Parola ai Poeti: Simone Zafferani

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Direi che la poesia gode di buona salute per quello che riguarda la creatività; c’è ricerca, c’è sperimentazione e c’è anche una buona ricezione da parte del pubblico, come dimostra il crescente successo dei reading. Il problema risiede nell’editoria, che investe molto poco nella poesia e non rischia, limitando al minimo l’apertura al nuovo.

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Ho pubblicato il mio primo libro nel 2004. Conobbi il responsabile di una bella e seria rivista, legata a una piccola casa editrice, che si interessò ai miei versi e mi fece una proposta editoriale che all’epoca ritenni accettabile. Sono stato felice della cura dedicata al libro nella fase di realizzazione. Ciò che mi ha invece profondamente deluso è stata la totale assenza di promozione e di distribuzione, dovuta non tanto alle limitate possibilità della piccola casa editrice, quanto a forti contrasti interni alla stessa e a scarichi di responsabilità di cui il libro ha pagato il prezzo. Il risultato è stato che ho fatto tutto io da solo; presentazioni, distribuzione…

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Io ho pubblicato un solo libro quindi non sono molto al di dentro delle logiche dell’editoria. Quello che constato dall’esterno, come ho scritto sopra, è una grande difficoltà di accesso ai circuiti editoriali, anche piccoli. Sembra che tutto si muova per conoscenze, per logiche di reciprocità. Mi aspetterei da un editore serio un vero e proprio lavoro di scouting, di ricerca, e una maggiore disponibilità a rischiare. Per esempio, sono pochissime le grandi case editrici che pubblicano antologie di poeti esordienti e non sono quasi mai chiari i criteri di selezione.

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Credo entrambe le cose. Sicuramente viaggerà in prevalenza nel web, ma resterà viva –o così mi auguro- la piccolissima distribuzione. Il vantaggio di Internet è la vastità e la velocità dei contatti che può generare, anche e soprattutto da parte di chi desidera accostarsi alla poesia non avendo guide o filtri. Il rischio che intravedo è la dispersione, la difficoltà per il lettore di orientarsi nella fittissima produzione dei nostri giorni. In questo senso la figura del critico che vaglia, che rende ragione delle tendenze e si fa garante di un pronunciamento serio e il più possibile obiettivo sulla poesia resta  importante.

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

La creazione di comunità critiche, di una rete di lettori attenti, è auspicabile. A questo scopo Internet è un mezzo che agevola molto lo scambio e la “messa in rete” delle esperienze e delle competenze; scopro un numero sempre maggiore di siti, di blog dedicati alla poesia. Non vedo la critica in generale e le figure dei critici disgiunti da queste comunità; devono esserne parte integrante.

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Il futuro non si costruisce mai a prescindere dal passato. E scardinare non è mai un valore fine a se stesso; non si cambia per cambiare, si cambia perché è inevitabile. Nel caso specifico della poesia, non si può non possedere il canone. E’ a partire dal peso difficile e prezioso della tradizione che si costruisce il nuovo, interrogando la tradizione, mettendola alla prova, verificando cosa di essa può sopravvivere e cosa va trasformato, e come. La provocazione è importante ma ripeto, non in modo gratuito.

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Non vorrei cadere nella tentazione di dire ciò che un Ministro debba fare, non avendo io le conoscenze e le competenze che occorrono per un ruolo del genere, che ho motivo di ritenere tutt’altro che facile. Certo non credo che tagliare i fondi alla cultura sia un buon criterio, visto che il nostro paese ha una ricchezza culturale e artistica che fa invidia al mondo.

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

E’ innegabile che il ruolo fondamentale lo svolga la scuola, anzitutto quella dell’obbligo attraverso cui passano tutti. Si dovrebbe agire prima di tutto su questa istituzione, sempre più derelitta, promuovendo in essa una vera e propria educazione alla lettura, all’ascolto, e perché no anche all’esercitazione della scrittura letteraria. Non penso alle famose “scuole di creatività” in cui non credo, ma alla somministrazione di stimoli che vadano a individuare le singole predisposizioni alla lettura e alla scrittura, potenzialmente soffocate da una sempre più dilagante, omologante e falsa cultura dell’immagine.

