L’Aria n.3: Don Giovanni

1.

Nessuno sa chi fu Cesare Pavese. Nelle Piccole virtù Natalia Ginzburg lo ricorda timido e sfuggente, operoso e ozioso nello stesso tempo; Ginzburg dice: era molto attivo, era molto inattivo, e noi, in fondo, i suoi amici, non sapevamo neanche se fossimo pigri o operosi. Ma il nostro amico era una cosa e due, in tutte le nuances, ad uso della Casa Editrice e del Partito di Massa (entrambi illudono e deludono l’uomo sensibile: né l’una né l’altro sono fatti per accompagnare chi critica e sa). Guai a chi è solo, anche se la solitudine è il suo refrigerio, dopo gli amici della serata.
Se non si cresce più dopo un apice, e se ripeness is all, e se la maturità è già raggiunta, insieme al talento – allora non ci sono  due tempi (il tempo caldo e popolare di Lavorare stanca, il tempo tiepido e sussurrato di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi), ma uno. E tanto basta: «Nel mio mestiere sono re», e che cosa significa, se dopo due settimane si muore così? Significa: anche le ultime poesie sono parte di una storia, preparata con attenzione e amore; e poi: chi agisce al livello di un «re» non improvvisa nulla. Sua maestà ricorda che ogni pagina avrà un pubblico, presto o tardi. E se «tutto il mondo è un teatro», metafora chiama metafora: ogni teatro vuole spettatori, ai quali dopo THE END si chiede un applauso (il re è bravo) o il rispetto (il re è grande) o la pietà (il re si è ucciso).

2.

Non è detto che l’APPARIRE sia bestia nera e l’ESSERE sia mistica. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è. Il bellissimo Krsna sul desktop: Amèn! E il ridicolo [inconsapevole], in me, qui? Va bene, e allora RIDI! Non mi dispiace che tu rida. Purché tu rida davvero. Sia chiaro: non è del tutto involontario. Il fatto è che non ridi davvero di me, perché tu non ti basti davvero.

3.

Reduce di Giovanni Lindo Ferretti è una cosa urticante, amici. Ci eccita e ci turba: e a me piace essere turbato così. Ma non mi piace un libro su decine di scopate tristi, libro triste – con gli amici delle Muse – tutti usati, tutti capaci di usare: ma piccoli, benché rilkiani, e mediocri, benché scrittori. E se non ci fosse lo stile – io scrivo bene dei fottèri tristi – che cosa rimarrebbe? In realtà: non rimarrebbe niente. Così finisce un mondo mondaccio mondino, con la sua piccolina lingua. E non lo vedono. E credono di parlare del frigo e della fica per parlare di QUALCOSA. E non lo vedono. Parlano del cazzo della fica e dei detriti, presi nella casa piena o da Google. Ma quelle non sono COSE. Infatti manca una storia, che non può svolgersi in un mondino mondino mondò. Ognuno ha la sua storia, più o meno: e perché devo leggere – reggere – la tua? Bisogna che la tua storia sia particolare: per esempio il romanzo di un uomo che ha subìto un trapianto di fegato. Questa storia è una COSA e questa COSA è una STORIA (anche d’amore). Come regge il cercatore di frammenti su Google o il nevrotico dei fottèri, davanti alla storia del fegato nuovo? E la storia di Elisabeth Fritzl? E il tuo o mio o suo petrarchismo? Allora sono meglio le canzoni canterine.
Manca il grande mito rabbioso del nevrotico Dante, che si inventa un Aldilà per massacrarci tutti: «Io non sono come voi» è la parafrasi della Comedìa. Ecco il Santo, ma autoproclamato: nel senso di separato. Forse io sono una storia malata, una modestia simulata, una nota semiminima: non sono parole mie, ma mi riguardano. Ma: io non sono una monetina.

4.

