Note su “La città che c’entra” di Roberto Minardi

Dopo l’esordio di Note dallo sterno (Archilibri 2007) e il recente Il bello del presente (Tapirulan 2014, vincitore dell’omonimo premio), Roberto Minardi – poeta ragusano da oltre quindici anni residente a Londra – dà alle stampe il suo libro finora più compiuto e maturo. Facendo leva su una lingua trasparente ma assai calibrata, spalmata su versi tendenti al canonico, La città che c’entra persegue una poetica della relazione dentro l’immanenza del mondo, rifuggendo con meticolosità l’egotismo dell’io poetico. Già nel testo d’apertura (Parco) si mette in scena un incontro fortuito tra l’io poetico e un grillo del quale ha “immortalato il verde e le antennine”. Non diversamente, nella poesia Balconi il gatto dei vicini “che gratta il muso / e si sforma” consente un ritratto mediato di sé, stemperato in bonaria auto-ironia: “di entrambi si può dire / che guadagniamo tempo”. In un’altra poesia (La sua statura bassa) lo sguardo empatico dell’io narrante si riconosce invece in un uomo con “il viso esposto a ciò che c’è fuori” che ne fa “una figura a me non lontana”.

Il fuori è tuttavia spesso impietoso, tanto più in una metropoli come Londra, dove la saturazione visiva e acustica ha facilmente la meglio – a farne le spese è “qualsiasi punto che appartiene al corpo / e che vorrebbe mettersi a gridare / come un bambino petulante”, come si legge nella poesia eponima La città che c’entra. La datità biologica del corpo, scomposto nelle sue meronimie non visibili dall’esterno, assurge in effetti a vero e proprio personaggio: “sono stanchi i nervi / che tra i tessuti corrono e la sera / perdono un certo smalto” (L’uomo che rientra). L’apertura quasi inerme dell’io – prerequisito importante per una poetica della relazione – si inserisce così nel continuo commercio io-mondo, dove le limitazioni percettive del primo sono rimarcate con amarezza: “del tutto vano è anche sperare di abbracciare / la somma delle scene che fuggono, respirano” (Nel pubblico trasporto).  Il senso di relazione per eccellenza si ha nella pacata quotidianità coniugale della seconda sezione (E vissero), dove Minardi offre toccanti ritratti della moglie: “un piccolo brufolo sotto la guancia / una nell’altra le mani assorte / dopo la spesa” (Dedica confusa a) o anche le sue “labbra dischiuse ma poco, / per imparare a tessere il vigore / di questo stare al mondo” (Il palloncino manca).

La terza sezione, La rivoluzione non si farà, fissa l’immobilità, l’inazione di persone singole, e pertanto è speculare alla saturazione altrettanto ineffettuale della prima sezione: dall’uomo “che adesso fissa / i sandali che indossa” (Escursione) si passa a una terza persona senza nome che “crederà di aver vissuto male, come tanti, / di aver sprecato” (Seconda classe) fino a Crisi. In questo testo (dis)articolato per frammenti, uno scacco informe pesa sull’anonimo personaggio il quale, per l’assenza di prospettive sociali e vitali, si vede comprimere i propri desideri (“vorrebbe respirare / con più naturalezza”) mentre anela a una qualche forma di sovversione in minore (“se esplodesse un palazzo o l’immondizia / prendesse fuoco” – c’è una tangenza con il Vittorio Sereni de La scoperta dell’odio: “ma scoppi infine la sacrosanta rissa”). In questo piatto accadere di nulla, la storia si riduce a un passato residuale e insignificante, a un “mucchietto di granuli scuri / sul fondo”. Prendendo di mira l’ovatta che ci circonda, Minardi si serve così di un minimalismo descrittivo e non-giudicante per veicolare il senso di una tragedia personale e collettiva.

È l’ultima sezione, Prima di diventare padre, a suonare una nota positiva, di risoluzione personale (“non sceglieremo / tra il quasi niente e il poco”, Mentre ci siamo) e, sul piano espressivo, di una libertà affabulatoria concessa dal monologo, come nel testo eponimo della sezione: “è ficcante il potere di cogliere in flagrante / il gioco di chi tira i fili / la fede appartiene a chi la fabbrica / la femmina della giraffa urina in bocca al maschio”. Questo e altri testi conclusivi sono costruiti come sequenze debolmente irrelate di affermazioni in bilico fra lucidità e delirio, mentre viene meno l’ancoraggio spaziotemporale così attentamente delineato nelle sezioni precedenti.

