“Nei chiaroscuri del tango”. Intervista a Sergio Sichenze

R.P.:  “Nei chiaroscuri del tango” (Campanotto editore, 2017), bellissimo titolo per una narrazione poetica a due voci, scritta da te e da Elisabetta Salvador: il tango è prima di tutto esperienza personale. Parlacene.

S.S.: Come accade per qualsiasi esperienza, anche il tango non si sottrae alla presa diretta. Viverlo è scelta soggettiva, e in quanto tale si delinea come difforme, mischiato, cangiante. Nella terra dell’incerto, il luogo ideale per affermare le preferenze e rimarcare le differenze, si concretizza la direzione, l’andare verso una forma, non solo concreta, che ci rappresenti. Ciascuno che ha esperienza di tango lo interpreta a suo modo, pescando, se vuole, dalla sua controversa cultura o, soltanto, nell’ingaggio seduttivo dei corpi. Un gioco di sguardi, di sessi, di esibizioni, di mascheramenti e di riflessi. Ballare ci consente di incarnare ciò che nel quotidiano non riusciamo ad essere, in tal senso funziona come trasgressione e perciò transfert. Con il tango è lecito attraversare lo specchio, per giungere nello spazio di Alice: «come una specie di nebbia… entrarci è la cosa più facile del mondo». Dunque alterazione del tempo: «Specchi, nessuno mai coscientemente ha descritto la vostra vera essenza. Voi, intervalli del tempo, crivelli fitti di innumerevoli buchi», diremmo con Rilke, nel terzo dei suoi Sonetti a Orfeo. Quanto affermo, va al di là dell’appartenenza a uno stile o a un altro, all’aderire al rigore della tradizione o alle derive contemporanee. Come l’attore, il musicista o l’artista in senso ampio, si è soli con se stessi nel momento in cui, indossate le scarpe, entriamo nella milonga, il luogo dove si balla. In una delle mie poesie “Entrando in milonga”, c’è un richiamo voluto all’onirismo del tuffo attraverso lo specchio e alla sua capacità trasmutante…”attraverso la sala nella fragile cortina”…un verso influenzato dal film di Cocteau “Il sangue di un poeta” del 1930, ricordando il dialogo tra il poeta e la statua: La statua: «Ti resta una via d’uscita. Entrare nello specchio e passare di là». Il poeta: «Non si entra negli specchi». La statua: «Prova, prova sempre».  Il tango misura la nostra resistenza alla capacità d’immaginazione…Alice: «alle cose impossibili, non si può credere!»…la Regina «Quando avevo la tua età, mi esercitavo sempre mezz’ora al giorno. Diamine, delle volte mi è riuscito di credere fino a sei cose impossibili prima dell’ora di colazione».

Un aspetto intuitivo, tuttavia da rimarcare, è il coinvolgimento dei sensi che, così come ho intitolato una delle mie poesie, sono sei. Il sesto senso non ha un nome, né si somma ai cinque” canonici, semmai costituisce l’unità, il sé profondo del tanguero, che muta a ogni serata, negli anni: come il tempo di Rilke. Chiediamo al nostro corpo di affinare la percezione di noi stessi e degli altri, un processo di limatura tipicamente poetico: la ricerca della cifra stilistica che ci renda unici, singolari, eppure plurali nell’aspirazione di essere compresi. Il tango, dunque, vive di rigore poetico e di afflato onirico, di simbolismo e di concretezza carnale, di desideri inconfessati e di ritrosie, del timore della scoperta: del sé, dell’altro. Riproduce quella linea d’ombra descritta da Conrad: «è piuttosto l’incanto dell’universale esperienza, da cui ci aspettiamo emozioni non ordinarie o personali, qualcosa che sia solo nostro».

 

R.P.: Hai molto insistito nella prefazione sul fatto che il tango è una danza che ha una storia, non solo di emigrazione, ma soprattutto di incontri  umani e condivisioni. Quasi un ballare la storia…

S.S.: Il tango è storia e parte della Storia, è una delle chiavi di lettura degli accadimenti che si sono avvicendati sin dagli albori della sua nascita, che si situa verso il 1880. Potremmo leggere la Storia dell’Argentina attraverso il mondo del tango, secondo la lezione di Magris in “Microcosmi”. L’angolo di visuale del Caffè San Marco, storico Caffè di Trieste (dove anch’io tante volte ho studiato!),  al narratore appare come «un’arca di Noè», «un porto di mare» dove chiunque può trovare riparo «senza precedenze né esclusioni», dove «trionfa …la varietà »…«luogo del disincanto, in cui si sa già come finisce lo spettacolo senza perdere il gusto di assistervi né l’indulgenza per le papere degli attori», dove arriva a tratti «l’insidioso richiamo della vita vera».

