Parola ai Poeti: Fernanda Ferraresso

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Poesia, per me che la leggo e la frequento senza praticare i luoghi, in cui si espone al pubblico con letture e performance, e…o…ah! reading e altre meraviglie, è un paese discontinuo, spesso un malato immaginario. Non ha mai avuto, se ben si guarda nei secoli, persino in quelli definiti d’oro, un’aura dorata. I poeti erano considerati visionari, quali in realtà credo fermamente essi siano, abitanti di una  lontananza dalle cose che, sola, permetteva e ancora permette loro di ridere  sulla irraggiungibilità, e al tempo stesso praticabilità,del fondo di quel pozzo, che ancora oggi pratichiamo, ed è la vita. Più tardi, a distanza di tempo, molto tempo, si è detto di quei poeti e dei loro poemi che erano grandiosi, perché consentivano l’apertura, a chi li leggeva, ad uno spazio in cui calare o trovare le proprie interpretazioni, addirittura la propria dimenticanza e l’immaginario fluiva dentro i luoghi di quelle poesie come all’interno di stanze abitabili, meravigliosamente fruibili nel nostro ora, qui adesso, intirizzito a causa di questioni così lontane dalla costruzione vera:la poesia. Penso che ciò che caratterizza l’uomo sia proprio la sua irraggiungibilità e che sia grazie a questa irraggiungibilità che possa esistere la costruzione che l’uomo perpetua, attraverso ogni altro, per amplificarla, non per restringerla in canoni, recinti e regole, sintomo più di paura, di desiderio di potere, persino su ciò che è per natura astratto, proprio perché è quell’es-tratto da un niente, da una mancanza, da un’assenza, che meglio indirizza, attraverso i sogni e le utopie che poi vuole vivere, la sua esistenza. Fino a che la poesia sarà fuori dai recinti continuerà a prodursi tanto quanto le spore del colera, o della peste, mai vinti, sarà un male che preme nel fondo del potere, proprio perché imprendibile, proprio perché non raggiungibile, quanto la  vita stessa. Noi tutti viviamo, ma nessuno sa e può dire per esteso la vita, per questo nessuno la possiede. Penso che l’indagine poetica, che non si ferma ai canoni, sempre modificati nel tempo, sia una es-cursione continua, a volte febbrile, a volte rigorosamente fredda, altre ancora lievissima intorno all’eccentrico pro-cedere da un essere ad un altro,  dando corpo alla continuità, contrapposta a tutte le altre forme di potere politico economico, ideologico, religioso che si succedono in contrapposizione,anche se poi gravitano sempre intorno ad una sola questione:far credere e credere che l’uomo,la vita abbia un centro raggiungibile e quindi governabile elidendo la libertà di composizione di cui essa si sostanzia.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Per il momento l’unica raccolta di poesie pubblicata è uscita festeggiando il mio 55esimo compleanno, il due maggio 2009, ad opera della casa editrice Il ponte del sale, con la quale ora collaboro. Tardissimo dunque. Che fosse il momento giusto, a dire il vero,non ne ero convinta. Non sono quasi mai con-vinta di ciò che scrivo. Ho necessità di praticare la scrittura a distanza di tempo. Se ancora agisce come un richiamo e mi porta lontano allora è una scrittura degna di ascolto, altrimeni vola nel pozzo, a disfarsi e ricomporsi insieme ad altre acque scure. Ho inviato la mia raccolta con altro nome, non il mio.Volevo che la lettura e la scelta di pubblicare  non avesse interferenze di nessun genere, non perché intendessi incapaci di distacco i componenti del gruppo che appunto hanno scelto,ma per me, perché in me non ci potesse essere alcuna ombra di dubbio che quel materiale cartaceo inviato, con dentro le mie tante ombre, fosse degno di pubblicazione. La casa editrice non chiede, all’autore scelto, di sostenere alcuna spesa, dunque con cura valuta come e per quali lavori spendere il capitale che raccoglie attraverso canali diversi, essendo il gruppo un’associazione senza alcuno scopo di lucro.La gioia è stata grande, ma soprattutto grande è stata la libertà che mi veniva concessa,non avendo avuto poi, per la diffusione o la presentazione, pressioni di alcun genere. Se il testo ha del buono continuerà a camminare, se non ha che aria, si volatizzerà, senza inquinare acqua,terra e lettori.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