Ginsberg e Sanguineti insieme. Almeno una volta accadde: anni ’60, in una foto che anche la Rete conserva, a futura memoria [queste foto di fuochi opposti sono fatali, e anche comiche: come quella in cui Pasolini e Veltroni appaiono insieme, a Campo de’ Fiori, con due fascini e due destini riconoscibilissimi, fino allo strazio o al sorriso]: i poeti fumano, Allen ha un cappello, due giri di collana sopra la camica bianca, Edoardo è in divisa, giacca e cravatta. Davvero: il diavolo e l’acqua santa. Tutto è in tutto e uno (Dante) fu tutto. In realtà, siamo chiari: Sanguineti è giocoso ma è senza empatia; è pura disperazione materialista, solo altezza d’ingegno e cultura cultura cultura. Allen non è l’onniscienza sparsa su 50 kg di carne, ché Sanguineti dell’A.D. MCMXXX aveva «letto tutto» a vent’anni, come Mallarmé e Arbasino. Aveva letto tutto – con idiosincrasie anche insopportabili – ma gli mancava la tensione fisica dell’incontro con l’altro: era solo molto gentile, rispettoso e rigoroso. Niente di meno, ma niente di più. Il suo ruolo pubblico era senza carità, con ostentazione: molto semplicemente, ma è un esempio grosso, è inimmaginabile un Kaddish pubblico di Edoardo per sua madre.

5.

Münchausen! Münchausen! Münchausen!
E ancora: Münchausen! L’ANIMA è beata.
L’eroe santo si tira fuori: dal mondo piccolo e dalla prosa fredda. Non tira fuori rosso il cazzo e fotte. Fa altro. Chi si tira fuori per i capelli e vola su una palla di cannone, e mente sapendo di mentire, chi è? Ach! Non certo il «non riconosciuto legislatore del mondo», ma non è un perdente. Un giovane autore vede questi uomini «batacchi del mondo», partigiani di una libertà che non si sa che cosa [fu]: li vede in modo sano, perché tutto, per lui, è il passato.

6.

Il Don John di George Tabori è stato quello che si sa: catene di orgasmi, ricerca di piacere. Quale piacere? Don dice: non sono mai riuscito a farle ridere. Tranne una. Non sono mai riuscito a provocare una risata di piacere; solo il piacere, non il riso. Tranne una, e una volta. Una è la madre: Don fu partorito ridendo, dice. Chiama una prostituta e le dice: «Uccidimi». Ho sentito questo dialogo di Tabori. Allora ho desiderato due cose: dire quello che dice Don, per essere sullo stesso palco. Un’altra cosa: sostituire la musica con molto silenzio e molti suoni di bocca. Ho sentito una cosa bella: era una storia diversa dalle mie.

7.

Gombrowicz: poesia = piatto di zucchero, dolce ma immangiabile interamente. Quindi: la poesia commestibile è un lampo (va giù sùbito) o un ibrido (da ruminare). Tra le due cose, preferisco l’ibrido: ibrido prosastico, ibrido musicale, ibrido filmico, e – Dio sa come – ibrido vissuto, cioè epica. Paolo Sortino ha scritto un poema, diviso in molte parti [la poesia ama la rottura, come Dio ama le cose dispari: discreto lettore, non farmi spiegare il nesso, ora] e la prova regge. Elisabeth è la ragazza austriaca segregata dal padre, violentata dal padre, ingravidata dal padre. Il suo vezzeggiativo, dalla bocca del padre, è Monetina: niente di più terribile, perché è l’uso, ma di poco conto. Il suolo è pieno di pezzetti da un centesimo.

8.

Poca poesia può urtare l’anima così. Maggio selvaggio e cinema cinetico, Roma romanzesca e dolci padri nuovi, e bei leopardi e vergine vertigine: io vi voglio.

 

Bibliografia

Giovanni Lindo Ferretti, Reduce, Mondadori, Milano.
Giovanni Ruggiero-Antonio Ascione, Abbiamo vinto. Insieme, Ed. Messaggero, Padova.
Paolo Sortino, Elisabeth, Einaudi, Torino.
George Tabori, Don in paradiso / La serial killer, mise en espace di e con Roberta Cortese e Simona Nasi: Teatro Hops, Genova, 4 maggio 2011.
Immagine di David Salle

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2 Comments

  • che la terra è pesante
    non si può sollevare
    pesante da portare!
    è bassa troppo bassa
    preme e schiaccia
    fucina di potere temporale

    http://www.youtube.com/watch?v=lx9f8gS1BXg

    né bosco né sottobosco importano, né lirismo né antilirismo, quando cerchi – e trovi, e vedi, e senti, ascolti nelle orecchie invase premute compatte compatte esaltate – la *maestà* (e la trovi in Isaia e nel rock, in Patti Smith e nei Novissimi). questa maestà non è un problema umanistico, semmai è umana.

  • ciao a te Rina… e nel “ridicolo” – era la risposta trasversale ad un uomo che mi ha chiamato in un modo e poi in un altro. “tu sei prezioso ai miei occhi” è una parola di Dio. ciao sempre!

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