Particella n.7: “Previsioni del tempo”, Vanni Bianconi

Antony Gormley Quantum Cloud 2000 (part.)

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1
L’estate di solito inizia con un aspirapolvere
a case di distanza, almeno sei finestre aperte,
di scatto il cavo avvolge estati precedenti;
ma non per me quest’anno, l’estate inglese è aprile
e il ventitreesimo piano è avvolto solo nel respiro
impastato del traffico, un cuscino sonoro
battuto dal vento che solleva una nuvola.
Sospeso nello spazio e nel tempo meteorologico
pulviscolo aspirato via da un’altra vita
mi dico readiness is all un corno
semmai il contrario (più un fiuto del gol
ma occasionale, per ridurre lo svantaggio):
il ciglio disegna l’arco dell’occhio sul foglio,
l’aria rintraccia le labbra che l’hanno calcata,
le nuvole solcano un aereo, o con Hölderlin
«oft überraschet es einen, der eben kaum es gedacht hat».

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3
L’ago della goccia con il filo della pioggia cuce
i miei pensieri qui in alto con il nero dell’asfalto
duecento piedi più sotto e con luci a perdita d’occhio –
non stupirti se salto da un piano di pensiero all’altro.
Con una nonna al momento condivido l’appartamento
e i corridoi della demenza, con la lingua inglese la stanza:
senza una visione del mondo ho gli sguardi di rimando
delle parole, ma sarà strabismo di venere quello tra due idiomi
o quella cosa conosciuta come lingua biforcuta?
Poco importa, alla fine, non per l’abitudine al confine
o al confino cronico e privato, ma perché la poesia porta
a tradire quel che vivi per il desiderio di scriverlo.
O forse è come quando in un dipinto il bianco
della tela giustifica strati agitati di colori e pennellate,
esatto chiaro volo del bordo di una nuvola.
La poesia è una tecnica per preparare la tela.

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4
Con il respiro si stende la tela
dove i colori del mondo si asciugano
sotto il vetro sottile dell’istante
che per usare la tela va infranto
perché si vive nello stesso quadro
e si corregge il tratto: per quel verde
la pennellata deve essere breve.
In più l’artista si scopre daltonico.
E i pigmenti? Dipende dai momenti
ma l’occhio coglie quelli che il solvente
(alias lo spirito/l’anima/il sé)
non scioglie e non assimila: dispersi
solo assorbono la luce che li eccita
e riflettono il resto dello spettro.
Se si prepara la tela si esalano
invisibili spettri ultravioletti.

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Dalla rivista dopotutto e dalla sezione “Previsioni del tempo” di Vanni Bianconi, riporto queste tre poesie che mi paiono affrontare, in modo vivo, efficace, legato al quotidiano, ma capace allo stesso tempo di tradurlo oltre il mero biografismo, il tema fondante la rivista, quello del dispatrio, rendendo così attuata “la capacità di registrare questa condizione a partire dal basso e dalle circostanze della vita di tutti i giorni.”1
Partendo ironicamente da un titolo d’insieme molto british, Vanni Bianconi, non solo ammette di non avere “una visione del mondo”, pure da una prospettiva, quella del dispatrio, apparentemente a favore, ma anche che questa è appunto la condizione di tutti (dentro o fuori), da qualunque punto si guardi (fosse anche un punto di fuga).
Semmai, per chi scrive, vi è il punto di vista delle parole (“sguardi di rimando / delle parole”), che però è quello di uno “strabismo di venere”, sia per il carattere seduttivo e di bellezza enigmatica che questo sottende, sia per il fatto che esso produca comunque una deformazione di sguardo e di intenzione, “perché la poesia porta /a tradire quel che vivi per il desiderio di scriverlo”.
Di più, e “in più l’artista si scopre daltonico” e dunque “per usare la tela”, quella tela preparata dalla poesia (“La poesia è una tecnica per preparare la tela”), occorre avere presente che le gradazioni di colore potrebbero sfuggire o virare prima ancora di essere impressionate e che “il vetro sottile dell’istante” “va infranto / perché si vive nello stesso quadro / e si corregge il tratto […]”.
D’altra parte, questo infrangere l’attimo, che vale anche per il dentro da portare fuori (o viceversa), necessario per potere “usare la tela” del presente che ci vede vivere “nello stesso quadro”, questo infrangere che crea il caleidoscopio di tratti , di volta in volta rappresentati dalla scrittura che ne sceglie la forma (“per quel verde /la pennellata deve essere breve”), porta allo stesso tempo alla dispersione di ciò che il “solvente” “non scioglie e non assimila” e al coagulo e al sedimento, in un procedimento alchemico, dell’incontro con “lo spirito/l’anima/il sé”.
In questo senso la scrittura, con il proprio setaccio (o con il proprio aspirapolvere), consente di rappresentare i nodi e i fili, finanche le pietruzze, del particolare all’interno della condizione umana generale;
qui lo fa con fini ironie (“ L’estate di solito inizia con un aspirapolvere”, “Con una nonna al momento condivido l’appartamento / e i corridoi della demenza, con la lingua inglese la stanza”) e con richiami ad altre tele d’autore, in modo da rendere possibili la migrazione e l’incontro, o perlomeno di prefigurarli, nella vita, prima ancora che nell’effervescenza (e nel panico) dell’arte, anche se quest’ultima altissima per grazia o per hýbris del poeta: “E talvolta sorprende, / chi vi abbia pensato appena”2

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Vanni Bianconi (Locarno, 1977). Laureato all’Università Statale di Milano, ha lavorato per la casa editrice Casagrande a Bellinzona, e ora vive a Londra e lavora come traduttore (al momento sta lavorando all’Oratorio di Natale di W.H.Auden e ai racconti di W. Somerset Maugham per Adelphi). È il direttore artistico del festival di letteratura e traduzione Babel. Sue poesie sono uscite su rivista e antologia. La sua prima silloge poetica, Faura dei morti, è apparsa nel 2004 nell’Ottavo quaderno italiano di Marcos y Marcos. Il suo primo libro, Ora prima. Sei poesie lunghe (Casagrande 2008), ha vinto il Premio Schiller Incoraggiamento 2009.

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1 Dopotutto, pag. 2, “Se serve un perché” di a. mistrorigo | r. minardi

2 La migrazione, in Hölderlin, “Poesie”, traduzione di Luca Crescenzi, Bur

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