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta è un apolide cosmopolita, come scrissi anni fa a proposito della grande Amelia Rosselli. O, come dice Julia Kristeva, “il malinconico è uno straniero nella sua lingua”. Essendo il poeta almeno un po’ malinconico, credo che la definizione possa estendersi. Abita la sua città, la sua nazione, il mondo, ma ha un modo straniato e trasversale di viverci, e questo gli consente di raccontarlo in un modo inedito per gli altri. Sulle sue responsabilità mi interrogo molto negli ultimi tempi. Credo che i poeti non debbano mai sottrarsi a un ruolo di interlocuzione con il mondo, che debbano dialogare con il loro pubblico, che è ben più vasto di quell’ esiguo numero di persone che comprano i libri di poesia o la ascoltano saltuariamente, perché la poesia risuona e riverbera nel mondo in un modo tutto suo. In questo senso il poeta ha la responsabilità di ciò che comunica. Ma questo non deve ledere la sua libertà di pensiero e di espressione, quella difformità che lo rende indispensabile.

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Per come la vedo io, l’ispirazione senza la disciplina non ha lunga vita, mentre la disciplina da sola non genera poesia. Quindi si presuppongono vicendevolmente. Personalmente, sono fedele al precetto di Valery secondo cui “gli dei donano il primo verso”. Non so mai se e quando la scintilla si accenderà ma una volta che si è accesa faccio di tutto perché risplenda. Sono rigoroso, paziente, a volte leggermente ossessivo nel lavorare ai versi. La disciplina, d’altronde, e a volte mio malgrado, regola tutta la mia vita.

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Scrivo per comunicare un’emozione, ma spero sempre che l’emozione contenga in sé l’idea. Non riesco sicuramente a scrivere di temi, quindi di idee, che non hanno in me un portato emotivo. Anche in questo caso aspiro a una reciprocità delle due cose. Quanto al messaggio, quando la poesia è vera poesia ha sempre qualcosa da dire , e il suo dire è sempre un interrogare, un ipotizzare; per carità, guardiamoci dai messaggi asseverativi! La vera poesia si riconosce dalla sua necessità, dalla capacità che ha di aggiungere, o meglio ancora di creare senso. Se questo non accade, forse siamo di fronte a una semplice buona versificazione.

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Mi riconosco il merito di averle più o meno tutte avvicinate alla poesia, che è un genere letterario spesso temuto o guardato con diffidenza. Bisogna essere particolarmente inclini all’ascolto di se stessi, in contatto con le proprie emozioni per apprezzare la poesia. Ho constatato che quando la poesia piace piace moltissimo e se ne riconosce la specificità e la misteriosa bellezza.

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Nel mio caso la poesia deve trovare spazio nei ritagli del tempo lasciato libero da un lavoro aziendale molto impegnativo. Ne risente a volte la concentrazione, necessaria per far germogliare il pensiero poetico. Non sono però certo che vorrei vivere di sola poesia; tendo a pensare che finirei con il perdermi nell’immensità dell’ozio e del silenzio che la scrittura richiede. O forse, avendo un approccio abbastanza sistematico, riuscirei a disciplinarmi. Non so. Forse mi piacerebbe sperimentare per un po’ di tempo la condizione di chi scrive per mestiere, anche per capire dal di dentro se è effettivamente una condizione privilegiata.

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Per la poesia, che sono certo sopravvivrà come sempre è sopravvissuta perché è necessaria all’umanità, spero in spazi di diffusione più ampi e più sistematici. Solo in questo modo potrà raggiungere anche quella vasta fetta di pubblico che non ha i mezzi o anche semplicemente la buona volontà di andare a cercarla. Ai poeti manca un riconoscimento più ufficiale del loro ruolo, dell’importanza culturale e sociale che il loro lavoro, silenzioso e sotterraneo, riveste. A me stesso auguro di non essere abbandonato dall’ispirazione. E mi auguro di pubblicare il mio secondo libro, che giace da qualche anno nel cassetto anche se la maggior parte delle poesie che lo compongono è già uscita in riviste e in antologie. Ma si sa, per un poeta il feticcio del libro rimane sacro!

 


 

simone zafferani (350x185)Simone Zafferani (Terni 1972) vive a Roma. Ha pubblicato il libro di poesia Questo transito d’anni (Casta Diva, 2004), vincitore del premio Lorenzo Montano 2006 per l’opera edita. Sue poesie sono apparse nelle riviste “Smerilliana”, “Poeti e poesia”, “Atelier”, “L’Ulisse” e in alcune antologie e edizioni d’arte. E’ inoltre autore di saggi e recensioni di letteratura italiana contemporanea.

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