Altre Voci n.19: Gilberto Isella “Fondamento dell’arco in cielo” alla chiara fonte, 2005

Il quesito presente nell’incipit del libretto poetico di Gilberto Isella “Fondamento dell’arco in cielo”, con disegni di Enrico Della Torre, edito da alla chiara fonte, Lugano, 2005 è la soluzione stessa: “La sorgente dei colori, della bellezza, del senso, noi l’avvistiamo soltanto. Ha le fattezze di un arco in cielo. Ma troverà  –  o ha già trovato  –  fondamento quest’arco? Il tempo dell’aspettativa è tempo umano, forse in se stesso già rivelazione”.

E’ un esercizio impossibile – perlomeno rarissimamente realizzato – l’accostamento analogico dei colori. E’ tramite esso che Isella trama dinanzi ai nostri occhi immagini. Poiché il poeta ha immaginato esclusivamente a partire dai colori: ciò che è senza nome, e spesso vittima di attribuzioni errate come ci ha mostrato Wittgenstein nel suo libro”Osservazioni sui colori”.   Un esercizio condotto su questo tema è ben più periglioso della traversata su sospeso filo  effettuata dall’equilibrista (che Warburg ha riconosciuto come metafora dell’artista).

Nelle infinite possibilità della tavolozza, si apre l’intero mondo e oltre, soprattutto quello che non avevamo previsto: non è forse questo il dono offerto dall’artista e dal poeta? L’imprevisto rapprendersi dell’immagine che ci fa scorgere per la prima volta il fenomeno, creando l’armonia prima inintellegibile.

 

Devìa la porpora
come il tramonto s’inclina
ad altri colori tesa

Prossime al vino
le nubi formano carene
in tinte stridule

 

Ove immediato è il raggrumarsi di vino/porpora/nubi e come non pensare ai meravigliosi quadri di Tiziano! D’altronde, anche la triade di parole tramonto/stridule/carene forma una non secondaria immagine che s’interseca alla prima, mostrando la fittissima tessitura che viene a saldare l’una all’altra in una morsa. Fra questi due gruppi è tutto un inseguirsi e uno stringersi, come si stringerebbe un insolubile nodo, ove le parole trapassano e si scambiano i plurimi sensi riverberando come acqua messa in moto dal sole. Perché anche questo ci colpisce: il movimento esistente fra queste parole-rotelle sostenuto da verbi di azione e da aggettivi che si riferiscono alle distanze, alle percorrenze: devìa/s’inclina/prossime.

Questo moto però non è solo quello esistente tra fisiche cose, è anche quello concettuale, che è all’opera nei costrutti culturali:

 

La diva tende la voce
sul vertice di un dito

Dalle antiche piante
si spargono gli aromi
coprendo il bosco
di spezie astrali

 

Col che si materializzano dinanzi agli occhi frontespizi di cinquecentine che hanno per oggetto la catalogazione delle piante. Immagini che hanno la proprietà di spandere aromi e di somigliare alle costellazioni che disegniamo in cielo per tracciare quei collegamenti che sempre abbiamo imposto all’algido cielo, al vuoto cosmo. Corrispondenze che per essere sinestetiche non sono meno scolpite nel nostro sguardo. Ma è, appunto, ancora un moto che si attua, quasi che, per il solo fatto di utilizzare lo strumento della lingua, nessun ganglo della rete potesse assicurare stasi. In questo senso,  forse, il fondamento a cui si faceva riferimento nell’incipit della raccolta è già negato, nemmeno, in realtà, desiderato.

Quale maggiore grazia e gentilezza di afflati e corrispondenze appassionate in questi versi in cui si declina un’ esplorazione del cosmo verbale e immaginifico!

 

Il cielo intero
accolto nel seno
di una nuvola

Non staccarti da lui
se l’arco purpureo lo prolunga
nella carne invisibile

 

Allo stesso modo, non sarà la ricerca dell’universale il vero obiettivo, ma la compresenza di tutti i particolari possibili. E’ con essi che si costruisce la complessità: è la loro coesistenza a costituire la sfida. La questione appare dunque rovesciata: tutto sarà considerato dato sensibile, tutte le apparenze saranno la via apertasi all’improvviso come una rivelazione: quella della totalità fattasi carne.

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