Fabio Franzin: Non si può imporre una lingua ormai lontana dall’anima

 
 
[Riproponiamo qui la lettera che Fabio Franzin inviò ad un quotidiano locale e che, non essendo stata pubblicata, trovò il suo giusto spazio tra le pagine de La dimora del tempo sospeso di Francesco Marotta.]
 
Da quando, negli ultimi tempi, una certa parte della politica, molto radicata ormai, nei luoghi in cui vivo, ha innescato la questione-dibattito riguardante l’identità di un popolo e l’insegnamento del dialetto nelle scuole, i quotidiani locali, fedeli al loro ruolo di megafoni capillari del potere, hanno trattato il tema, scomodando insigni linguisti, direttori di emeriti circoli sulla salvaguardia delle lingue cosiddette minori, di musei della memoria, ecc… non è stata richiesta, né credo sia gradita, l’opinione di chi il dialetto, oltre che parlarlo, lo scrive anche; perciò desidero, se possibile, dire la mia in proposito (dopo sei raccolte di poesia pubblicate nel mio dialetto, penso di poter avere il diritto, se non il dovere, di farlo): il dialetto non è mai morto in Veneto, tutt’altro, come è stato detto e certificato da voci ed enti più qualificati, e questa è anche una delle ragioni per cui io mi ostini a scrivere le mie opere in dialetto, (ma, al contempo, ciò muove il mio primo diniego: se è e continua ad essere così ampiamente parlato nelle terre che furono della Serenissima, da dove l’esigenza di imporlo come lingua di studio? E poi, è davvero questo l’unico modo per tutelarlo?); un altro aspetto concernente il dialetto è che, e mi sembra irrimediabilmente, purtroppo, mutato antropologicamente il parlante dialettale; questa, è stata una terra di gente umile e laboriosa, e laboriosa, in verità, lo è ancora (anche se la crisi economica, nei giorni in cui scrivo queste note, sta travolgendo i cosiddetti “distretti industriali), è nel d.n.a dei veneti: il miracolo del nord-est imprenditoriale ne ha certificato volontà e abnegazione, capacità e spirito di sacrificio, arricchendo un territorio che sino a pochi decenni or sono, era zona di Palù e pellagra; ma proprio questa ricchezza ha scardinato quei valori in cui il vivente e parlante veneto vi si riconosceva, valori che sembravano inossidabili: quella creanza che era prima di tutto umiltà, educazione, rispetto e generosità (“materie” queste, che chi chiede il dialetto a scuola sembra non ritenere altrettanto importanti) , e che io ora vedo mutarsi in chiusura e diffidenza, e anche l’imposizione del dialetto sembra più il lucchetto da fissare alle porte di una algida enclave senza più cultura, la parola d’ordine richiesta al foresto quale lasciapassare per la sagra, il piatto di plastica con la salsiccia, le costicine.
Per gli schèi, poi, si è chiuso più di un occhio riguardo alla salvaguardia del territorio, dell’ambiente, con esiti a volte anche comici, se fossero solo barzellette: è un esempio Cessalto, un paese limitrofo a quello in cui vivo ma in cui vi ho vissuto per alcuni anni, che, mentre ha cercato in tutti i modi, fra carte false e arroganza, di far passare una bretella devastante a due passi del bosco Olmè, già accerchiato, strangolato da una fitta zona industriale, per collegare distretti industriali con centri commerciali – si mossero, in primis, Mario Rigoni Stern e Andrea Zanzotto, Gian Mario Villalta e il sottoscritto (abitavo proprio alle porte del bosco, e dentro il bosco ho scritto molte delle mie poesie), insieme ad un manipolo di abitanti indignati, a un comitato diretto da una donna, che qui voglio citare: Annalisa Fregonese, a cui sarebbe da fare un monumento per la tenacia con cui ha lottato contro burocrati e mestieranti; quei mestieranti dissero, in un articolo vergognoso apparso in uno di questi giornali locali al servizio del padrone: “la bretella si farà, con buona pace degli intellettuali” – al contempo, questo paese ora si fregia, con striscioni e insegne a caratteri cubitali, del titolo di comune italiano leader nella raccolta differenziata; un paese, quello in questione, che deve l’etimologia, la radice del suo nome: Caesus Saltus, proprio da quel bosco, sacra reliquia della grande foresta planiziale, e che, con la tipica faccia di bronzo dell’epoca, si dichiara, nei cartelli annuncianti l’entrata nei territori comunali: città del bosco. Sic…).
Altro discorso riguarda l’humanitas dialettale delle genti nella terra dei SUV “un tòco de pan no’ se ghe ‘o nega a nissùni”; i migranti che giungono nelle nostre terre per sfuggire alla miseria (come lo furono i nostri avi quando la miseria era da noi) sono guardati, perlomeno, con sospetto (si ricordi le vergognose sparate razziste di Gentilini, con gli immigrati visti come leprotti cui dare la caccia); salvo essere usati, per convenienza economica, e in nero, se possibile, spesso proprio nelle fabbriche di chi poi alza la voce contro gli stessi in osteria, in dialetto, generalizzando, facendo di tutta un’erba un fascio.
Insomma, il dialetto, per me, più che linguaggio di un popolo, è, e deve essere, prima di tutto, linguaggio ancorato alla sua nobile storia, deve essere lingua di un’anima.
Io, poeta dialettale con figli in età di studio, sono qui a chiedere che il dialetto non sia usato per stringere brandelli di erbe estinte, sono qui a chiedere, piuttosto, che nelle scuole venga istituito un corso di ricamo dell’anima.
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