All’editore chiederei di non assecondare la volontà del mercato, quindi, detto brutalmente, di non assecondare il desiderio di fare soldi con pubblicazioni facili, il lettore non va assecondato, gli si offre un percorso, se è arduo o difficile, sconosciuto, si attrezzi per percorrerlo, ne godrà alla fine, perché è sempre quel suo pozzo, quello individuale, che sta praticando, e che l’autore, se è davvero un buon “aut-ore”, gli ha mostrato da un suo passo. Il resto verrà da sé. Alla domanda relativa alla richiesta dei poeti penso di avere già risposto anche se è l’appellativo poeti che mi disturba. Poeti? Uomini, come tutti gli altri, non una casta, uomini che praticano la terrestrità e la cosmicità dell’essere, dell’essere uomini, camminando in tutte le piste possibili, in tutte le direzioni, anche quelle che sembrano solo visionarietà, perché questo sono le tanto pontificate tesi TEORETICHE, su cui si dice di conoscere e poter governare la vita di tutti e il futuro del pianeta.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Non amo molto i termini usati nella domanda, che sono propri di un mondo mercantile in cui, per forza, praticando tecniche artificiali, si dovrebbe tenere in vita un morto che, giunta la sua ora, non potrebbe che smettere di respirare. La poesia, come espressione dell’essere, come arte integrale, continuerà il suo cammino, il suo, non quello di questo o quello. L’uomo non è un nome, ma tutti quelli che hanno letto, sognato, toccato, praticato, masticato, amato, ucciso, avvelenato, defecato, in una parola coniugato a sè e  in sé la vita, non solo la voce del verbo vivere. Internet è una rete da pesca, in cui ci si inoltra in una virtualità che non è che la visualizzazione della visionarietà dell’uomo, sempre per natura, come già ho detto prima, irraggiungibile. Dunque sono della stessa sostanza, è umana tanto quanto ogni altra forma. La catalogazione e l’archiviazione, questo semmai può soffrirne, perchè in un istante tutto potrebbe sparire: blak- OUT! Tutto disperso, in quel pozzo, in quelle acque, nere  tutte, buone o cattive che fossero. Non vedo alcun vantaggio e nessuno svantaggio. A parte il fatto che per leggere, invecchiando, ho bisogno di caratteri grandi, di non essere abbagliata dalla pagina, di poter deporre e riaprire senza dover fare manovre di accensione o spegnimento, che richiedono più tempo di quello richiesto per aprire e chiudere un libro.Ma è la cosa più marginale. Il fatto è che inquinano parecchio, non si riciclano tutti gli archiviatori,i data center di internet, tutti i server bruciano energia utile per altri scopi molto più importanti.La fame è ancora fame, la mortalità altissima nei bambini ed è ignobile perché mantenute tali per scopo di lucro. Meglio la carta, si ricicla e dura, se vale la pena che duri.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

La comunità delle persone dovrebbe essere critica, dovrebbe ognuno di noi esercitare una funzione critica, saper discernere personalmente senza demandare a sacerdoti la lettura delle tante contemporanee bibbie. Nessuno sa, dunque nessuno possiede una verità, dunque tutto è solo opera letteraria, intesa come visionareità. L’arte è visionaria, tutta, senza tale condizione non si muoverebbe di un millesimo da quel sé, così vasto e per questo così soffocante, così contenitivo da non permettere di aprire lenti, posizionare tagli praticabili solo nella visionarietà.  Per questo non è assolutamente facile il percorso, la lettura di un’opera, richiede strumentazioni che nemmeno l’autore, alla fine del suo viaggio ha, per questo inizia un’altra opera, perchè la precedente gli ha ceduto qualcosa, che prima non aveva visto, percepito, o gli ha indicato un’altra via. Il suo lavoro è tutto ciò che ha percorso in sè e attraversando a suo modo le altre opere di quell’uomo continuo di cui ho detto sopra. Bello sarebbe incontrarlo, sentire cosa ne dice in una completa assenza di esibizione di sè, ma come presentazione di un elaborazione che è continua anch’essa. Nessuno arriva mai da nessuna parte.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Il canone letterario è anch’esso il tentativo di misurare quel pozzo senza fondo che a volte si vorrebbe toccare, in cui il pensiero sembra articolarsi. Ecco arti-colarsi. Anche il pensiero, formularlo, organizzarlo, esprimerlo dettagliarlo e divulgarlo è modificarlo, è un’arte e quindi un artificio costante all’interno della sua variabilità. Detto questo tutti sono canoni e  tutti sono alienabili. Se li si pensa come carte della geografia dell’essere sono insufficienti, serviranno ancora  tutti i viaggiatori del futuro e del passato per muovere o promuovere  anche un solo piccolo passo in ogni presente.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

