Nuove Voci n.1: Gaia Giovagnoli

Dei rami di carne
che si bagnano al fiume:
questo vedrebbe chi passa:
tronchi che si tolgono le scarpe
come a svestire radici
e l’acqua come saliva di una bocca
che ci ha detto

Nel gonfio dei rovi
ti ho vista da bimba
sputare via il pane
e toccarti la pancia
– agnella bianca che si deruba:
Elettra ha sul grembo
la malia di seccare

Potessi lavarti le mani
– senza uccidere il fratello;
salvarti il padre col ripudio
– traccia di te soltanto;
darti la madre senza voglia
– sciolta dal suo ventre
non farci ritorno

Quale gorgone stringe gli occhi
e ride come una rondine
nell’infamia di farti pietra
quale ti immola tenera
ti sputa insieme al pane
ti brontola l’addome
e lo rinfaccia

C’è qualcosa che ci fa bestie incattivite
e conti fatti

Potessi svegliarti dalla speranza
di non avere già traccia:
da sempre tu che salvi
non sei salva

***

Mi dici agnello;
chiami freddo quando tremo
– stendi il piano
e accendi il ferro

Sei collo nudo
in una sciarpa di stanze
che ti girano attorno;
ti innervi nelle case
e non chiudi le porte

Hai coltelli di dita che scavano
niente grazia o pudore
– stupisco se risparmi il colpo
e mi rimbocchi stretta

Cresci dal mio centro
come io gonfiai allora:
sarei disposta a portarti
in ogni parto
tutta gambe e pancia larga

Sulla gola scoperchiata dell’alba
le ombre abbrancano ai passi
come lunghe cravatte
– sulla sua che sta appesa
c’è un contagio d’angoscia

Stiri con la cadenza
del mostro che gratta
– il ruggito da getto di vapore

Io agnello senza scampo
a te che immoli
non cedo neanche il pianto
– ma mento: bagno la faccia
in ogni tuo taglio

***

[Ci sono luoghi che sono mancanze
hanno guance ruvide
sottili come camicie da notte
– controluce puoi vederli respirare –
noi ci incontriamo là]

Io sono un’idra di mani che tendono a te
e ho un corpo come un figlio bestemmiato
i resti magri di un’assenza ci stanno ai piedi
– tu sei lì di fronte inerte e bambino
stringi gli occhi come bocche aspre

Poi ecco chiederò:
nella tazza umida di un finto sbadiglio
coi piedi gelati e le gambe di rami
girate pochi gradi lontano dalle tue
– mi pregherai la rinuncia
hai un sorriso di ruga
che è pane secco sparso
mi fissi da cane sfinito
Provo: sei il fondo nero del crollo
– mi faccio ostrica e abbasso le ciglia
Provi: sei l’ombra che verso
– hai le dita solenni di un albero la sera

Tu solo sei stato figlio grande
dei miei polsi sterili
frutto pieno sul seno da strega
ora non resta che una sagoma scalza

[Questo posto ha i nervi scoperti
i denti fuori mentre ci stringe a sé
e lo scheletro ammucchiato a fior di cielo]

Mi son fatta nuda e ne ho vergogna:
ho il pudore stretto al petto
come una vecchia collana

Hai sulla fronte una luce azzurra
aguzza come un crampo in una sala d’attesa
precisa come luce per le falene
ugualmente mortale e inconsapevole

[Mi ritrovo l’anima
in un limbo stretto
in una tasca asciutta]

***

Vorrei nuove costole
tutte solchi di binario
con fierezza ti terrei
dentro al corpo:
quando fissi la distesa
che deturpa
se stai sul giallo della linea
da non superare
e metti i soldi per l’acqua
nel distributore

Sarebbero costole mie quelle che pesti
quando temi di voltarti
– sta sul mio dorso
quel non voltarti

***

Penelope lascia la giacca di lui
nell’impiglio compatto
– la sala si fa nero verticale
stoffa di un palco senza scene

Penelope resta con l’orrido
e si acconcia i capelli
va a comprare le mele
Strazia l’urlo e lo esonda
aggrappato alle dita
nel bagno rinomina il mostro
nei nomi lo scioglie

[Questa volta ritorna soltanto:
io lascio il rinfaccio
a chi senza non vive

Qui torna soltanto
per non farti mancare:
che manchi
e non ho più da disfare]

***

Dimentico il vuoto
quando abbracci bufera
e la chiami ventata

La stretta che hai
mi avventa ai crocicchi
svia l’azzanno da lupa
e la grotta del sangue
– sai che macchio la gola
nel ringhio assetato
che atterro la cerva
e la strappo

Ho sotterrato me menade
che piange nel bagno
ora versa sull’acqua
e fa fiume di fango
– quasi non la ricordo

Imparo a contare
le spine sulla porta
a rientrare con i diavoli
senza vergogna

C’è il forno che scalda
da gola mansueta:
alle cinque ritorni
e fai il salmo del sangue:
del lupo che lecca
e mi fa bianca


Gaia Giovagnoli (Rimini, 1992) è laureata in Lettere Moderne e in Antropologia Culturale presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Tra il 2015 e il 2017 è stata ospite di festival letterari nazionali come “Parco Poesia” e “Poié”; nel 2015 è risultata finalista al Premio Violani Landi, nel 2017 ha vinto il “Certamen” organizzato dal Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna ed è stata finalista al “Certamen Isotteo” di Rimini. Suoi testi sono apparsi su diversi blog, tra cui “Interno Poesia” e “Poetarum Silva”. Nel 2018 ha pubblicato la sua prima raccolta, Teratophobia, per ‘Round Midnight edizioni.

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