All’interno del microcosmo tanguero, ciò che salta all’occhio è la natura ibrida, frutto di continue e inconsce stratificazioni, a partire dal fenomeno dello schiavismo africano, passando per l’immigrazione europea, a forte impronta italiana.

Nell’attuale segmento della Storia, il tango registra una diffusione capillare nei cinque continenti, e, nel 2009, è stato riconosciuto «Bene Culturale Immateriale» dall’Unesco, inserendolo nel patrimonio dell’Umanità. A molti tangueri non è ben nota la sua vicenda, in quanto scelgono di affidarsi alle sole emozioni che il ballo e la musica suscitano. Io, viceversa, non posso disgiungere ciò che ballo da ciò che è stato: la matrice popolare, l’ibridazione musicale, i fenomeni migratori, spontanei o coatti, l’acquisire valore di cultura di un popolo, la torbida aura dei luoghi dove si ballava che incuriosivano la borghesia dell’epoca, la parodia caricaturale di Hollywood, l’uso strumentale che ne fece la dittatura instaurata in Argentina nel 1976. Il tango è un rigo musicale dove oltre alle note ritroviamo il ricchissimo fermento di quegli anni, tra la fine dell’800 e il suo culmine collocabile nei primi 40-50 anni del ‘900, dove, alla storica rivalità tra Montevideo e Buenos Aires, che geograficamente si fronteggiano, si aggiunge l’affascinante lingua del lunfardo, una miscela variegata di termini stranieri, dialettali italiani, che si sostituivano al castillano, con significati spesso diversi dall’originario. Alcune fonti attribuiscono al nome lunfardo un’origine derivante dal modo in cui i francesi chiamavano genericamente gli italiani: “lumbard“, nome poi modificato dagli argentini in lunfardo. Ma con il passare degli anni furono proprio gli argentini ad assorbirlo come dialetto tipico di Buenos Aires, con il primo dizionario pubblicato nel 1879.

Da questi brevi tratti somatici, è intuitivo come il tango, prima di tutto, è il frutto di una storia e come tale ha determinato un modo di vivere, di pensare, di scrivere, di comporre la musica.

Un cenno va fatto al fenomeno migratorio italiano in Argentina. Dal punto di vista statistico, gli italiani nati in Italia che vivono in Argentina sono circa 2 milioni; calcolando anche i discendenti fino alla terza generazione, cioè quelli che hanno diritto alla cittadinanza italiana (ius sanguinis), si raggiungono i 5-6 milioni, per lo più concentrati a Buenos Aires. Credo che siano sufficienti questi numeri per comprendere, almeno un po’, quanto il tango e la cultura argentina trovino negli italiani un elemento cruciale d’identità. È sufficiente curiosare tra i cognomi dei più famosi compositori di tango per averne una comprova.

 

R.P.: Ma è anche un incontro con il sé attraverso l’altro, e spesso pieno d’incognite. Dalle tue poesie emerge che ciò che è straniero resta tale, ma crea uno spazio d’intersezione nuovo, provoca una nuova illuminazione di sé e degli altri…

S.S.: Il corpo è mediatore tra noi e il mondo, e il ballo, sin dall’antichità, è una forma di rappresentazione del sé, ovvero la costruzione dell’identità in quanto soggetto individuale,  nonché l’aspirazione di essere integrato nella collettività. La definizione di una comunità passa attraverso rituali di appartenenza: così avviene anche per il tango, che si afferma come espressione a decisa connotazione popolare, in un processo di ibridazione tra gruppi ad elevata eterogeneità. È un ballo assolutamente unico e irripetibile, soprattutto nel suo processo di formazione. Il corpo, surroga la lingua, poiché gli idiomi difformi sono chiamati a convergere verso il castellano: ai più sconosciuto. Altro elemento evidente, che ha costituito la scintilla d’innesco per la successiva propagazione, è l’intima connessione tra i sessi, in un rituale d’amore e di sensi, dove la carica erotica soppianta il formalismo del corteggiamento, tipico dei balli borghesi europei. Ecco crearsi uno spazio in cui una sequenza di elementi comportamentali assume un significato specifico nella comunicazione sociale. L’uomo e la donna sono chiamati a misurarsi con il sé profondo, il che fa emergere resistenze e timori legali al palesarsi degli istinti, dei desideri inconfessati, in una sorta di frattura con gli stereotipi del conformismo e degli stili di vita abitudinari. L’affermarsi di tutto ciò è dovuto all’insieme di quei fenomeni migratori poc’anzi descritti. Coloro che sbarcavano nei porti di Buenos Aires e Montevideo, non erano persone in viaggio turistico o appartenenti a classi sociali benestanti, che trovavano nell’Argentina occasioni per accrescere i loro affari; erano coloro che emigravano per fame, per dare a se stessi e alla famiglia un futuro dignitoso. Il tango, dunque, fruttifica da una matrice di questo tipo, dove malinconia e disperazione trovano nel calore dell’abbraccio una tenerezza essenziale.