La cultura è un cammino e un lavoro continuo in se stessi, da cui nessuno è esentato,ma che nessuno dovrebbe essere obbligato a fare secondo processualità costituite,perché comode alle forme del potere, del poter ingabbiare. Nessuno può fare dell’altro il suo campo di coltivazione di questa o quell’idea, di questa o quella teoria perché, come ho detto, nessuno possiede alcuna verità. Quindi anch’io, ora, dovrei starmene zitta,non amministro nulla se non in me.Resta il fatto della possibilità di mettere a disposizione, ognuno il percorso agito e questo porta  a pensare che servano leggi, che servano dogmi o regole o  censori, ministri e ammaestratori. Parto dall’idea che non possiedo niente, nemmeno la vita,  che posso scegliere di recidere , ma di cui non conosco i segreti profondi. Ciò che  fino ad oggi abbiamo spolverato è la superficie e sempre attraverso teorizzazioni che possono essere modificate a tal punto da smembrare l’attuale codificazione che pare reggere ogni forma di governo, la relazione tra gli umani e con il luogo/luoghi (ivi compreso il pensiero) che ci accoglie. Amministratori siamo tutti e tutti siamo de-legati da una ignoranza che richiede un rispetto e un’attenzione profondi per tutto quanto è vita. Poi,soltanto poi, si potrà avanzare qualche proposta al riguardo del tema a cui ora non saprei offrire altro che parole, in forma di vuoti.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