Insomma, ci troviamo di fronte a un libro dalla poetica autentica e ben delineata, dove indignazione sociale e tenero intimismo convivono senza scadere nelle speculari approssimazioni di certa poesia engagé o di certo lirismo devitalizzato.

(da Nel pubblico trasporto)

Il ciclo delle passeggiate

Sul marciapiede cinereo,
la vista insegue i fossili di gomma
da masticare. La testa torna all’altezza
degli uomini o più su,
più che sovrani, siamo all’arresa:
spigoli, archi, richiami vermigli
intersecati a nuvole che lasciano
indifferenti. Le sculture di bronzo
è come se invitassero a lisciare
le cavità, a sentire
la superficie tiepida e il gong
che eccheggia se si bussa con le nocche.
Il non detto si infila fra una pausa e l’altra.
Il fiume non dista e non si sa
fino a che punto scorre la sua acqua
marrone chiaro. Ora ci tocca
risalire altre rampe,
ma poi da lì la foto verrà meglio.
Una stretta col braccio a cerchiarmi le spalle;
la chiamiamo amicizia, è qualcosa
che scuote, ci tira su o turba
e uno di noi punta
gli sguardi altrui,
chiede se abbiamo fame.

(da E vissero)

Il palloncino manca

Basta spiarti mentre tu consideri
ome mi sta il maglione e sistemi
con fermezza, il collo della camicia
o accogliere la solita flessione
delle due labbra dischiuse ma poco,
per imparare a tessere il vigore
di questo stare al mondo. E non c’è peso,
nel senso che non grava che un profumo,
se noi restiamo ritti ed abbracciati,
un poco sollevati i tuoi talloni,
come in quel grande dipinto naïf
che c’era al mercatino dell’usato.
Insomma tutto cambia pelle quando
noi non c’entriamo niente con il tempo.

 

 

(da La rivoluzione non si farà)

 

La tratta

Il bianco del calcare abbaglia.
Rivede l’uomo nella chiesa
che esegue il segno della croce
a fianco dell’acquasantiera.
Commosso dall’ossequio altrui,
impugna forte il volante,
non lascia che lo spasmo emerga.
Tagliata, l’aria, si addentra
nell’abitacolo e spettina.
L’odore del sudore esala,
è dolce perché è naturale, è base
dello scenario attorno:
un tronco marcio, impallidito,
al centro di un terreno arso.
Le stoppie carbonizzate si inseguono
in mezzo a chiazze dorate, frattanto
il fiato è ai minimi livelli, e sbatte
qualcosa dentro il bagagliaio.
A tratti le agavi delimitano
i vuoti che l’azzurro riempie,
la valle che non mostra il baratro.
Ancora qualche curva prima
che spuntino edifici e il cielo
si innalzi, perda la sua calma,
e si riduca in frammenti.

(da Prima di diventare padre)

A capo

La grinta si consuma
con l’esercizio delle elezioni,
col gesto inesistente di versare
i contributi per la pensione,
con la preoccupazione
di chiudere la porta a più mandate
e anche coi paletti.
Ridursi a un colpo di tosse dietro l’altro
non per amor dell’arte
ma perché non si può
fare a meno di stridere…
Ed ogni punto che sospende insieme agli altri
ricorderà la cicatrice che vive
su questa parte di pelle, proprio qui
dove accarezzo e rifiuto
di venire toccato,
di essere chiamato
per nome o per titolo
giacché non solo altro
che un verso in più
nella politica infinita dei monologhi…
La caffettiera brontola, è vero,
e il desiderio aumenta,
quello di essere un genio
o un canarino,
anche solo l’artefice
di un motivo che riesca a redimere
i fumi scaricati
i venti opposti, diametralmente,
e le intenzioni derise dal tempo,
quelle nel tempo annegate
con la solita scusa del tempo.

More from Davide Castiglione

Critica della critica. Note per una prassi della trasparenza

[issuu width=550 height=391 embedBackground=%23ffffff backgroundColor=%23222222 documentId=121210000702-8fb6eafdc53a46e88a3b635d06a59fc1 name=appunti_-_davide_castiglione username=poesia2.0 tag=appunti unit=px v=2]  ...
Read More

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.