R.P.: É anche dunque, molto teatrale….

S.S.: Certo: è mascheramento! Ancora oggi, nonostante la perdita inevitabile dell’imprinting originario, la milonga è lo spazio scenico della rappresentazione. In essa possiamo rintracciare tutti gli elementi del teatro: la scenografia, i costumi, i gesti, i riti, la semiotica corporea, la musica, gli umori e il sentire collettivo, il far parte di una comunità. Ma il teatro, si sa, è forma e contenuto inscindibili. Attori e pubblico animano il medesimo palcoscenico, scambiandosi costantemente i ruoli. C’è un’aderenza alla rappresentazione classica del teatro greco: un’occasione esemplare di esperienza di vita collettiva. Si configura il momento della catarsi del singolo, che si confronta con i sentimenti e le passioni che scuotono sulla scena i personaggi, trovando una forma di consolazione ai dispiaceri e alle pene della propria personale vicenda umana. Lo spettacolo teatrale assume nella Grecia classica un elemento essenziale per comprendere l’importanza del ruolo educativo che Atene attribuisce al teatro e che si manifesta soprattutto nella struttura stessa della tragedia: nel confronto tra il protagonista, rappresentante delle istanze, dei desideri e dei problemi del singolo, e il coro, portavoce della collettività della polis e dei suoi valori, si rispecchia l’interrelazione tra individuo e comunità su cui poggia la democrazia ateniese, con la partecipazione diretta del cittadino alla vita politica. Trasferire tale senso simbolico alla milonga, con i doverosi distinguo, non è una forzatura; è una conferma del valore sociale di questo ballo che, come il teatro, assume un ruolo di costruzione d’identità.

R.P.: Scrivi che “il movimento è attesa, si baciano le ombre” e ciò mostra una naturale prossimità fra tango e filosofia.

S.S.: Il tango può assumere una dimensione totalizzante, disancorandosi dalla settorialità, che, per semplificazione, può essere ascrivibile a quella tecnica, musicale, estetica. Pertanto ci sono territori di prossimità con la riflessione filosofica quando compiamo l’operazione di rintracciare un significato di forma di sapere della realtà, di lettura del contesto più ampio di quello fattuale dello specifico evento, applicando, a seconda dei casi e delle intenzioni, metodi deduttivi e induttivi. Tra le diverse chiavi interpretative del tango c’è quella dell’attesa, che tu sottolinei. Attendere vuol dire affinare i propri sensi e porre l’unità cuore-mente verso l’ignoto: qualcosa che avverrà, senza sapere né quando, né come, tema centrale di qualsiasi filone filosofico. Essere solo osservatori di una coppia che balla, senza essere ballerini di tango, ci porterebbe inevitabilmente a valutarla una danza continua, che avviene cioè senza l’alternanza di pieni e di vuoti: non è così! L’azione e la sospensione sono una coppia ricorsiva: nulla accade separatamente. Seppure il ritmo musicale impone la cadenza del passo, l’interpretazione della coppia contiene attese, anche se all’osservatore non appare. Senza attesa non ci sarebbe il tango. Non è una questione temporale, di durata della sospensione, semmai d’intensità. L’uomo propone alla donna il movimento e la donna accoglie quell’invito e lo fa proprio. Ciò avviene nell’attesa, che in altri termini possiamo definire ascolto, in senso figurato, oppure connessione, relazione. L’attesa è nel pensiero filosofico lo stato d’animo del desiderio, che, etimologicamente, significa mancanza delle stelle: una aspirazione all’infinito, al mistero, alla bellezza che ci appaga, che ci fa sentire parte di un macrocosmo inesplorato. L’uomo e la donna sono pertanto ombre: un etereo che supera la fisicità e l’impenetrabilità dei corpi, un oltre tempo. Posso fondersi, sovrapporsi, perdersi per la mancanza di confini.