La vita, il pensiero che ognuno ha della vita, ogni movimento all’interno della pratica del vivere è spazio in cui poesia abita. L’attenzione, la sensibilizzazione si diffondono alla pari di un virus, tanto quanto un raffreddore, nella comunità di individui e vanno e vengono, non si ha sempre la febbre, né si sta sempre bene, si sprofonda, si galleggia, si sta raso terra e sempre al buio,anche quando crediamo di avere il sole in faccia. Non ho e non penso ci siano regole,se non quelle di una volontà che ha gola, come altre,ed è regola merciferante.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Non condivido l’etichetta: poeta è una persona, anzi è un individuo, che ha come possibilità quella di vivere, come gli altri, tutti gli altri. La comunità è quella costituita da tutti, tutti quelli che identifichiamo come  altri, e sono  nostri pari sempre, in qualunque collocazione geografica ci si trovi. L’uomo che scrive,  non è superman o superwomen, anzi è consapevole dell’estrema variabilità e della fragilità del suo corpo  e del suo corpo spirituale, ideale, del suo corpo vocabolo. Il rispetto per sé e per gli altri è fondante, non ha qualifiche che lo possano esaltare, mettere su nessun piedistallo, la sua responsabilità è per sé, per gli altri ha quella di diffondere la consapevolezza che ognuno ha tale responsabilità, all’interno del rispetto profondo per la vita e la relazione che essa tesse magistralmente, tra tutti i componenti. La discrepanza,la dissonanza è frutto di una marcata volontà di interferenza in questo equilibrio dinamico che l’uomo ha interrotto con il desiderio di una continuità in ogni campo. Disprezzo la parola tollerare: la sprezzo, le tolgo il valore di mercato che le viene assegnato oggi. Non tollero, cioè non tolgo ad alcun pensiero o cultura o individuo l’importanza che ha , ma lo rispetto ascoltando con attenzione e quindi a mia volta ponendomi  con chiarezza, non con indifferenza, nei confronti dell’altro, senza con-fusione.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Discere, discernere, i(n)spirare, morire, abitare, vestire un abito, una forma, praticare un’orma, incidere un’impronta, scegliere un segno, attraversare un disegno, auscultare, buttarsi nel capo fitto di visioni, mettere sotto sopra la parola, la vita già lo fa’ ogni momento. Tutte queste sono scintille, grandi o piccole è solo la percezione che abbiamo di esse: la vita non aspetta, siamo noi che abbiamo difficoltà a coglierla, ma è sempre tra-volgente. La disciplina aiuta a non perdere l’attenzione, in-segna a guardare senza perdere i molti elementi che arrivano al nostro o(re)cchio, al corpo tutto, in contemporanea, e la mente seleziona e disattiva o scarta. Mi interessa scartare la parola e toccarla dentro.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Scrivo per vedere attraverso la mia cecità un mondo che è proiezione. Scrivo per cogliere dov’è il centro di proiezione, in quale relazione si trova con ciò che vede e si trasforma in una proiezione, sempre soggettiva, e se si può trasformare in una relazione biunivoca, tra oggetto os-servato e immagine proiettata dal centro di proiezione, ed è possibile porre tale immagine,o meglio tale relazione, sullo stesso piano di altre  proiezioni per omo-logia. Se il testo poetico contiene o no un messaggio,vista la soggettività della proiezione, dipende dal lettore che lo affronta, non semplice-mente dal testo che è luogo della proiezione di una relazione.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Anche per loro è un luogo in cui si può accedere a sé stessi, in perfetta autonomia, in completo isolamento senza sentire il peso della distanza,anzi, consapevoli che è proprio quella, la distanza, l’ampiezza, a volte la mancanza di misura della distanza, a promuovere l’avvicinamento,  a costruire il desiderio di percorrenza verso ogni altro, partendo dalla dismisura del proprio pozzo.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Ognuno sceglie, ma trovo che l’eclettismo sia fondamentale, pena l’atrofia. Per vivere si vive, è la modalità di aggregazione sociale, la disparità che si crea per ottusità di un sistema, politico ed ideologico, che crea divisioni tra classi, che deforma la visione. Si scrive da qualunque posizione ci sia un corpo che vive, non che finge di vivere,a nche se ultimamente sembra che ci siano molte voci di morti in giro. Per quanto mi riguarda vivo le mie vite.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Per il mio(?) fu-tu-romperò, mi romperò, almeno quanto basta per crearmi ancora, in condivisione con le mutazioni a cui il mio corpo, tutto ,già si sta preparando da tempo a convivere trasportando anche me,  Vorrei essere capace di accoglierlo, il futuro, di non essere fossile già da ora. Per quello della poesia  mi auguro che non si lasci intrappolare in nessuno schema, in nessuna gabbia, in nessuna conventicola, in nessuna casta, in nessuna formula o formulazione, che accetti di morire, nel senso di lasciare una veste per un’altra ma che nessuna sia l’abito di qualcuno in particolare, ma sia ospizio per l’uomo, per la relazione con la vita. Se questa manca mancano ponente e oriente, manca e diritta non saranno direzioni di percorrenza all’infinito, ma giaciture statiche, proprie della morte.

 


 

Fernanda Ferraresso, nata a Padova nel 1954, laureata in architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, si occupa di progettazione architettonica, arredamento, grafica e design, ama tutti i generi di espressione d’arte. Docente presso il Liceo Artistico e Istituto d’Arte Pietro Selvatico di Padova, dopo un lungo periodo di insegnamento presso il Liceo Artistico di Rovigo in cui ha stretto amicizia con Marco Munaro iniziando una collaborazione con lui in più progetti ( La Bella Scola, Herbert, La memoria e i suoi giorni). Ha svolto ruolo di coredattrice all’interno del gruppo di VDBD, il blog, ed è presente con suoi articoli nella rivista on line dello stesso gruppo. Ha pubblicato suoi testi in alcune raccolte di Aletti editori e, da poco, con i tipi della Lietocolle editore nell’antologia curata da Anna Maria Farabbi Luce e notte. Ha partecipato ad alcuni concorsi vincendone (Rabelais 2006 e 2007) e/o posizionandosi nella rosa dei primi dieci (Premio Teramo per un racconto 1998). Per i tipi de Il Ponte del Sale ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie dal titolo Migratorie non sono le vie degli uccelli. (2009) e ha partecipato alla lettura dei primi nove canti del Purgatorio, proponendo un attraversamento del canto VIII, nella raccolta Ombre come cosa salda.

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