Mio fratello è figlio unico…

 

cosa c’e di peggio di un dolore cosciente? del poterlo vedere, riconoscere, dell’averne consapevolezza? un dolore che non ti ucciderà, probabilmente, ma che ti sta attaccato sempre addosso e non ti molla mai? un dolore verso il quale non si può niente, che non ha cura, che non conosce stallo?

cosa si può contro la dannazione dell’inevitabile? contro l’inesorabile? contro ciò che si espande a macchia d’olio sul tuo corpo e nella tua testa, dentro la tua mente, fin nelle profondità della tua anima?

cosa si può fare contro un dolore che non puoi combattere, che non riesci ad accettare? che piano piano ti indurisce il cuore? che ti lega a questa esistenza meschina e ti ha posto nella prima fila del teatro della vita, e da li ti costringe a guardare tutto ciò che agli altri succede di bello, e tu stesso, che ne sei felice, o che almeno vorresti esserne felice, non riesci a gioirne perché è sempre valicata la sottile linea d’ombra che separa te da tutto il resto? tanto da non lasciarti un momento d’aria libera, tanto da non lasciarti mai la possibilità di poter godere di una singola cosa con la soddisfazione e la pienezza che merita e che meriti?

cosa si può fare contro un dolore che non vorresti avere, che non ti permette di amare come vorresti chi ti ama, perché non riesci ad amare questo “dolore” o la sua causa o la sua insensatezza fino in fondo?

cosa si può fare contro un dolore che ti annienta pian piano, che non ti abbandona mai, da quando vai a letto la sera a quando ti svegli la mattina e che non riesce a sopirsi nemmeno nel sonno, perché nel sonno non puoi fare altrimenti che sognare di lui?

come si può convivere con un dolore così grande da non poter essere narrato a nessuno, che da un momento all’altro ti prende e non sai cosa potrebbe fare di te e della tua vita? soprattutto come comunicarlo a questo mondo che ne è già pieno? in cui ci si dimentica che questa verità dovrebbe conferire un minimo di fratellanza in più e che invece ci fa arretrare spiritualmente, invece di donarci la luce dell’empatia o di una compassione almeno stoica?

come si può accettare di restare su questa terra come se fossimo eternamente il riflesso e la conseguenza di questa faccenda terminale che è troppo grande per essere capita? da quale lato potrei vedere questa sofferenza e non esserne così duramente e continuamente colpito e ferito a morte? da quale prospettiva questa morte acquista più senso d’esserci, più significato, più motivo di esistere? quale posto occupo dentro di me se non riesco ad essere il completo e totale re di me stesso nemmeno per un secondo? come posso stimare la mia intelligenza, la mia sensibilità, il mio talento se non c’è pensiero che non mi riporti a questo dolore, alla condizione disabilitante, al tormento perpetuo e interminabile?

come posso fare qualcosa di utile con la mia abilità di essere un uomo se non riesco a guardare a pieni occhi il mio corpo, se una parte della mia psiche è completamente nascosta dietro questa ombra nera che non mi lascia per un istante e che potrebbe trasformarsi da un momento all’altro nella mia paranoia di essere inadeguato, inadatto per questo o per quello, impacciato nei confronti di tutto ciò che io sono, vedo, sento e penso? quale direzione posso dare alla mia esistenza se non riesco a fare i conti con ciò che mi rende così ostile, nel senso così vulnerabile agli occhi del mondo intero… perché lo sono ai miei? e perché non riesco a non esserlo ai miei?

perché la materialità di tutto questo mi attanaglia e mi imbavaglia la lingua, il pensiero, l’azione tanto da non riuscirla nemmeno a pronunciare, che pronunciarla sarebbe renderla così evidente alla mia attenzione anziché esorcizzarla?

perché il mio dolore è a me così evidente e così sconosciuto al prossimo? o forse è lo stesso? ma allora perché io sono costretto a vederlo continuamente sulla mia pelle? perché dio è stato così crudele? chi è dio? cosa vuole de me? perché è stato così crudele con te? e con chi altri lo è stato? e quando lo fosse stato… ma perché?

