Le “Viole d’inverno” di Roberto Dall’Olio bucano il gelo dei giorni

di Eleonora Rossi

cover_dall_olio

mi dici
non sai quanto
ho pianto
per te
quanto rido con te
quanto penso insieme a te
quanto sogno di te
lo sai
lo sai
che hai
una risata da favola
a lieto fine

Le viole bucano l’inverno, fanno fiorire il gelo dei giorni, vestendoli di nuovo stupore. Accade nell’ultima silloge del poeta Roberto Dall’Olio, Viole d’inverno. Canzoniere d’amore(Edizioni Kolibris 2013, pp. 140, euro 12), che sarà presentata da Gio Ferri – critico e poeta – il prossimo 31 maggio alle ore 18 alla libreria Ibs. All’udire “canzoniere” il pensiero corre a Petrarca e, più vicino, a Saba: a rime sublimi,  amorose, destinate al canto. E un effluvio di note inonda il lettore, quasi a ricordarci che la viola non è solo fiore, ma nel contempo strumento musicale dal timbro caldo e rotondo: «suona viola d’inverno/ addomestica il vento […] l’aria domani l’aria/ che tu suonerai/ sarà pianto di neve/ per un graffio/ del sole». Roberto Dall’Olio canta l’amore con voce limpida e singolare, unendo all’intensità dei significati la «felicità del discorso» – come si legge nella nota di Giampiero Neri – l’ebbrezza soave di un sorriso: «adoro ridere con te/ le tue labbra si aprono/ in una parentesi sul mondo».

Incanta la metafora “donna fiore”: «le tue labbra/ petali di viola/ sulla mia pelle»; «una volta/ soltanto/ ho visto davvero/ come ti svesti/ sbocciando la primavera/ nella stanza ancora innevata/ una volta/ più dimenticata». Metamorfosi che coinvolge il poeta stesso: «ma/ io/ viola d’inverno/ scio/ scheggiandomi l’anima/ sul ghiaccio vivo/ in eterno». Le immagini s’incidono nella memoria («il sole accecato/ socchiude/ il ciclopico occhio»), così come le rime, nodi sonori di significato:  «giocare/ sbagliare»,  «vuoto/ loto», «farfalla/ traballa», «baci/ braci»…

Frammenti di un quotidiano infinito – petali, neve, vento, stelle – si affastellano come in un caleidoscopio: «remote solitudini» della natura si incontrano, svelando le meravigliose corrispondenze dell’universo.«C’è un’ossessione amorosa che mira e rimira il volto e il corpo dell’amata e lo accosta a tutto ciò che palpita nella tra la terra e il cielo», scrive Umberto Piersanti nella prefazione. Sorprende l’aura di sogno in cui galleggiano le immagini, frante e indelebili, come in una tela di Chagall: «in un sogno perfetto/ di Chagall/ e petali/ petali sul tuo letto/ dei fleurs du mal». Una favola che trabocca di luce: «ancora leggimi/ un pezzo della favola/ nostra favola profonda/ forse non vivremo/ felici e contenti/ io e te ma vivremo/ vivremo sempre/ e ancora su quel ponte/ leggeri sorridenti». Una «lunga poesia/ d’amore», una favola che lascia tra le mani «una pioggia azzurra di petali». E nuvole e neve e risa. Perché

amore
andando a capo
scrivendo
amore forse
ogni volta
si ricomincia daccapo.

Chi è l’interlocutrice del poeta? Una donna viva o una donna di carta?  È una donna sola, o sono piuttosto più volti, tanti corpi in un’unica essenza? Forse il poeta semplicemente canta la Donna, quella evocata nella dedica: «Alle mani delle donne che sanno ricucire gli strappi del mondo».

È una poesia appassionata, sensuale e sensibile, perché «una grande passione/ disarciona il mondo/ dal suo asse». Così la donna, nello sguardo mai scontato del poeta assurge a “figura” letteraria, «immortale», «principessa», «angelo», «Ninfa», «sirena»: una creatura sognata? Senza dubbio, amata.

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