Il mondo sembra un gioco di giochi (puzzle, sciarada, rompicapo, rebus, etc )senza soluzione di continuità con regole precise che spuntano puntuali e che tutti sono in dovere di osservare senza pretesa di averne l’esito finale, forse impossibile da conoscere e forse semplicemente inesistente.

    Sempre alla stessa ora\ tornava la sciarada.\Con una ciarliera combinazione di lettere.

    In questo modo l’animo umano passa da un problema all’altro, sempre alle prese con qualcosa di sfuggevole ma coinvolgente, uno sforzo immane per venire a capo di niente, perché in fondo alla dialettica uomo-mondo c’è il disinteresse di quest’ultimo nei confronti del singolo, delle sue problematiche, del suo disagio.

    Il mondo\ in cui vivevamo\ si chiamava Rebus\ e se ne infischiava delle nostre domande.

    Il mondo come Rebus inoltre lascia pensare che una specie di Sfinge presieda alle sorti di ognuno alle cui domande senza senso si è chiamati a rispondere invece correttamente pena la vita o fuor di metafora la caduta nell’insignificanza, nella nullità in quanto incapaci di intenderne il linguaggio, la connessione tra logos e cose. Da questo punto di vista il poeta è colui che svelando queste “corrispondenze” spezzate sotto i tavoli, unite a relazioni umane in forma di incognite, denuncia l’ impossibilità radicale di accordarsi con il mondo- l’altro da sé-i cui fini rimangono avvolti nel mistero più profondo. Il poeta moderno in particolare è colui che, rinascendo dalle ceneri delle corrispondenze di Baudelaire, svela l’inconsistenza\fragilità di quelle uomo-UOMO dell’era tecnologica, la fondamentale estraneità nelle decisioni dei processi macroscopici, l’ inutilità di ogni sforzo conoscitivo (dov’è finito e che risvolti ha preso perfino quell’impulso galileiano alla conoscenza scientifica?) che pertanto è destinato a rimanere senza risposta. così mi pare, ciao.”

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