ho conosciuto altri tipi di sofferenza, ma la mia è a metà strada tra ciò che è tangibile e ciò che può restare nascosto… io me ne accorgo. è questo il guaio. è questo il mio cruccio. io me ne accorgo anche se non la vorrei tutte le volte che mi guardo allo specchio, tanto da tradurre ogni mio sguardo, ogni mio cenno, ogni mia espressione in una espressione di dolore di cui io non vorrei sapere.

perché mi è stata affidata la facoltà di vedere la mia sofferenza su di me e di doverne avere coscienza? perché la mia consapevolezza non può restare tale, ma è continuamente traumatizzata dalla mia percezione di ciò che è reale su di me?

perché io vorrei poter amare, io vorrei poter essere solo una cavia di questo dolore, solo un passeggero, ma ne sono il conducente… e non è colpa mia. e non ci posso fare niente. e non me lo posso scrollare di dosso… perché è troppo vero, è troppo diretto e troppo immediato per essere tradotto elaborato riconoscibile e riconosciuto.

perché la mia psiche non può essere altro che soggetto passivo di questo fatto così concreto tanto da essere appiccicato sulla mia carne? perché non sono nato con una vocazione alla spiritualità più accentuata? o meglio, quale pena dovrò passare per conoscere il prezzo della mia altezza? io che sono costretto in basso, e che non mi piace, e tu che invece ci sguazzi e non lo cambieresti con nessun’altra cosa al mondo perché conosci la bellezza dell’essere un miserabile? tu che sai che l’intelligenza è miseria, che hai scovato nella sensibilità del tuo cuore cosa vuol dire essere fragile e resistere, cosa vuol dire star male e resistere, cosa vuol dire comprendere e resistere, perché non m i insegni ad aiutare l’altro?

come si può vivere e non vivere io mi chiedo? come si può vivere e non vivere… caro mio?

tu che conosci la risposta vieni da me ad aiutarmi! e poi non vorrei, ma mi faccio sempre più schifo, perché l’estetica va a braccetto con l’etica, e non si sfugge da questa tendenza umana, almeno per il momento. Almeno qui dove siamo bombardati da queste immagini fittizie prive di verità e di realismo. dove non c’è più la luce della verità ad illuminare la nostra strada.

vorrei esserne fuori, vorrei potermene liberare, vorrei poter essere corpo nel corpo e puro spirito nello spirito.

vorrei che questa promiscuità finisse, anche se ne sono innamorato, e se in fondo alla mia disillusione, io ci spero. vorrei poter guarire da tutto questo, ma non posso, perché io sono tutto questo. e allora non posso far altro che desiderare una cosa… io non voglio più essere uomo, io non voglio più essere umano!

io, la mia debolezza, la mia mancanza di ogni facoltà umana e questa inclinazione del tutto terrestre o extraterrestre che sia… io non voglio più sopravvivere con e come un dolore impossibile… io… non voglio più essere io, scriveva Gozzano, ma io… dico io… io non voglio più essere un essere… umano. privarmi di tutto ciò sarebbe la liberazione di un angelo. o di un demone.

io so che stare dalla mia parte, dalla parte della fragilità è più difficile che mai. proprio ora. ma voglio osare sapere e sperare. voglio qualcosa per me che non sia gratificazione personale, ma una momento di incontro utile con l’alterità. ve ne prego, amiamoci tutti. ve ne prego, esprimiamoci in questi termini, è l’unica guida che può salvarci la pelle, la faccia, ed infine… il cuore…

3 Comments

  • October 19, 2011

    gianni.r

  • October 19, 2011

    gianni.r

    perché nessuno si chiede perché…

  • October 19, 2011

    gianni.r

    non si può censurare un’emozione. ci sono dei perché che vanno scovati. delle conseguenze inevitabili. l’emotività umana è l’unico scambio sensato dell’essere, l’unico argomento su cui disporre la nostra storia, ma ce lo stiamo dimenticando, noi meschini, noi controllori di niente, noi possessori della sola volontà di possessione, noi che decretiamo il nostro ego a dio, senza sapere nulla sulla nostra interiorità, sulla nostra brevità, sulla nostra finitudine!

    gianni ruscio

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