Federico Federici: “Profilo minore”

 

di Luigi Metropoli

I profili sono la realtà vista di lato, una prospettiva – tra le tante – della sua conoscenza. Il catalogo e la loro numerazione (l’aggettivo minore del titolo tende a ridimensionare il metodo e a riconoscerne la parzialità) non sono altro che un tentativo di scavare tra le forme e la sostanza del mondo, inventariandole, approfondire il reale e cercare di darne un criterio secondo coordinate spazio-temporali, a loro volta soggette ad un arbitrio non insindacabile.
I vari profili sembrano «istantanee fobico-ossessive, una parola compiacente che si chiude nel frammento, spezzato come per incanto, per riprendere nella successiva schizofrenia, nelle dicotomiche visioni che, alla fine, confluiscono nell’ordine del caos» [1] . La scrittura è una lesione, un incavo tra le cose, il vuoto sottratto da uno scultore alla materia da plasmare. Federici assembla e smembra, secondo una dialettica gabbia-infrazione, un dissidio interno alla struttura, adottando un andamento franto (e fratto) del ritmo che piega la cantabilità ai fini di una vagheggiata misura architettonica-organica: l’intero si costituisce per frammenti, ma è sfuggente. Privilegiare le parti anziché il tutto è una necessità più che una scelta. L’autore insegue un metodo più che la loda, un’indagine sulla conoscenza, sul nostro modo (incompleto) di intendere il reale. La raccolta è permeata dall’idea di esperimento, da non intendersi solo in chiave linguistica, ma come osservazione analisi verifica. Le diverse esortazioni ad un “tu” (fa’ che, prova a…) non sono degli inviti rivolti ad una persona concreta o delle preghiere, ma una prova, una “verificabilità” di ciò che si teorizza e si espone.
«Ci muoviamo in ciò che non struttura [l’ombra]» e infatti l’affondare nelle cose è sempre un ritorno superficiale, insoddisfatto, frustrato. Si è alle soglie dell’afferrabilità, per poi subire lo scacco e accontentarsi del simulacro, della «copia/ di te a somiglianza». L’andamento e il tono della raccolta è ragionativo, ma con crepe, come se il logos e l’analisi scientifica fossero diminuite e messe tra parentesi. L’indagine si indirizza alle cose, ma non penetra fino alle cose stesse (Husserl), ostacolata dalla loro irriducibilità e dai limiti dell’uomo, non onnisciente: vi è una separazione tra ciò che è investigabile nel campo del sensibile e ciò che si dà nell’ombra, sotto la neve, nell’acqua, nel segno che non resta, l’inafferrabile. La realtà si sottrae di continuo, ostinatamente. Anche il punto di osservazione incide e modifica il risultato (Heisenberg vi serpeggia tra le righe e non è vano ricordare che Federico Federici è laureato in fisica). Ciò che di profilo viene visto è instabile oltre che parziale, un frazionamento (o addirittura semplificazione algebrica), un’atomizzazione che non dà i risultati sperati.
Federici tratta il verso come una misura parimenti oscillante e soggetta a molteplici interpretazioni: i sintagmi slittano continuamente, eludendo una stabilità semantica. Non è mai chiaro se un verbo si accorda con la successiva parte del discorso o si muove autonomamente. La sintassi è aggirata per eccesso di possibilità semantiche, che finiscono per escludersi (o sottrarsi) a vicenda, anziché sortire un ventaglio di inclusività ulteriore. È come se si procedesse a tessere una tela, a costruire un labirinto per disperdere il senso o magari distillarlo diversamente. Le prospettive e la verità sono sempre parziali: si sfibrano per troppa indagine.
La chiave della raccolta è da cercare nella stretta relazione tra corpo-ombra-spazio-tempo. Il tempo ha un ruolo determinante quando associato al movimento, quando non funge da entità separata, ma attiva un processo, coinvolgendo man mano lo spazio e ciò che lo riempie e lo svuota (il corpo). «Ciò che muove manca»: lo spostamento nel tempo lascia un vuoto, cancella i segni e non dà rotte, ma solo detrazioni. È spazio sottratto, nel segno di Zenone più che di Eraclito. «Scavalcare l’ombra propria» è il primo passo per cercare di guadagnare l’inafferrabile, contornato dal silenzio. «Togliere e tacere», proprio perché «andarsene fosse un non dire di più». Il movimento sottrae e cerca la mutezza, latrice di conoscenza, inabissandosi negli atomi della materia e del pensiero (o meglio: nella materia del pensiero).
Andare oltre il simulacro, il segno, in direzione del vuoto e dell’ombra stessa. Ma gli strumenti dell’uomo sono inadeguati. Nei profili finali più che alle misure ci si aggrappa ai graffi, alle unghie per strappare qualcosa, si ricorre perfino al taglio sanguinolento dell’occhio (Leautremont, Dalì, Bunuel) pur di aprire uno squarcio, per andare «dietro lo schermo». Infine «fai come credi» scrive in corsivo il poeta. Chiusura dell’esperimento, mondo refrattario: «lascia le cose qui come sono/ stare».

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