A tale lievità sembra contrapporsi la fisicità del ballo, che di fatto è solo apparente. Il tango si balla la piso: al pavimento, a terra. Questo richiama il concetto di radicamento. L’emigrante, nel suo completo spaesamento, vuole ricostruire le proprie radici, riconquistare o rinnovare un’identità. Pertanto, attesa, desiderio, fisicità e terra, sono elementi simbolici portanti di questo fenomeno, che per brevità chiamiamo tango.

R.P.: Molti scrittori hanno dedicato al tango splendidi testi, vero?

S.S.: Riprendo quello che dicevo all’inizio, in merito al transfert dello specchio. Borges, scrittore, poeta, saggista, interprete universale di Buenos Aires, spaventato dagli specchi, prova a descriverne i confini: «Dove finisce e inizia, inabitabile, l’impossibile spazio dei riflessi». Specchi e riflessi li ho usati in una delle mie poesie dedicata proprio a Borges, ponendo in esergo alcuni suoi versi tratti da “Milonga de Calandria”: «Non era di quei fissati/che usano armi da fuoco;/a lui piaceva giocarsi/nella danza del coltello». Nella mia poesia un tanguero è seduto e osserva una donna che balla e: «La lama a specchio di un coltello/ fa crescere/il mondo a dismisura».  Qui c’è molto di Borges, della sua capacità immaginifica, che ha avuto con il tango, ma soprattutto con i suoi interpreti, un rapporto controverso. Dal 1914 al 1921 segue i suoi genitori in Europa, interrompendo di fatto la sua frequentazione con la città natia, ma innanzitutto con l’amato barrio Palermo: «Per anni ho creduto essere cresciuto in una periferia di Buenos Aires, periferia di strade avventurose e di tramonti visibili… Quella Palermo del coltello e la chitarra…Com’era quella Palermo o come sarebbe stato bello che fosse? A tali domande vuole rispondere questo libro, più d’immaginazione che documentario». Si tratta di “Evaristo Carriego”, saggio biografico. Non è solo Evaristo Carriego, il protagonista di questa biografia, che si può leggere tranquillamente come un romanzo: è il carattere della città di Buenos Aires, o meglio delle città di Buenos Aires. Un espediente narrativo per osservare da dietro le spalle i malviventi giocatori di carte, spiare dalle finestre dei bordelli, assistere ai duelli a coltello, commentare i tanghi e le milonghe che si svolgono per la strada… «Palermo era una spensierata miseria». Borges, dunque, rientra nell’amata città natale nel 1921, trovandola profondamente mutata, e il tango, sua identità, non risponde più all’onirica visione, al tempo mitologico della memoria. Così che, nella poesia “Il Tango”, Borges si domanda: «Dove sarà (ripeto) la masnada/che fondò, in polverose strade/sterrate o in sperdute contrade,/la setta del coltello e del coraggio?». Quel mondo sognato ed evocato è nostalgicamente fatto rivivere proprio in “Evaristo Carriego”…«E’ di questa Palermo del 1889 che voglio scrivere (…) Al di là della linea ferroviaria dell’Ovest (dove) il quartiere se ne stava in ozio tra le insegne dei venditori all’incanto, non solo sopra gli originari terreni incolti, ma anche sopra lo sparpagliato ammasso di case di campagna, brutalmente lottizzate per essere poi avvilite da negozi, carbonaie, retrocortili, chiostri, barberie e recinti per bestiame». Ecco la frattura, tra il barrio idealizzato durante gli anni europei e quello trovato al suo ritorno. Il processo di mitizzazione investe anche il tango: «Una mitologia di pugnali (che) lentamente si annulla dimenticata».

Il tango che si presenta ai suoi occhi ha smarrito la natura primordiale, per avventurarsi in adattamenti e mistificazioni dove l’eroe si trasforma in raffinato cantore di piagnucolose storie d’amore. Borges abborre la deriva dei testi dei tanghi dove l’uomo non rimane solido nella sua fiera essenza di combattente: «Milonga di gente gaucha/che si batté con coraggio/nella pampa(…)/Per lottare come fratelli/era buona ogni spianata(…)/Spalla a spalla o petto a petto,/quante volte abbiamo combattuto(…)/Milonga del dimenticato/che muore e che non si lamenta;/milonga di quella gola/tagliata da orecchio a orecchio».

