Beppe Salvia: Vivere da spiantati, in un luogo di spettri

di Edoardo Albinati

morte di Beppe Salvia web

Beppe Salvia, uno dei poeti più dotati e amati e non solo della sua generazione, era nato a Potenza ma risiedeva da molti anni a Roma, dove conduceva una vita isolata e precaria, nutrita della sua poesia e poco d’altro. Negli anni il suo canzoniere era venuto formando un libro, un libro denso e ricco che però siamo costretti solo a immaginare: Salvia recalcitrava a mettere ordine tra le sue poesie, che conservava in fogli spiegazzati nelle tasche della giacca; spesso leggeva ai redattori delle riviste letterarie liriche bellissime che poi distruggeva, o che finivano smarrite. Toccherà a quegli amici ricostruire un’opera che il suo stesso autore faticava a tenere con sé, come se fossero sassi che l’appesantivano.

La poesia di Salvia ha una grazia bruciante, quasi offensiva. È impietosamente legata alle stagioni – estati accecanti, inverni durissimi e nemici, che ti si rivoltano contro – e ai tormenti del corpo. Talvolta nel loro affanno paiono storie raccontate da qualcuno che ha fatto una gran corsa fuggendo da una terribile emozione: e ha il fiato mozzo. Solo perché se ne abbia un’idea – dacché Salvia è un poeta assolutamente originale e ha una sua prosodia serrata, ansimante, che contraddistingueva anche la sua maniera di leggere in pubblico, affannata, a batticuore, dove ogni verso incalza il seguente quasi dandogli la caccia – solo per avere un’idea della sua tradizione, dicevo, si possono fare i nomi di Alfonso Gatto, di Sandro Penna, di Lorenzo Calogero – anche se Salvia aveva un suo mondo particolare, leggerissimo e doloroso, come quello del bambino di otto o dieci anni che talvolta fingeva di essere firmandosi «un alunno della IIIa b». La rarefazione di certi versi, e subito dopo l’affollarsi tachicardico del nobile lessico della tradizione italiana, che tornava nei metri più bizzarri ad affacciarsi come uno spettro immalinconito, davano l’impressione d’un sangue povero che tornasse a fiottare copioso, prima di coagularsi nelle vene. La grazia scontrosa di Salvia consisteva appunto in questo, nell’offrire i reperti più ustionanti di una lingua come fossero estremi doni.

Forse è meschino dalla morte di un amico «trarre insegnamenti». Però ci sono due fatti che non si possono tacere. Il primo è che mai come ora un poeta vive senza protezioni, spiantato da qualsiasi mestiere, e se egli rinuncia ad affondare radici altro che nella sua vocazione, se non trova ancora mondane e «altri» affetti – una compagnia, un credo terrestre, un senso fuori dalla letteratura – ebbene, egli rischia grosso, rischia tanto. La terra di nessuno della poesia è dunque un luogo di spettri, dov’è difficile, disumano soggiornare.

Il secondo, che nasce di qui, cioè dalla beata illusione che la poesia sia un bene ulteriore e impersonale – i poeti passano, ma la poesia resta… – è la grande menzogna della pazienza. Si scrive pensando che ci sarà sempre tempo per farlo, che l’arte conosce tempi lunghi, sa attendere, aspetta le sue rivincite. Al contrario, morto un poeta nessuno lo può rimpiazzare. Il buco che lascia è nero e doloroso, un buco senza più voce – nemmeno l’incanto della poesia perennis lo può riempire colle sue lusinghe d’eternità.

E allora non basta più, non si deve più aspettare. Sennò arriva la morte.

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1 Comment

  • Davvero toccante questo dire su di un poeta che quando ci manca possiamo provare a “ri-aprire” attraverso i suoi versi, e la grande curiosità che ancora riservano, e tutto quel tramestio.
    Saluti,
    G. Dp

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