Viceversa, sulla sponda italica, si erge un latrare sdegnato, indignato verso «i veleni rammollenti del tango. Questo dondolio epidermico si diffonde a poco a poco nel mondo intero, e minaccia di imputridire tutte le razze, gelatinizzandole(…) Tango, rullio e beccheggio di velieri che hanno gettata l’ancora negli altifondi del cretinismo. Tango, rullio e beccheggio di velieri inzuppati di tenerezza e di stupidità lunare. Tango, tango, beccheggio da far vomitare. Tango, lenti e pazienti funerali del sesso morto! Oh! Non si tratta certo di religione, di morale, né di pudore! Queste tre parole non hanno senso, per noi!

Noi gridiamo Abbasso il tango! in nome della Salute, della Forza, della Volontà e della Virilità». Populista invettiva di Filippo Tommaso Marinetti, intitolata “ABBASSO IL TANGO!”, del 1914.

Cesare Pavese, nella poesia Tango, del 1928, scrive: «Mi son visto una notte in una sala chiusa/e l’abbraccio dei corpi che danzavano,/sollevati e schiantati dalla musica,/sotto la luce livida che filtrava nei muri,/di lontano, mi soffocava il cuore/come in fondo a un abisso, sotto il buio». Il giovane Pavese si sente estraneo all’abbandono dei corpi: «E vedevo i colori,/delle donne abbraccianti/illividirsi anch’essi,/e tutto rilassarsi/di spossatezza oscena,/e i corpi ripiegarsi,/strisciando sulla musica./Solo ancora splendeva/su quella febbre stanca/il corpo di colei/che fiorisce in un volto/tanto giovane e chiaro/da fare male all’anima». Per concludere: «Io solo non potevo abbandonarmi:/cogli arsi occhi sbarrati,/mi fissavo smarrito/su quel corpo strisciante».

La chiosa l’affiderei a Ernesto Sabato, forse l’ultimo grande rappresentante della letteratura argentina, il quale, nella prefazione del libro “Il Tango” di Horacio Salas, scrive: «La crescita violenta e tumultuosa di Buenos Aires, l’arrivo di milioni di esseri umani pieni di speranze e la loro quasi invariabile frustrazione, la nostalgia della patria lontana, il risentimento dei nativi contro l’invasione degli immigrati, la sensazione di insicurezza e di fragilità in un mondo che si trasforma vertiginosamente, l’impossibilità di dare un senso sicuro all’esistenza, la mancanza di gerarchie assolute, tutto ciò si manifesta nella metafisica del tango. Ballo ibrido di gente ibrida, il tango si nutre di attriti e vittimismi. Le sue canzoni celebrano l’ombra del non detto, la malinconia di cose perse e lontane, le sfumature dell’indecisione come scelta. Non a caso il suo sigillo musicale è il bandoneón, strumento dal suono denso e dal fraseggio frammentario, il cui pianto lancinante influenza molto il modo di cantare. Il Tango si alimenta di tristezza. Ogni felicità, ci insegnano i poeti del tango, è per definizione effimera, illusoria, beffarda: più che mai quella amorosa».

 

Elisabetta Salvador

 

Onda di bandoneón,
eccolo invadere piano il senso
e poi i pensieri. Un vuoto
del respiro è il silenzio che precede
gli sguardi in cerca di spazio.
Si è in due a impreziosire un abbraccio
nelle volute di un suono.

*

Luci in bianco e nero e mi avvio.
Un chiarore fa scia di polvere
e rossi i miei sandali gridano al buio
nell’odore amaro delle vie.
Più mi avvicino più il fragore chiama,
gracchiante e rotondo sui solchi
di un vals. L’ombra allora corre veloce
sui muri. Si fonde scura nei suoni e
infine si schianta
tra corde tese, mantici e grancasse.

*

Sergio Sichenze

 

Sesto senso 

Si presenta un dio alle tue labbra,
ti si para davanti.
Devi scegliere con un cenno del capo o un diniego
così che il tuo presentimento si faccia carne.
Ti alzi e il tratto a china delle calze si tende,
un sesto senso rinasce dentro la pelle.
Preferisci non chiedere altro, a te stessa
non hai altro da chiedere.
Aprire gli occhi non servirebbe a conoscerti meglio.

*

Leggerezza

Una coppia si scambia il borotalco, lei
trema senza freddo.
Stranieri approdati alla stessa musica
si appellano alle circostanze e si abbracciano
tra i tavolini, testimoni di ogni inizio.
Lento, come la fiamma di una lanterna
l’abbraccio.
Le mani chiudono il braccio disteso come un ramo
appoggiato a un sasso eterno.
Si lasciano alle spalle la ronda già iniziata
e penetrano il loro silenzio con un gesto minimo
di leggerezza.

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